Nel 2026 i tribunali diventeranno il nuovo campo di battaglia della crisi climatica. Non è una metafora: l’Ucraina si prepara a depositare la prima richiesta di riparazioni climatiche della storia contro la Russia, quantificando in 43 miliardi di dollari il costo delle 236,8 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente generate dall’invasione. È un precedente che potrebbe ridefinire cosa significa essere responsabili di una guerra. Non più solo crimini contro l’umanità, non più solo distruzione di infrastrutture: ora anche il carbonio emesso dai carri armati, dalle foreste bruciate, dagli edifici rasi al suolo, e che bisognerà ricostruire, ha un prezzo. E qualcuno dovrà pagarlo.
Il claim ucraino, che dovrebbe essere depositato all’inizio del 2026 presso il Register of Damage for Ukraine (RD4U), il meccanismo istituito dal Consiglio d’Europa per documentare i danni dell’aggressione russa, rappresenta molto più di un risarcimento economico. È la prova che il contenzioso climatico sta entrando in una fase nuova: dalle aule dei tribunali amministrativi alle corti internazionali, dalle cause contro i governi per inadempienza agli accordi climatici alle richieste di risarcimento per danni concreti subiti da persone reali.
Il paradigma è cambiato. Chi inquina deve pagare. E i tribunali stanno iniziando a dargli ragione. Le emissioni non provengono solo dai carburanti militari o dalle esplosioni, ma dai 3 milioni di ettari di foreste bruciate, dalla distruzione di edifici che rilasciano tutto il carbonio incorporato nel cemento e nell’acciaio, dalla perdita di capacità di assorbimento del suolo. L’Initiative on Greenhouse Gas Accounting of War (IGGAW), un programma di ricerca governativo ucraino finanziato dalla European Climate Foundation, ha quantificato ogni voce applicando un costo sociale del carbonio di 185 dollari per tonnellata, lo stesso parametro utilizzato negli studi climatici internazionali.
Il RD4U, accessibile dal sito rd4u.coe.int, ha già registrato oltre 70.000 richieste di compensazione bellica e accetterà i claim climatici nei prossimi mesi. L’iniziativa ucraina è supportata dall’opinione consultiva dell’International Court of Justice (ICJ) emessa il 22 luglio 2025, un parere che è una pietra miliare, fondante, dei contenziosi ambientali e climatici e che in sostanza ha affermato il diritto umano a un ambiente sano, pulito e sostenibile. Quella sentenza ha rappresentato un punto di svolta: ha detto alle vittime di danni ambientali che possono andare in tribunale e chiedere giustizia. E infatti stanno andando. In numeri mai visti prima.
L’esplosione globale del contenzioso climatico
Entro la fine del 2025, secondo i dati del Sabin Center for Climate Change Law della Columbia University, sono stati depositati oltre 3.000 casi di contenzioso climatico in 60 paesi. Nel 1986, quando fu presentato il primo caso, nessuno avrebbe immaginato che quarant’anni dopo i tribunali sarebbero diventati uno dei fronti più caldi della battaglia climatica. Solo nel 2024 sono stati intentati oltre 200 nuovi procedimenti. Il ritmo non accenna a rallentare: per il 2026 si prevede un aumento tra i 200 e i 300 nuovi casi.
La geografia del contenzioso sta cambiando radicalmente. Gli Stati Uniti rimangono il paese più litigioso, con 1.986 cause depositate entro giugno 2025, ma il Sud Globale rappresenta ormai quasi il 60% dei casi presentati dal 2020. Il Brasile, con 135 cause, è il terzo paese al mondo per numero di procedimenti e ha esaminato più richieste di risarcimento per danni climatici di qualsiasi altra nazione, concentrate soprattutto sulla deforestazione illegale.
Ma è la natura stessa del contenzioso che si sta trasformando. Fino a pochi anni fa, la maggior parte delle cause riguardava l’“ambition gap”: cittadini e organizzazioni che portavano in tribunale i governi per chiedere di alzare gli obiettivi di riduzione delle emissioni. Oggi il paradigma si è spostato verso il “polluter pays”: chi inquina paga. E chi deve pagare sono sempre più spesso le multinazionali del petrolio, del gas, del cemento. Le vittime di alluvioni, siccità, ondate di calore chiedono risarcimenti concreti per i danni subiti. E i tribunali, lentamente, stanno iniziando a riconoscere che questa richiesta ha un fondamento giuridico.
“Ciò che era un imperativo morale dieci anni fa è diventato un imperativo legale. Ora i tribunali stanno recuperando il tempo perso”, ha dichiarato Sarah Mead, co-direttrice del Climate Litigation Network, in un’intervista rilasciata a dicembre. Joie Chowdhury, avvocata senior del Centre for International Environmental Law (CIEL), aggiunge: “Spesso si vedono questi casi come grandi battaglie contro aziende, carbonio o tecnologie, ma riguardano anche i bisogni immediati delle persone: mettere il cibo in tavola, portare i figli a scuola, quando tutta l'infrastruttura è collassata dopo una tempesta devastante”.
Le multinazionali sul banco degli imputati
Il 2026 sarà l’anno delle decisioni cruciali contro alcune delle più grandi corporation energetiche e industriali del mondo. I procedimenti avviati negli anni scorsi entreranno finalmente nel vivo, con udienze decisive e possibili sentenze che potrebbero stabilire precedenti vincolanti.
Shell è sotto processo nelle Filippine, dove i sopravvissuti al tifone Odette del dicembre 2021 hanno intentato una causa presso la High Court del Regno Unito chiedendo risarcimenti per il ruolo della multinazionale petrolifera nel riscaldamento globale. La tempesta aveva causato oltre 400 morti e devastato intere comunità nelle Visayas orientali. I ricorrenti sostengono che le emissioni storiche di Shell abbiano contribuito all’intensificazione degli eventi estremi che colpiscono regolarmente l’arcipelago filippino.
Come riporta Loes van Dijk, founder di Climate Court e ambasciatrice del Patto europeo per il clima, la causa è stata formalmente depositata alla High Court nelle ultime settimane del 2025, posizionandosi come uno dei casi chiave da seguire nel 2026. Il procedimento segue la scia della storica sentenza del 2021, quando un tribunale dell’Aia ordinò a Royal Dutch Shell di ridurre le sue emissioni del 45% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2019, riconoscendo per la prima volta la responsabilità di un’azienda anche per le emissioni di scope 3, quelle generate dai suoi clienti e fornitori.
Holcim, il gigante svizzero del cemento, affronta una causa intentata da quattro pescatori dell’isola indonesiana di Pari, a circa 40 chilometri a nord di Giacarta. Gli abitanti dell’isola, supportati dall’organizzazione Swiss Church Aid, chiedono una riduzione delle emissioni di Holcim del 43% entro il 2030 e circa 4.000 dollari di risarcimento ciascuno per i danni causati dalle inondazioni. L’isola è particolarmente vulnerabile all’innalzamento del livello del mare e alle mareggiate sempre più frequenti. Se accolto, sarebbe il primo caso in cui un’azienda svizzera viene ritenuta responsabile per il suo contributo al riscaldamento globale. Il settore del cemento è responsabile di circa l’8% delle emissioni globali di CO₂, eppure raramente è stato al centro di contenziosi climatici. Holcim potrebbe aprire un nuovo fronte.
TotalEnergies è chiamata invece a rispondere davanti a un tribunale belga. Hugues Falys, un agricoltore delle Fiandre supportato da diverse ONG tra cui Greenpeace, FIAN e la Ligue des droits humains, ha intentato una causa chiedendo risarcimenti per i danni che gli eventi meteorologici estremi hanno causato alla sua azienda agricola. Ma la richiesta di Falys va oltre: chiede che il tribunale obblighi TotalEnergies a interrompere nuovi investimenti in progetti fossili e a ridurre la produzione di petrolio e gas del 75% entro il 2040. È un’azione audace che potrebbe forzare una delle maggiori compagnie energetiche francesi a rivedere radicalmente il proprio modello di business.
Questi tre casi hanno in comune un elemento fondamentale: si basano su progressi scientifici che permettono di collegare con sempre maggiore precisione le emissioni di specifiche aziende agli eventi climatici estremi. Gli studi di attribution science sono diventati sempre più sofisticati, e i tribunali stanno iniziando a riconoscerli come prove ammissibili. Un precedente significativo è arrivato nel maggio 2025, quando un tribunale tedesco ha respinto la causa intentata dall’agricoltore peruviano Saúl Luciano Lliuya contro RWE, ma ha stabilito che le aziende possono essere ritenute responsabili per le loro emissioni. È un riconoscimento di principio che apre la strada a futuri successi legali.
Oltre 60 cause “polluter pays” sono state depositate a livello globale, e decine sono ancora in corso, secondo i dati di Zero Carbon Analytics. La maggior parte prende di mira le compagnie fossili: ExxonMobil, Shell, Chevron, ConocoPhillips e BP sono state citate ciascuna in più di venti procedimenti. Climate Analytics ha calcolato che la quota di danni climatici attribuibile alle 25 maggiori compagnie petrolifere e del gas per le emissioni dal 1985 al 2018 ammonta a circa 20 migliaia di miliardi di dollari.
L’Italia e “La Giusta Causa”
In Italia, il 2026 potrebbe essere l’anno in cui il Tribunale di Roma entrerà finalmente nel merito de “La Giusta Causa”, la causa climatica intentata nel maggio 2023 da Greenpeace Italia, ReCommon e 12 cittadini contro ENI, il Ministero dell’economia e delle finanze e Cassa depositi e prestiti. A luglio 2025 (mese da segnalare per le battaglie giudiziarie) la Corte di Cassazione a sezioni unite ha stabilito che i giudici italiani hanno giurisdizione per pronunciarsi sui danni derivanti dal cambiamento climatico, sia sulla base della normativa nazionale che di quella sovranazionale. Le cause climatiche in Italia sono procedibili e ammissibili, anche per condannare le aziende fossili a limitare i volumi delle emissioni.
Ora il Tribunale di Roma dovrà entrare nel merito e stabilire se ENI sia effettivamente responsabile. ENI aveva eccepito il “difetto assoluto di giurisdizione del giudice ordinario”, sostenendo di fatto che nel nostro paese una causa climatica non fosse procedibile. La Cassazione ha chiuso quella porta. Ora il giudice a cui è stato assegnato il contenzioso dovrà entrare nel merito dei danni che ENI ha contribuito ad arrecare ai ricorrenti. I cittadini e le due ONG chiedono che sia accertato che ENI, il MEF e CDP sono responsabili per danni alla salute, all'incolumità e alle proprietà, e che hanno messo e continuano a mettere in pericolo gli stessi beni per effetto del cambiamento climatico.
La causa contro Leonardo e lo stato italiano
Un altro fronte giudiziario si è aperto in Italia il 29 settembre 2025, quando sette associazioni – AssoPacePalestina, A buon diritto, ATTAC Italia, ARCI, ACLI, Pax Christi, Un ponte per – insieme alla cittadina palestinese Hala Abulebdeh hanno depositato un ricorso presso il Tribunale civile di Roma contro Leonardo S.p.A. e lo stato italiano. L’azione legale, rappresentata dagli avvocati Luca Saltalamacchia, Veronica Dini, Michele Carducci e Antonello Ciervo, chiede che vengano dichiarati nulli i contratti di fornitura di armi e tecnologie militari tra Leonardo e Israele, per violazione dell’articolo 11 della Costituzione e della legge 185/1990 che vieta l’esportazione di armamenti verso stati responsabili di gravi violazioni dei diritti umani.
Leonardo, tra i maggiori produttori di armi al mondo e partecipata al 30% dal Ministero dell’economia e delle finanze, fornisce a Israele componenti per i cacciabombardieri F-35 utilizzati nei bombardamenti su Gaza, cannoni navali super-veloci, alette per le bombe GBU-39 e radar. Nel rapporto From economy of occupation to economy of genocide della relatrice speciale ONU Francesca Albanese, pubblicato nel giugno 2025, Leonardo viene citata esplicitamente non solo per l’hardware militare ma anche per la cooperazione accademica con l’Università Ben Gurion del Negev su intelligenza artificiale e data science, tecnologie impiegate nelle operazioni contro la popolazione palestinese. Se il tribunale riconoscerà la nullità dei contratti, Leonardo e lo stato italiano non potranno più fornire sostegno militare a Israele. È una delle prime azioni legali lanciate in un paese membro dell’UE contro una compagnia privata coinvolta in accordi di fornitura militare con lo stato israeliano, e potrebbe aprire una nuova frontiera del contenzioso legato ai conflitti armati e alle loro conseguenze umanitarie e ambientali.
Il caso Quirra
In Sardegna, un altro caso legato alle attività militari è entrato in una fase cruciale. A novembre 2025, nel processo d’appello sul poligono di Quirra, il sostituto procuratore generale Andrea Massidda ha chiesto di accogliere il ricorso delle parti civili, riconoscendo risarcimenti ai militari e ai civili danneggiati dalle esercitazioni militari. Otto ex comandanti del poligono interforze di Perdasdefogu e del distaccamento di Capo San Lorenzo erano stati tutti assolti dal Tribunale di Lanusei nel 2021 dopo sette anni di processo. Erano accusati di omissione di cautele che, secondo l’ipotesi dell’accusa, avrebbero provocato decine di morti sospette per gravi patologie legate alle sostanze sprigionate nelle esercitazioni all'interno della base.
Dal punto di vista penale, la vicenda è ormai chiusa con l’assoluzione. Ma resta la questione dei risarcimenti, legati ai ricorsi degli avvocati Bachisio Mele, per conto del Comitato sardo “Gettiamo le basi”, e Giuseppe Caboni, che difende alcune persone di Escalaplano colpite da gravissime malattie. Le indagini della Procura di Lanusei, iniziate nel 2002, avevano ipotizzato che non erano state interdette al pubblico le aree dove si svolgevano le esercitazioni con esplosioni e lanci di missili e che non sarebbero state assegnate al personale militare le necessarie protezioni. Il processo è stato rinviato al 3 marzo 2026. Il caso Quirra rappresenta uno dei più lunghi e controversi contenziosi ambientali legati ad attività militari in Italia, con 168 morti sospette tra pastori, cittadini e personale militare documentate nel corso delle indagini.
Stati Uniti: il fronte che non si arrende
Negli Stati Uniti, il contenzioso climatico procede su binari paralleli e contraddittori. Da un lato, diversi stati e municipalità stanno portando avanti con successo cause contro le Big Oil per decenni di disinformazione climatica. Il Maine, il Vermont e New York hanno intentato procedimenti chiedendo miliardi di dollari di risarcimenti. Le corti federali stanno respingendo le obiezioni procedurali delle compagnie petrolifere, permettendo ai casi di andare avanti.
Dall’altro lato, però, cresce il fenomeno del contenzioso “anti-climatico”: cause intentate per rallentare, bloccare o annullare politiche di mitigazione e adattamento. Nel 2024, secondo il Grantham Research Institute, il 27% dei 226 nuovi casi climatici aveva come obiettivo resistere o ritardare le politiche climatiche, e l’88% di questi è stato depositato in tribunali statunitensi. Associazioni di categoria, think tank conservatori e alcuni stati a guida repubblicana stanno usando i tribunali per ostacolare la transizione energetica. È una strategia che mira a rallentare i cambiamenti normativi e a creare incertezza giuridica intorno alle politiche climatiche.
Secondo l’aggiornamento settimanale di Loes van Dijk nel suo Climate Litigation Tracker, il panorama negli USA è particolarmente vivace anche per altri motivi. Un giudice federale ha annullato la terminazione da parte della FEMA di un programma di mitigazione dei disastri. Earthjustice ha intentato una causa per bloccare le approvazioni dell'esplorazione artica di ConocoPhillips. La contea di Los Angeles ha citato in giudizio compagnie petrolifere per i rischi di inquinamento tossico derivanti da pozzi non sigillati. In Wisconsin, si sta spingendo per la divulgazione dei dati sulla domanda energetica di un data center di Meta. E in California, un giudice federale ha ordinato al querelante di chiarire le accuse di greenwashing nel caso dello zucchero Florida Crystals.
Il Sud Globale si organizza
Se il Nord ha dominato per anni il panorama del contenzioso climatico, oggi è il Sud Globale a mostrare la crescita più rapida. E i casi si fanno sempre più audaci, affrontando temi che intrecciano diritti umani, giustizia ambientale e responsabilità aziendale.
In Africa, la Corte africana dei diritti umani ha ordinato al Kenya di conformarsi finalmente alle precedenti sentenze a favore del popolo Ogiek e di proteggere la foresta di Mau, uno degli ecosistemi più critici del continente. È un caso che si trascina da anni e che ora entra in una fase decisiva. In Sudafrica, gli azionisti di Thungela Resources hanno intentato una causa contro la compagnia mineraria del carbone dopo ripetuti rifiuti di mettere all’ordine del giorno risoluzioni sul clima. Sempre in Sudafrica, gruppi per la giustizia ambientale hanno contestato le esenzioni per l’inquinamento atmosferico concesse a Eskom, la compagnia elettrica nazionale, sostenendo che violano la legislazione sulla qualità dell’aria e, in via alternativa, sono incostituzionali.
In Asia, i residenti del Sumatra occidentale hanno avviato una causa civile contro lo stato indonesiano per negligenza a seguito di un disastro ecologico mortale. Parallelamente, ONG hanno depositato la prima denuncia in assoluto ai sensi dei princìpi dell’Equatore riguardante il progetto Papua LNG, insieme a una denuncia alle linee guida OCSE che prende di mira la strategia climatica e la traiettoria delle emissioni di ArcelorMittal.
Contenzioso climatico in Giappone, Nuova Zelanda e Belgio
Il Giappone ha visto a dicembre 2025 la presentazione della sua prima causa climatica: centinaia di persone hanno citato il governo centrale per la sua risposta “gravemente inadeguata” al cambiamento climatico. Il procedimento rappresenta un punto di svolta per un paese tradizionalmente restio al contenzioso ambientale.
La Nuova Zelanda, dopo che la Corte Suprema nel 2024 ha dato il via libera all’attivista Māori Mike Smith per citare sette corporazioni – tra cui Fonterra, il più grande esportatore di latticini al mondo – per il loro ruolo nel riscaldamento globale, si prepara a un processo che potrebbe ridefinire la responsabilità aziendale. Smith ha sostenuto che i princìpi del tikanga Māori, il sistema tradizionale di obblighi e riconoscimento dei torti, possano essere incorporati nel common law neozelandese. La Corte Suprema ha riconosciuto l’esistenza di un “danno da cambiamento climatico”, aprendo la strada a future azioni legali basate su questa nuova categoria giuridica.
In Belgio, dopo la sentenza del giugno 2021 con cui la Corte di prima istanza di Bruxelles ha condannato il governo per politiche climatiche inadeguate che violano i diritti umani – pur rifiutandosi di imporre obiettivi specifici – Klimaatzaak ha annunciato un ricorso alla Corte d’Appello. Il caso belga si inserisce in una serie di contenziosi europei contro gli stati che hanno visto esiti alterni ma hanno tutti contribuito a consolidare l’idea che l’inadempienza climatica può essere perseguita legalmente.
Le nuove frontiere del contenzioso climatico
Il contenzioso climatico si sta espandendo in settori finora poco esplorati. Non più solo energia fossile: ora nel mirino ci sono l’agricoltura intensiva, i trasporti, il settore alimentare e la grande distribuzione. Alcune cause prendono di mira le pratiche di greenwashing, altre contestano le decisioni degli investitori istituzionali che continuano a finanziare progetti ad alte emissioni.
In Germania, l’associazione ambientalista Deutsche Umwelthilfe ha intentato due cause significative: una contro il birrificio Rothaus per pubblicità ingannevole legata alla dicitura “Climate Positive 2030”, e un’altra contro lo stato di Berlino per non aver aggiornato il programma climatico come previsto dalla legge. Sono esempi di come il contenzioso stia diventando sempre più granulare, attaccando non solo le grandi compagnie fossili ma anche aziende di settori apparentemente marginali e amministrazioni locali inadempienti.
In Norvegia, la controversia sulla discarica mineraria di Førdefjorden si è intensificata con un ricorso in appello presentato da gruppi ambientalisti per ottenere un’ingiunzione che blocchi lo smaltimento dei rifiuti minerari nel fiordo. Il caso solleva questioni sulla compatibilità delle attività estrattive con la protezione degli ecosistemi marini e i diritti delle comunità costiere.
In Francia, ONG hanno avviato un’azione legale accusando lo stato di aver escluso illegalmente i territori d’oltremare dalle protezioni previste dalla Carta sociale europea. È una causa che interseca diritti sociali e giustizia climatica, considerando che molti di questi territori sono particolarmente vulnerabili agli impatti del cambiamento climatico. Altri attivisti e organizzazioni non governative hanno poi presentato denunce penali contro i direttori e gli azionisti di TotalEnergies che hanno votato a favore di strategie climatiche ritenute incompatibili con l’obiettivo di limitare il riscaldamento a 2°C.
Nel Regno Unito, un gruppo di studenti neozelandesi e britannici ha intentato una causa contro gli azionisti di BP che hanno respinto proposte per allineare la compagnia agli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Sono azioni che mirano a rendere gli investitori personalmente responsabili delle scelte strategiche delle aziende in cui detengono quote.
Un fenomeno preoccupante è l’aumento delle SLAPP, le cause strategiche contro la partecipazione pubblica. Shell ha intentato cause contro Greenpeace, TotalEnergies ha fatto lo stesso in Francia, ENI in Italia. Sono procedimenti che, pur basandosi spesso su accuse inconsistenti, mirano a sottrarre risorse economiche alle organizzazioni ambientaliste e a scoraggiare la critica pubblica. L’Unione Europea ha adottato una direttiva anti-SLAPP nel 2024, ma la sua implementazione nei vari stati membri procede a rilento.
Il contenzioso climatico sta dunque ridisegnando la governance globale del clima. I tribunali stanno colmando il vuoto lasciato dalla politica: dove le conferenze delle parti e gli accordi internazionali non riescono a produrre impegni vincolanti abbastanza ambiziosi, le corti stanno intervenendo per tutelare diritti fondamentali. Le conseguenze per le aziende sono profonde. Il rischio legale sta diventando un fattore materiale che gli investitori devono considerare, ad esempio le compagnie assicurative stanno iniziando a escludere dalla copertura le responsabilità legate al cambiamento climatico e gli azionisti stanno facendo pressione sui consigli di amministrazione perché adottino strategie di transizione credibili.
Per gli stati, la situazione non è meno complessa: i paesi che non rispettano gli impegni presi potrebbero trovarsi a pagare compensazioni miliardarie. Il meccanismo delle riparazioni climatiche che l’Ucraina si prepara a utilizzare contro la Russia potrebbe essere replicato in altri contesti: Gaza, il Darfur, lo Yemen.
Il 2026 non sarà l’anno in cui tutte queste cause arriveranno a conclusione. Molte proseguiranno ben oltre, tra appelli, ricorsi, perizie tecniche. Ma sarà l'anno in cui il contenzioso climatico diventerà definitivamente mainstream, in cui la possibilità di portare in tribunale chi inquina o chi non rispetta gli impegni climatici sarà considerata non un’eccezione ma una normale opzione legale.
In copertina: foto di Ehimetalor Akhere Unuabona, Unsplash
