Gli Stati Uniti hanno messo gli occhi sulla Groenlandia, e la questione non può più essere liquidata come una lontana provocazione, specie dall’Unione Europea. Come affermato il 6 gennaio dalla portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, Donald Trump e il suo team stanno valutando “una gamma di opzioni” per ottenere il controllo dell’isola, territorio autonomo sotto la corona danese. Le ipotesi spaziano dall’acquisto, come confermato dal segretario di stato Marco Rubio, all’uso diretto della forza militare.
“Ricorrere all'esercito statunitense è sempre un'opzione a disposizione del comandante in capo”, ha dichiarato Leavitt. Del resto, lo stesso Trump ha ribadito pubblicamente che gli Stati Uniti “hanno bisogno della Groenlandia” per ragioni di sicurezza. Un obiettivo tuttavia assente in toni espliciti nella National Security Strategy, documento che a dicembre 2025 ribaltava la politica estera statunitense invocando la dottrina Monroe, annunciando però il “corollario Trump” e il dominio sull'emisfero occidentale, dando così il via libera a negare “ai concorrenti extra-emisferici” basi, forze, risorse vitali o nuove rotte commerciali strategiche attraverso i ghiacci.
In questa prospettiva l’isola artica e le 57.000 persone che la abitano appaiono piuttosto l’antipasto di un piano più ampio, e l’annuncio della sua prossima annessione fumo negli occhi agli ex alleati europei, concentrati più sulla sovranità territoriale che sulla loro stessa coesione, vero obiettivo di Washington. Continuando a dettare unilateralmente l’agenda internazionale, Trump rinvia infatti il nodo con un “parliamo della Groenlandia tra venti giorni”, guadagnando tempo perché i paesi UE si muovano in ordine sparso e per testare i limiti del trasformismo del Vecchio Continente sui dossier più caldi, dal piano di pace per l’Ucraina al sequestro del dittatore venezuelano Nicolás Maduro, fino alla contesa sulla Groenlandia e le sue risorse, appunto.
L’Europa reagisce senza Bruxelles. La NATO affronterà sé stessa?
La reazione europea alle sempre più concrete mire di Trump sulla Groenlandia c’è stata, rapida ma frammentata. Il 6 gennaio Francia, Germania, Italia, Polonia, Spagna e Regno Unito insieme alla Danimarca hanno firmato una dichiarazione congiunta per sostenere che “la Groenlandia appartiene al suo popolo” e “solo la Danimarca e la Groenlandia possono decidere sulle questioni che riguardano le loro relazioni”. Il comunicato, a cui in un secondo momento si sono aggiunti i Paesi Bassi, sottolinea inoltre la necessità di "sostenere i princìpi della Carta delle Nazioni Unite, tra cui la sovranità, l'integrità territoriale e l'inviolabilità dei confini, e che la sicurezza artica deve essere garantita “collettivamente" dagli alleati della NATO.
Si aprono così due questioni. La prima: la Commissione europea e l’alta rappresentante Kaja Kallas non appaiono nella dichiarazione, non esprimendo reazioni, a differenza di quanto accaduto per il sequestro statunitense di Maduro, violazione lampante del diritto internazionale etichettata dall’esecutivo UE come “opportunità per una transizione democratica nel paese”. Sempre una portavoce della Commissione ha evitato commenti diretti sul caso artico, limitandosi a ribadire l’impegno dell’Unione per l’integrità della Groenlandia e la cooperazione con gli Stati Uniti. Tra le righe, mentre la Russia di Putin gongola, si legge la difficoltà di Bruxelles nel reagire unitaria di fronte a un alleato strategico che minaccia un altro membro della NATO, nonostante l’esistente e percorribile quadro di difesa reciproca previsto dall’Articolo 42, paragrafo 7, del Trattato sull’Unione Europea.
In secondo luogo, proprio l’Alleanza atlantica, concepita per la difesa collettiva attraverso il più noto Articolo 5, si confronta con uno scenario inedito: uno stato membro e principale contributore, gli USA, ipotizza l’uso della forza contro un altro, la Danimarca. Ma esiste davvero un rischio di scontro? Come riportato dal Telegraph, il Ministero della difesa danese ha confermato una direttiva del 1952 che obbliga i soldati a contrattaccare immediatamente qualsiasi forza che invada il suo territorio, inclusa la Groenlandia, senza aspettare ordini. La premier danese Mette Frederiksen ha ammonito che un attacco statunitense segnerebbe “la fine della NATO” e dell’ordine di sicurezza post-Seconda guerra mondiale, con possibili effetti destabilizzanti anche per l’Europa. Eppure la Danimarca è tra i partner che hanno pagato il prezzo più alto per la solidarietà atlantica: 44 soldati caduti in Afghanistan e altri 8 in Iraq, uno dei tassi di perdite pro capite più elevati dell’intera coalizione, secondo la BBC.
In tutto questo, il segretario generale della NATO Mark Rutte non è entrato nel merito del dossier Groenlandia, limitandosi a incontrare i leader dell’Alleanza a margine di una riunione della Coalizione dei volonterosi a Parigi, dove Francia e Regno Unito si sono detti pronti a inviare truppe in Ucraina al termine della guerra. Sarà che pochi giorni prima, alla BBC, Rutte aveva rivendicato che “grazie a Donald J. Trump la NATO è più forte che mai” e che l’Alleanza “non è mai stata così forte dalla caduta del muro di Berlino”. Ma ne emerge un paradosso: mentre si pianifica il dispiegamento di forze in difesa di un paese non ancora parte dell’Unione Europea, si tentenna di fronte alle minacce rivolte a un territorio già europeo e a un alleato storico come la Danimarca, che, nel momento in cui scriviamo, ancora attende sostegno militare dalle altre potenze europee. Solo la Francia, riporta Reuters, starebbe collaborando con i propri partner, in particolare Germania e Polonia, alla definizione di un piano di risposta nel caso in cui gli Stati Uniti mettessero in atto la loro minaccia di annettere la Groenlandia, ha dichiarato mercoledì 7 il ministro degli esteri Jean-Noel Barrot.
Gli interessi industriali nell’Artico
Al centro della contesa non c’è solo la geografia militare. La Groenlandia concentra risorse considerate cruciali nella competizione globale: terre rare e altri minerali critici, potenziale idroelettrico e, almeno in prospettiva, idrocarburi offshore. Durante un’audizione al Congresso USA nel 2025, l’attenzione si è proprio focalizzata sul valore strategico di queste risorse, senza però affrontare il contesto ambientale in cui si collocano.
L’Artico è la regione che si riscalda più rapidamente al mondo, e il cambiamento climatico amplifica i rischi legati a ogni ipotesi di sfruttamento. Nel 2021 il governo groenlandese ha vietato le trivellazioni per petrolio e gas per ragioni ambientali. Una scelta che contrasta con l’interesse dell’amministrazione Trump a riaprire l’esplorazione, nonostante i costi elevati, i risultati finora deludenti e i pericoli operativi legati alle condizioni ambientali estreme.
Va poi ricordato che la Groenlandia gode di ampio autogoverno dal 1979, pur mantenendo difesa e politica estera in mano alla Danimarca. La maggioranza della popolazione è favorevole all’indipendenza dalla Danimarca, ma opposta a diventare parte degli Stati Uniti, che già dispongono di una base militare sull’isola. Nel 2023 la Danimarca ha garantito alla Groenlandia un trasferimento di 4,14 miliardi di corone (circa 550-560 milioni di euro), pari a circa la metà delle entrate del governo locale e a circa un quinto del PIL, un pilastro del welfare danese che resta un elemento centrale di stabilità spesso ignorato da chi riduce l’isola a semplice piattaforma militare.
Negli Stati Uniti invece il sostegno all’annessione è limitato: un sondaggio YouGov di agosto 2025 indica che solo il 7% degli statunitesi approverebbe una presa militare. Nonostante questo, Trump ha nominato come inviato speciale il governatore della Louisiana Jeff Landry, sostenitore pubblico dell’annessione, e Katie Miller ha diffuso un’immagine della Groenlandia con la bandiera americana e la scritta “SOON”. Azioni a cui il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen ha risposto: “Adesso basta. Basta pressioni. Basta insinuazioni. Basta fantasie di annessione. Siamo aperti al dialogo. Siamo aperti alla discussione. Ma ciò deve avvenire attraverso i canali appropriati e nel rispetto del diritto internazionale”. Non resta che augurarselo.
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