Nelle prime ore della mattina (in Italia erano circa le 7) di sabato 28 febbraio, Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran con un’azione militare chiamata da Tel Aviv “Ruggito del Leone” e da Washington “Operation Epic Fury”. L’attacco, definito da Trump e Netanyahu “preventivo”, era atteso da settimane, considerata la tensione crescente e l’andamento insoddisfacente dei negoziati USA-Iran sul nucleare, e avrebbe, a detta dei due stessi leader, l’obiettivo di rovesciare il regime islamico.

La risposta di Teheran è stata immediata: circa 35 missili balistici sono stati lanciati verso Israele, secondo le Forze di difesa israeliane (IDF), con esplosioni avvertite a Tela Aviv e sirene d'allarme attivate a Gerusalemme, mentre i pasdaran annunciavano l’operazione “True Promise 4” contro basi USA in Bahrein, Qatar ed Emirati Arabi Uniti.

Secondo fonti citate dal New York Times, nel mirino israeliano ci sarebbe l’apparato militare iraniano oltre ai siti nucleari (Teheran disporrebbe infatti di circa 2.000 missili balistici distribuiti nel paese), con almeno trenta obiettivi colpiti in quattro città iraniane, inclusa Teheran, con raid “via aria e mare” partiti da basi Usa in Medio Oriente e da portaerei. Media iraniani riferiscono di esplosioni a Isfahan, Shiraz, Tabriz e nelle aree portuali del Golfo Persico, cruciali per l’export petrolifero, con vittime civili, tra cui studenti di una scuola. Channel 12 riporta la distruzione del complesso della Guida Suprema Ali Khamenei, che però, secondo Reuters, sarebbe in salvo in un luogo sicuro.

Il nodo nucleare e la strategia preventiva

Le tensioni tra Iran, Israele e Stati Uniti hanno una storia lunga decenni, ma la motivazione ufficiale dell’operazione odierna, più vasta di quella dello scorso giugno, ruota attorno alla necessità di neutralizzare il programma nucleare iraniano. Donald Trump ha infatti dichiarato: “Distruggeremo i loro missili e ci assicureremo che l'Iran non abbia il nucleare. Il regime imparerà a breve che non bisogna sfidare la forza delle forze armate americane. Deponete le armi e sarete trattati giustamente con l'immunità totale o affronterete una morte certa", per poi esortare il popolo iraniano a "prendere il controllo del proprio governo". Benjamin Netanyahu ha invece parlato di minaccia esistenziale, sostenendo che Teheran avrebbe accelerato l’arricchimento dell’uranio oltre i limiti compatibili con un uso civile.

I negoziati indiretti condotti a Ginevra nelle scorse settimane precedenti non hanno inoltre prodotto risultati concreti. Secondo il ministro degli esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, l’Iran avrebbe accettato di non accumulare uranio arricchito ma rifiutato altre richieste su missili balistici e sostegno a gruppi regionali. L'Oman ha comunque condannato l'attacco all'Iran.

Dal punto di vista giuridico internazionale, l’attacco solleva interrogativi sulla legittimità della dottrina dell’azione preventiva, soprattutto in assenza di un attacco iraniano imminente formalmente accertato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ma l’azione militare si inserisce in un contesto politico interno delicato per Israele, con elezioni previste entro l’autunno che vedono Netanyahu in una posizione precaria e desideroso di ristabilire la propria immagine di “garante della sicurezza di Israele”, mentre gli Stati Uniti stanno ridefinendo la strategia nell’area indo-pacifica e mediorientale.

Impatti su energia e mercati

L’attacco all’Iran ha avuto ripercussioni immediate sui mercati energetici: dal Golfo Persico dipende infatti circa il 30% del traffico mondiale di greggio via mare, ed eventuali blocchi nello Stretto di Hormuz potrebbero ridurre significativamente l’offerta globale, con effetti diretti su prezzi, inflazione e crescita economica.

Gli analisti stimano che un’interruzione prolungata delle esportazioni iraniane – pari a circa 3 milioni di barili al giorno – potrebbe generare un aumento del prezzo del Brent superiore al 20% nel breve termine. Le borse asiatiche hanno registrato cali nelle ore successive ai raid, mentre oro e dollaro hanno rafforzato la propria posizione come beni rifugio.

In questo contesto è facile capire anche la volontà di Donald Trump di esercitare un maggior controllo su un’area cruciale per gli scambi economici mondiali, soprattutto di petrolio, su cui il presidente sta puntando molto la propria politica, a scapito delle rinnovabili e della transizione energetica.

Il rischio di un’escalation regionale

La risposta iraniana è stata immediata. Le Guardie Rivoluzionarie hanno annunciato l’operazione “Truth Promise 4” (o “True Promise 4”), definendola una replica all’“aggressione americano-sionista”. Secondo le forze armate israeliane, circa 35 missili balistici sono stati lanciati verso Israele nelle prime ore successive all’attacco, con intercettazioni da parte dei sistemi di difesa aerea e almeno un ferito lieve a Umm al-Fahm, nell’area di Haifa.

Missili e droni avrebbero colpito anche la base della Quinta Flotta statunitense in Bahrein, oltre a obiettivi in Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Il Bahrein ha confermato di essere sotto attacco. Esplosioni sono state segnalate ad Abu Dhabi, Doha e Riad, a dimostrazione di un conflitto ormai regionalizzato.

Il rischio sistemico è elevato: le rotte energetiche del Golfo Persico, da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale, sono esposte a potenziali interruzioni. Le esplosioni segnalate nei pressi di città portuali strategiche come Asaluyeh accrescono l’incertezza sui mercati energetici globali, con possibili ripercussioni su prezzi, inflazione e crescita.

Le reazioni internazionali

L’Unione Europea ha attivato la rete consolare e ritirato il personale non essenziale, mentre l’Alta rappresentante Kaja Kallas ha dichiarato su X: “Gli ultimi sviluppi in Medio Oriente sono pericolosi. Il regime iraniano ha ucciso migliaia di persone. I suoi programmi missilistici balistici e nucleari, insieme al sostegno ai gruppi terroristici, rappresentano una seria minaccia per la sicurezza globale. Ho parlato con il ministro degli esteri israeliano Saar e con altri ministri della regione. L'UE si sta inoltre coordinando strettamente con i partner arabi per esplorare vie diplomatiche”. Kallas ha sottolineato che “la protezione dei civili e il diritto internazionale umanitario sono una priorità. La nostra rete consolare è pienamente impegnata ad agevolare la partenza dei cittadini dell'UE. Il personale non essenziale dell'UE viene ritirato dalla regione”. Intanto la missione navale europea Aspides resta in stato di massima allerta nel Mar Rosso, “pronta a contribuire a mantenere aperto il corridoio marittimo”.

Parigi, che ha delle basi e una presenza armata regolare in Medio Oriente, ha fatto sapere all’Associated Press attraverso il portavoce militare, colonnello Guillaume Vernet, che la presenza militare francese nell’area “garantisce la valutazione indipendente della situazione da parte della Francia”. La sottosegretaria alla difesa Alice Rufo ha inoltre dichiarato alla rete televisiva France-2 che “è in corso un'escalation militare […] Non è il momento di negoziare. Siamo in una situazione di guerra. La nostra priorità è la protezione dei nostri cittadini e delle nostre forze nella regione”.

La Russia, invece, tramite il proprio ministro degli esteri, ha dichiarato l’attacco “un atto di aggressione armata pianificato e immotivato contro uno stato membro sovrano e indipendente delle Nazioni Unite, in violazione dei principi e delle norme fondamentali del diritto internazionale”.

La posizione dell’Italia

In risposta allo stato di crisi, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha convocato una riunione telefonica con i vertici dell’esecutivo, tra cui il ministro degli esteri Antonio Tajani e il ministro della difesa Guido Crosetto. Palazzo Chigi ha poi riferito che il governo “si terrà in contatto con i principali alleati e leader della regione già a partire dalle prossime ore per sostenere ogni iniziativa che possa condurre a un allentamento delle tensioni”.

Sky TG24 Tajani, secondo cui non si tratta di "una guerra lampo" ma "durerà giorni", ha dichiarato che “la situazione è molto preoccupante, già abbiamo ridotto da alcune settimane al minimo la presenza diplomatica a Teheran. Siamo pronti all'evacuazione anche degli italiani che volessero farlo, come abbiamo fatto in occasione della guerra di qualche mese fa", aggiungendo poi che al momento "non c'è neanche un italiano coinvolto negli attacchi molteplici che ci sono stati in Iran e nei paesi dell'area del Golfo”. I militari italiani presenti in Kuwait, nella base attaccata con missili iraniani, risultano tutti incolumi, pur a fronte di “danni ingenti alla pista”. A Roma è stata poi innalzata l’attenzione su obiettivi sensibili, comprese ambasciate e luoghi di culto.

 

In copertina: una colonna di fumo si alza sopra Teheran dopo un’esplosione avvenuta il 28 febbraio 2026, Mahsa/MEI/SIPA, Agenzia IPA