Avevano investito in macchinari, pannelli fotovoltaici ad alta efficienza, certificazioni energetiche. Avevano fatto esattamente quello che il governo chiedeva loro: innovare, digitalizzare, efficientare. Oggi, oltre settemila imprese italiane si ritrovano con un credito d'imposta ridotto al 15,75% anziché il 45% promesso. E con un nome che sa di beffa burocratica: "esodate" della Transizione 5.0. Il vicepresidente di Confindustria Marco Nocivelli, in un'intervista a La Stampa, non usa giri di parole: "Siamo esterrefatti. Rompere questa fiducia rischia di spingere gli imprenditori altrove, con conseguente perdita di posti di lavoro. Per questo è inaccettabile e bisogna porvi rimedio".

Il decreto fiscale approvato dal Consiglio dei ministri il 27 marzo 2026 ha trasformato in un colpo solo il principale strumento italiano per la doppia transizione, digitale ed energetica, in un caso di scuola su come la politica industriale possa generare il suo esatto contrario: incertezza, sfiducia, paralisi degli investimenti.

La narrazione del fallimento e le promesse tradite

Il Piano Transizione 5.0 nasceva nel novembre 2023 come componente italiana del programma europeo RepowerEU, con una dotazione iniziale di 6,3 miliardi di euro interamente finanziati a fondo perduto dal PNRR. L'idea era legare gli incentivi all'acquisto di beni strumentali 4.0 − macchinari, software, impianti per l'autoconsumo da fonti rinnovabili − a un risparmio energetico certificato: più alta la riduzione dei consumi, più generoso il credito d'imposta, dal 35% al 45% per investimenti fino a 10 milioni di euro. Una logica opposta a quella del precedente Piano 4.0, che offriva un credito automatico del 20% senza alcun vincolo ambientale.

Ma tra norma primaria e operatività concreta sono passati oltre cinque mesi: la piattaforma del GSE ha aperto il 7 agosto 2024 senza linee guida complete, con FAQ frammentarie, certificatori incerti sulle procedure, e un mercato della consulenza tecnica impreparato a gestire scenari controfattuali e certificazioni DNSH. A ottobre appena 200 progetti risultavano completati, per crediti di circa 70 milioni di euro. A novembre 2024, Il Sole 24 Ore fissava il punto più basso: 99 milioni di crediti prenotati, l'1,6% dei fondi disponibili, da sole 324 imprese.

Su quel dato si è costruita la narrazione del fallimento. Confindustria ha premuto per spostare le risorse su strumenti più semplici, Nocivelli stimava un tiraggio massimo tra 2 e 2,5 miliardi. Ma la realtà si muoveva in direzione opposta. Con le semplificazioni della Legge di bilancio 2025 e soprattutto con la progressiva comprensione della misura da parte di imprese e consulenti, la curva delle richieste è esplosa: a marzo 2025 i crediti crescevano al ritmo di quasi 8 milioni al giorno. A novembre 2025, secondo i dati della piattaforma GSE, le domande avevano raggiunto i 4,8 miliardi di euro da oltre 20.000 imprese: quasi il doppio del plafond, nel frattempo ridotto a 2,5 miliardi dalla rimodulazione PNRR decisa dalla cabina di regia sul Piano nazionale di ripresa e resilienza il 25 settembre 2025.

Il dato più significativo è nella distribuzione per classi di merito energetico registrata dal GSE sull'intero parco delle quasi 19.000 istanze: oltre tre quarti dei progetti hanno raggiunto la classe più alta, dimostrando risparmi energetici superiori al 15% nei processi produttivi, e oltre l'80% dei crediti complessivi è stato generato proprio da questi progetti virtuosi. Le imprese italiane, quando messe nelle condizioni di comprendere uno strumento complesso, si sono dimostrate capaci di gestirne la complessità e di produrre risultati ambientali misurabili. Ma a quel punto i fondi erano esauriti. Il decreto direttoriale del 6 novembre 2025 ha sancito l'esaurimento delle risorse, e 7.417 progetti sono rimasti in lista d'attesa, senza copertura finanziaria.

La Legge di bilancio 2026 aveva stanziato 1,3 miliardi per rifinanziare le domande scoperte. Il governo aveva rassicurato ripetutamente le imprese. Nocivelli lo ricorda con amarezza: "Tre ministri − Tommaso Foti, Giancarlo Giorgetti e Adolfo Urso − ci avevano garantito che non ci sarebbero stati esodati del 5.0. Molti imprenditori hanno anticipato i lavori per rientrare nelle disposizioni. Si sono fidati della parola del governo e hanno scelto di investire nel paese".

Invece il decreto fiscale (DL 38/2026) approvato venerdì 27 marzo ha riscritto i conti in modo radicale. L'articolo 8 del provvedimento dispone che alle imprese "esodate" venga riconosciuto un credito d'imposta pari al 35% di quanto originariamente richiesto: non dell'investimento, ma del credito stesso. Per chi aveva diritto all'aliquota massima del 45%, l'agevolazione effettiva scende al 15,75%: meno della metà di quanto avrebbe garantito il vecchio Piano 4.0. Vengono inoltre esclusi dal beneficio gli investimenti in fonti rinnovabili, compresi quegli impianti fotovoltaici ad alta efficienza, prodotti in Europa e iscritti nel registro ENEA, che le aziende erano state esplicitamente incentivate ad acquistare. Lo stanziamento effettivo è di 537 milioni di euro per il 2026, un terzo dei fondi previsti dalla manovra.

“Esterrefatti”: le imprese alzano la voce

Lo scontro tra mondo produttivo e governo è stato immediato, trasversale e durissimo, dalle grandi confederazioni alle filiere agricole. Il presidente di Confindustria Emanuele Orsini ha definito la situazione "un nodo grave per il sistema produttivo" e ha chiesto l'apertura immediata di un tavolo: "La credibilità degli impegni assunti è un elemento fondamentale. La fiducia tra istituzioni e sistema produttivo non può venire meno". Nocivelli ha rincarato: "Il fatto di non poter fare affidamento sulle norme e sulle dichiarazioni del Governo mina profondamente la fiducia delle imprese e scoraggia chi vorrebbe continuare a fare impresa in Italia". Poi l'affondo: "Apprendiamo che si sarebbero trovate altre risorse per l'iperammortamento: la nostra risposta è ‘prima si paghi il debito con le imprese esodate del 5.0’".

Dalle regioni del Nord-Est manifatturiero, le più colpite, sono arrivate le reazioni più nette. Il presidente di Confindustria Veneto Raffaele Boscaini ha parlato di "rottura del patto di fiducia tra stato e sistema produttivo", definendo il taglio "un colpo durissimo": "Se le regole del gioco cambiano a partita conclusa, con effetti retroattivi, si mette in ginocchio la capacità finanziaria delle imprese". Paola Carron, presidente di Confindustria Veneto Est, ha aggiunto numeri concreti: "In Veneto oltre il 30% delle imprese nel 2025 avrebbe già realizzato investimenti e più di un terzo ne avrebbe in corso o previsti. Stiamo parlando di centinaia di milioni di euro di investimenti già attivati sulla base di impegni chiari assunti dalle istituzioni, e di imprese che oggi, per decreto, rischiano di trovarsi con piani industriali improvvisamente insostenibili". Riccardo Rosa, presidente di UCIMU-Sistemi per produrre, ha usato una parola pesante: "Oggi le nostre aziende si sentono tradite da chi dovrebbe essere al loro fianco".

Lo scontro ha attraversato anche le piccole imprese e l'artigianato. Il presidente di Confartigianato Marco Granelli ha parlato di "amara sorpresa" e di un atto che "compromette il rapporto di fiducia che molti imprenditori avevano riposto nell'effettuare investimenti in innovazione e transizione green", con una formula destinata a restare: "Il legittimo affidamento delle imprese non può essere trasformato in una lotteria a premi. Drenare risorse a chi ha già investito significa comprometterne i piani finanziari nell'immediato e frenare proprio quello sviluppo che tali investimenti avrebbero dovuto garantire".

Il fronte delle proteste si è esteso fino alla filiera agricola. Andrea Borio, presidente di Federacma, la Federazione Confcommercio delle macchine agricole, ha denunciato una "situazione gravissima": "Le imprese agricole sono state prima incentivate a investire, a innovare, a fare un salto tecnologico. Oggi si vedono cambiare le regole a partita in corso. Si parla di investimenti già programmati, contratti firmati, acconti versati". Un appello diretto al ministro dell'agricoltura Lollobrigida affinché intervenga, perché "è l'intera filiera a essere colpita, ma sono gli agricoltori a pagare le conseguenze più pesanti". Anche CONFAPI si è unita al fronte.

Lo scontro dentro il governo e le reazioni politiche

Il decreto ha aperto una crepa anche all'interno dell'esecutivo. Secondo fonti interne al Consiglio dei ministri, si è consumato un duro scontro tra il ministro dell'economia Giancarlo Giorgetti e il titolare del MIMIT Adolfo Urso, contrario alla riduzione degli incentivi. Giorgetti, intervenendo al Forum del think tank TEHA a Cernobbio, ha difeso la scelta come inevitabile, invocando la crisi mediorientale come "uno shock esterno paragonabile a quello della crisi in Ucraina" che costringe a "fare delle riflessioni su cosa fare, chi aiutare, chi incentivare". Una logica respinta dal mondo produttivo: se le risorse vanno redistribuite, perché proprio a spese di chi ha già investito fidandosi delle regole?

Dalla maggioranza, la deputata di FdI Ylenja Lucaselli ha cercato di minimizzare: "Il credito d'imposta è di per sé una misura non certa, viene utilizzata fintanto quanto le risorse sono presenti. Non si tratta di un patto tradito". Ma l'opposizione ha attaccato a testa bassa. La vicepresidente della Camera Anna Ascani (PD) ha parlato di "ennesimo schiaffo al mondo produttivo" che "mette a rischio gli investimenti" dopo "tre anni di calo della produzione industriale", con imprese che "rischiano di dover fronteggiare debiti insostenibili". I parlamentari M5S delle commissioni Bilancio e Finanze hanno definito il decreto la prova che "il governo non vuole o non è in grado di andare avanti", accusando l'esecutivo di aver "preso per i fondelli per tre anni un sistema produttivo che ancora oggi non vede attuata la nuova Transizione 5.0". Dal Friuli Venezia-Giulia, il capogruppo PD Diego Moretti ha chiesto al governatore Fedriga di "trasmettere al Governo la profonda preoccupazione del tessuto socioeconomico regionale", dopo che il presidente di Confindustria Alto Adriatico Michelangelo Agrusti ha invitato a "una mobilitazione del sistema delle imprese".

La mediazione di Palazzo Chigi si è tradotta nella convocazione di un tavolo con le associazioni datoriali, fissato per mercoledì 1° aprile al MIMIT, e nella dichiarazione che in sede di conversione parlamentare del decreto potranno essere valutate "eventuali risorse aggiuntive".

La Transizione 5.0 aveva funzionato ma in caso di crisi il primo a saltare è il green

Ma l’impatto della vicenda va ben oltre la contabilità dei crediti perduti. Il paradosso più amaro emerge dai dati stessi del GSE: le imprese che hanno investito di più nella qualità energetica dei progetti − raggiungendo la miglior classe di merito, con certificazioni e risparmi verificati − subiscono la decurtazione maggiore in termini assoluti. Un meccanismo che inverte la logica meritocratica che era il fondamento stesso della misura: chi si aspettava il 45% si ritrova al 15,75%, meno di chi partiva dal 35%.

Le imprese coinvolte sono oltre settemila, con investimenti complessivi stimati intorno ai 2 miliardi di euro che restano nel limbo. Nocivelli lo dice senza mezzi termini: "In un momento già segnato dall'instabilità geopolitica e dal caro energia, questa decisione rischia di allontanare chi aveva scelto di investire in Italia invece di andare all'estero". Carron segnala "centinaia di milioni di euro di investimenti già attivati" nel solo Veneto che rischiano di diventare "piani industriali insostenibili". Borio denuncia "migliaia di imprese agricole esposte finanziariamente". Il rischio è che il blocco degli investimenti si trasformi in un freno all'occupazione proprio in quei settori − efficienza energetica, rinnovabili, digitalizzazione industriale − che dovrebbero trainare la transizione ecologica.

L'aspetto più significativo per chi si occupa di transizione energetica è l'esclusione dal nuovo credito degli investimenti in fonti rinnovabili. Per una misura che aveva tra i suoi pilastri l'autoconsumo da fonti rinnovabili e che aveva spinto le imprese ad acquistare moduli fotovoltaici ad alta efficienza prodotti in Europa, la scelta è un segnale di politica industriale inequivocabile: nel momento in cui le risorse scarseggiano, la componente green è la prima a essere sacrificata.

Il nuovo regime di incentivi per il 2026, l'iperammortamento, conferma questa direzione: le maggiorazioni legate alla riduzione dei consumi energetici sono state soppresse, il Ministero dell'ambiente esce dal perimetro del decreto attuativo, l'agevolazione torna a essere uno strumento puramente fiscale-tecnologico. Chi puntava a integrare digitale e decarbonizzazione dovrà rivedere i propri piani.

Eppure i dati della piattaforma GSE dimostrano che la Transizione 5.0 aveva funzionato esattamente dove doveva: la stragrande maggioranza dei crediti è stata generata da progetti con la miglior classe di risparmio energetico. Le imprese italiane, messe nelle condizioni di comprendere uno strumento complesso, hanno prodotto risultati ambientali misurabili. Una lezione che, a quanto pare, la politica italiana non ha voluto imparare. Il tavolo del 1° aprile al MIMIT dirà se esiste ancora uno spazio per correggere il tiro. Con la speranza che non si tratti di un pesce d’aprile.

 

In copertina: il ministro Giancarlo Giorgetti fotografato da Stefano Carofei, Agenzia IPA