La crisi energetica aperta dalla guerra in Iran ha rimesso sul tavolo una domanda che pareva ormai superata: e se ricominciassimo a comprare gas dalla Russia? Nel frattempo il governo italiano ha speso quasi un miliardo di euro in quaranta giorni per tagliare le accise sui carburanti e la presidente del Consiglio è volata nei paesi arabi e in Algeria. Tutte misure comprensibili, ma costose e poco lungimiranti. Proviamo a guardare numeri e fatti da vicino.

Tre motivi per cui tornare al gas russo non può funzionare

La tentazione ha una sua logica: prima del 2022 costava meno, arrivava via gasdotto, ed è un tema che da tempo non è più un tabù; ne parlano ormai apertamente Salvini e Descalzi, AD di ENI, considerato da molti il ministro degli esteri ombra dell'Italia. Ma ignora tre fatti elementari, come documenta Piero Maggi su Linkiesta.

Il primo è fisico: quei volumi non esistono più. I gasdotti Nord Stream sono distrutti. Il transito ucraino è chiuso dal 1° gennaio 2025. L'unica rotta rimasta è TurkStream, con una capacità di 16-17 miliardi di metri cubi, contro i 170-180 miliardi che l'Europa importava nel 2019. Non c'è infrastruttura per tornare a quei livelli, e costruirla richiederebbe anni.

Il secondo è economico: il gas russo non era mai stato davvero economico. Il prezzo basso non rifletteva un dato di mercato, ma la disponibilità politica di Mosca a garantire flussi stabili. Quando quella disponibilità è venuta meno, il costo reale è esploso in acquisti d'emergenza e sussidi pubblici per centinaia di miliardi. Tanto per fare un esempio, Uniper, il principale importatore tedesco, ha ottenuto 13 miliardi di euro di risarcimento arbitrale per le forniture non consegnate da Gazprom.

Il terzo è strutturale: anche se il gas russo tornasse, non abbasserebbe le bollette. Il meccanismo del prezzo marginale fa sì che finché una sola centrale a gas è necessaria per soddisfare la domanda, il suo prezzo fissa il prezzo per tutti, incluse le rinnovabili a costo zero. Il TTF è passato da 15-25 €/MWh prima della crisi a 300 €/MWh nell'agosto 2022 e si è stabilizzato intorno ai 45-50 €/MWh: il doppio strutturale. È utile su questo punto richiamare l'analisi di Davide Zampoli sul funzionamento del mercato elettrico europeo: il meccanismo del prezzo marginale si potrebbe modificare, ma in fondo non è un difetto del sistema, funziona esattamente come deve. Finché il gas è necessario per garantire la sicurezza dell'offerta nelle ore in cui sole e vento non bastano, fissa il prezzo per tutti. La soluzione non è sopprimere quel segnale con tetti, sussidi o tagli alle accise, che nascondono la scarsità invece di risolverla. È ridurre strutturalmente il numero di ore in cui il gas è necessario: più rinnovabili, più accumuli e batterie, reti più intelligenti. Ogni ora in cui il gas smette di essere la fonte marginale è un'ora in cui il prezzo dell'elettricità scende per tutti.

C'è poi una conseguenza a dir poco sgradevole che quasi mai entra nel dibattito italiano. L'economista americano Severin Borenstein ha calcolato che il rialzo del petrolio legato alla crisi di Hormuz sta trasferendo circa 3 miliardi di dollari al giorno dai consumatori ai produttori. E quasi il 10% di quei guadagni va direttamente al governo russo e agli oligarchi, finanziando l'invasione dell'Ucraina. Chi propone di riaprire il rubinetto russo dovrebbe tenerne conto.

Chi guadagna davvero, e chi no

I bilanci 2024 delle grandi compagnie energetiche europee tracciano una linea netta. Da un lato le utility che hanno già fatto la svolta: Iberdrola (100% rinnovabili e reti, utile netto +17%), ENEL (82% di generazione zero-emissioni, EBITDA rinnovabili +65%), RWE (prima volta in cui le rinnovabili superano gas e carbone nella produzione). Dall'altro le oil & gas major: Shell (segmento rinnovabili in perdita per tutto il 2024), TotalEnergies (upstream fossile a 10 miliardi di dollari di utile vs 2 miliardi dell'energia integrata), Equinor (676 milioni di dollari di perdita dalle rinnovabili, e conseguente dimezzamento degli investimenti verdi, aumento del fossile del 10%). ENI è in questa seconda categoria. Nel 2024, il 3,82% dei ricavi di Plenitude, la controllata per gas e luce, proveniva dalle rinnovabili. Il 95,79% dal gas e dall'elettricità non rinnovabile. Con il consumo italiano di gas calato strutturalmente del 20% dal 2021, ogni anno che passa riduce il mercato principale di ENI. È chiaro che non ha alcun interesse nell’uscita dalla dipendenza dal gas.

Al Capital Markets Update 2024 Descalzi ha dichiarato: "Riteniamo che la transizione energetica possa essere realizzabile se genera ritorni adeguati e sostenibili." Normale, si dirà. Il problema è che “i ritorni adeguati” vengono ancora per il 96% dai fossili, e il piano 2025-2028 prevede un incremento della produzione di petrolio e gas del 3-4% annuo. Il confronto con Iberdrola, ENEL e RWE dimostra che la transizione è economicamente redditizia se la si fa davvero. La differenza non è tecnologica né finanziaria: è strategica. E non sempre le strategie e gli interessi delle grandi imprese energetiche coincidono automaticamente con quelli del paese in cui operano, che in teoria dovrebbe tendere a liberarsi dai fossili e ad abbassare al massimo bollette e dipendenza. Ma molti nel governo italiano sembrano non averlo ancora capito.

Manca meno tempo di quanto si creda

Dal 2021 al 2024 il consumo totale di gas in Italia è calato di quasi il 20%, pur con un rimbalzo nel 2025. La quota di generazione elettrica da fossili è scesa al 47% nel 2024, 8 punti in meno rispetto al 2023. Le rinnovabili hanno coperto il 41,2% della domanda, record assoluto. Inoltre, la riduzione della dipendenza dal gas può avvenire anche sul lato della domanda: ogni anno la domanda totale scende anche per efficienza ed elettrificazione. Con un'accelerazione a 12-15 GW annui, il ritmo tedesco, l'Italia potrebbe vedere effetti misurabili sui prezzi già in 3-4 anni. E per portare il gas dal 50% a meno del 20% della generazione elettrica servono 7-10 anni con politiche coerenti, che sarebbero ancora meno se si includono misure di riduzione della domanda.

Secondo l'analisi ODYSSEE sui consumi finali UE tra il 2000 e il 2024, i miglioramenti di efficienza energetica hanno rimosso 265 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio dalla domanda europea, più del consumo annuale combinato di Francia e Polonia. Senza quei miglioramenti, l'Europa avrebbe bisogno oggi del 31% di energia in più. La sinergia fra efficienza, rinnovabili, batterie e accumuli è quindi la strategia più efficace per la nostra sicurezza energetica. Lo ha detto anche la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen il 13 aprile scorso, incontrando i giornalisti a Bruxelles: "L'energia meno costosa è ovviamente quella che non utilizziamo. Dobbiamo ridurre la domanda, nel pieno rispetto della libera scelta dei consumatori. Stiamo valutando leve di efficienza energetica, come la ristrutturazione degli edifici o il rinnovo delle attrezzature negli impianti industriali." E ancora: "Stiamo pagando un prezzo molto alto per la nostra eccessiva dipendenza dai carburanti fossili. E la realtà amara per il nostro continente è che l'energia fossile resterà l'opzione più costosa negli anni a venire." Parole chiare, che il governo italiano farebbe bene ad ascoltare.

Purtroppo, in Italia si va in una direzione diversa: nel 2025 il consumo di gas è aumentato del 2,1% rispetto al 2024 e le installazioni di rinnovabili sono calate dell'8,2%, per la prima volta in quattro anni. Questo non per mancanza di capitali né di tecnologia: ci sono attualmente 300 GW di progetti in attesa di valutazione, ma per instabilità normativa e paralisi autorizzativa. Il Decreto FER X, che avrebbe dovuto pianificare le aste fino al 2028, è in ritardo di tre anni. In Italia servono fino a 6 anni per autorizzare un fotovoltaico, 7-8 per un eolico. Impossibile pensare a una corsa “rinnovabile” con questi enormi bastoni, anzi tronchi, nelle ruote.

Un miliardo per quaranta giorni: cosa si poteva fare

Poco dopo lo scoppio del conflitto in Iran, il governo ha approvato due decreti di taglio delle accise sui carburanti: 417 milioni per 20 giorni (18 marzo), poi 500 milioni di proroga fino al 1° maggio. Totale: oltre 900 milioni in quaranta giorni, circa un miliardo al mese, come ha confermato il ministro Pichetto Fratin. La seconda tranche è stata coperta in parte con 300 milioni di fondi ETS: quei proventi delle aste CO₂, che per legge europea dovrebbero finanziare la transizione, finanziano invece il gas. Illogico ma non sorprendente: l'Italia tra il 2012 e il 2024 ha incassato 18 miliardi dalle aste ETS, destinandone alla transizione solo il 9%.

Un miliardo di euro per 40 giorni di “aiutino” alla pompa: con quella stessa cifra si sarebbero potute installare tra le 100.000 e le 125.000 pompe di calore (8-10.000 euro l’una), riducendo i consumi di riscaldamento del 50-70% per vent'anni. Oppure isolare termicamente 50-65.000 appartamenti con cappotto esterno, con risparmio permanente del 25-40%. O installare 125-200.000 impianti fotovoltaici residenziali, ciascuno attivo per 25 anni. Il confronto è senz’altro azzardato, il taglio delle accise è immediato e lineare, le altre misure richiedono più tempo, organizzazione e volontà. Ma resta il fatto che gli effetti di un cappotto, di una pompa di calore, di un piano di elettrificazione sistematico non si esauriscono dopo quaranta giorni.

Cosa servirebbe davvero subito

Oltre a un cambio di approccio in modo da uscire dalla persistente e dominante mentalità secondo la quale “è impossibile liberarsi dal gas”, ci sono misure che potrebbero produrre effetti nel giro di mesi e sono note: potenziare subito la Commissione tecnica PNRR-PNIEC, sottodimensionata da anni; pubblicare un calendario pluriennale di aste FER con obiettivi chiari di almeno 10-15 GW annui; riformare gli oneri di sistema che oggi penalizzano l'elettricità fino a 34 volte rispetto al gas nell'industria, una misura a costo quasi zero che cambierebbe i segnali di prezzo per milioni di decisioni di investimento. E spingere su flessibilità ed efficientamento, in particolare negli edifici e nell’industria.

Insomma, la risposta alla dipendenza fossile non è riaprire rubinetti instabili, ma accelerare efficienza e rinnovabili. Il 31% di energia risparmiata dall'Europa in vent'anni non è stato negoziato con l'Arabia Saudita né con la Russia; lo stesso dicasi per il 41% di elettricità prodotta con le rinnovabili. Con 12-15 GW annui installati, l’Italia azzererebbe l’impatto del gas sul prezzo dell’elettricità in 5-7 anni, risparmiando miliardi in import e sussidi. Il miliardo speso in accise è un cerotto; un piano basato su efficienza, rinnovabili e batterie è invece la cura definitiva.

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In copertina: Giorgia Meloni fotografata da Marco Iacobucci, Agenzia IPA