In Europa c’è un paese che negli ultimi anni ha trasformato la transizione energetica in una politica economica vera e propria: la Spagna. Qui le rinnovabili non sono rimaste confinate alla dimensione ambientale, ma sono entrate nelle strategie industriali e infrastrutturali del paese: sole, vento e acqua sono diventati fattori di sviluppo e competitività. Il confronto con l’Italia, dove il dibattito resta spesso frammentato e controverso, mette in luce due approcci diversi alla stessa sfida.

I numeri aiutano a inquadrare la portata del cambiamento. Nel 2024 le rinnovabili hanno coperto il 56,8% del mix elettrico nazionale, il livello più alto mai raggiunto dalla Spagna, con una crescita annua superiore al 10%. Nel 2025 il trend non si è interrotto: fino al 25 novembre, la quota di elettricità prodotta da fonti rinnovabili è rimasta al 56,1%. Si tratta di valori che indicano una trasformazione ormai strutturale del sistema elettrico, non riconducibile a un singolo rimbalzo congiunturale.

La differenza non si misura soltanto in capacità installata, ma nella capacità di gestione del sistema. La Spagna è uno dei pochi paesi europei ad aver creato un centro interamente dedicato alla gestione delle rinnovabili all’interno della rete nazionale, il CECRE di Redeia. L’obiettivo è coordinare in tempo reale la produzione da fonti intermittenti e integrarla nel funzionamento complessivo del sistema elettrico. L’intermittenza non viene semplicemente assorbita, ma governata, e la transizione assume così una dimensione infrastrutturale.

Il fattore decisivo: la politica

Il salto spagnolo non nasce da un’accelerazione tecnologica isolata, ma da una scelta politica precisa. È l’elemento su cui insiste José Donoso, segretario generale di UNEF, l’associazione del fotovoltaico spagnolo. “Il punto di svolta per il fotovoltaico in Spagna è stato chiarissimo ed è stato l’intervento politico”, ci spiega. “Con il cambio di governo dal Partito popolare al Partito socialista, dal primo Consiglio dei ministri è arrivato un segnale inequivocabile: eliminare le barriere e sviluppare le rinnovabili, in particolare il fotovoltaico. Questo orientamento si è poi tradotto nel Piano nazionale energia e clima, che ha fissato obiettivi ambiziosi, successivamente anche rafforzati. Oggi il target ufficiale è superare i 70 gigawatt al 2030.”

A fare la differenza, secondo Donoso, non è stata tanto la quantità di risorse pubbliche mobilitate, quanto la chiarezza dell’indirizzo politico: “È stata una svolta politica che ha prodotto una svolta industriale. Non è stato un intervento diretto dello stato con sussidi massicci, ma un messaggio chiaro ai mercati: la Spagna crede nel solare. E quando questo messaggio arriva, le imprese reagiscono. Quello che ha fatto la differenza non è stata una formula tecnica, ma la volontà politica di togliere ostacoli e creare fiducia.” È da qui che nasce una prima distanza con l’Italia: a Madrid la politica ha svolto una funzione abilitante, a Roma spesso è diventata un fattore di incertezza.

Il solare come industria

Uno degli elementi più rilevanti dell’esperienza spagnola è che il fotovoltaico non è stato trattato come una tecnologia da sostenere artificialmente nel tempo, ma come un settore industriale da rendere competitivo. “Il paradosso della Spagna è che il governo non ha dovuto fare molto dal punto di vista operativo”, continua Donoso. “È bastato mostrare chiaramente che voleva far crescere il fotovoltaico. Lo sviluppo è stato quasi interamente privato, attraverso contratti bilaterali tra sviluppatori e clienti industriali, senza incentivi diretti e senza un ruolo centrale delle aste come in altri paesi.”

A fine 2023 la capacità fotovoltaica installata aveva superato i 32,5 GW, con 8,8 GW aggiunti in un solo anno. Oggi il solare copre il 13,6% del mix elettrico, genera un valore economico stimato in circa 18 miliardi di euro all’anno e occupa oltre 160.000 addetti. La spinta principale resta di natura industriale, con investimenti fondati su contratti diretti e su una domanda crescente da parte del tessuto produttivo.

Il punto di vista delle utility

Dal punto di vista delle grandi aziende elettriche, il giudizio è in gran parte convergente. Endesa, la maggiore utility del paese, individua nel periodo 2019-2025 la vera fase di decollo delle rinnovabili in Spagna, dopo anni di sostanziale blocco. Secondo la società, l’accelerazione è stata favorita da una combinazione di fattori: il rapido calo dei costi tecnologici, l’elevato numero di permessi concessi tra il 2016 e il 2020, la diffusione di progetti di grandi dimensioni – spesso superiori ai 100 MW – e l’emergere di nuove domande legate a data center, digitalizzazione e idrogeno.

Ora la sfida si sposta sull’infrastruttura. Endesa mette al centro anzitutto la questione delle reti: “È indispensabile consentire investimenti anticipatori nelle reti per sostenere l’elettrificazione e la nuova domanda”, spiega il gruppo a Matteria Rinnovabile, aggiungendo che “la remunerazione delle reti deve essere allineata a quella degli altri paesi europei”. Per Endesa è inoltre necessario “sviluppare modelli che ottimizzino l’utilizzo delle infrastrutture esistenti, creando sinergie tra reti private, distribuzione e trasmissione e favorendo forme di utilizzo flessibile della rete”.

Sul fronte dello stoccaggio, il giudizio è netto: “La Spagna è in ritardo. L’attenzione eccessiva alla filiera delle batterie non può far dimenticare l’urgenza di introdurre capacità di accumulo al ritmo richiesto dal sistema elettrico. I vertimenti sono già elevati e bisogna accelerare con tutte le soluzioni disponibili, inclusi i sistemi di pompaggio”.

Anche sullo sviluppo dei data center, Endesa richiama alla necessità di intervenire sul disegno del sistema: “Le nuove domande legate alla digitalizzazione rappresentano una grande opportunità, ma vanno accompagnate da modelli che ne riducano l’impatto sul sistema elettrico, sfruttando soluzioni come lo storage termico per il raffreddamento e l’utilizzo dei sistemi di backup per offrire flessibilità”.

I nodi aperti

Nonostante la traiettoria di forte crescita, anche il percorso spagnolo non è privo di rischi. La Spagna sta sperimentando gli effetti tipici di sistemi a forte penetrazione rinnovabile. “Non è lo spazio il vero limite, è l’equilibrio del sistema. In Spagna vediamo una crescita forte della domanda, tra industrie che vogliono elettrificarsi, data center e progetti di idrogeno”, spiega Donoso. “Abbiamo circa 50 gigawatt di nuova domanda potenziale, con oltre 30 già in pianificazione concreta.” La pressione si riflette anche sul mercato elettrico: “Il sistema dei prezzi marginalisti sta mostrando limiti evidenti: il fotovoltaico ha costi variabili bassissimi e questo deprime i prezzi soprattutto nei mesi primaverili. Servono strumenti di stabilizzazione come floor price o contratti di lungo periodo”.

Accanto agli aspetti tecnici, esiste poi un tema politico in senso stretto: il consenso. “Se le rinnovabili vengono percepite come un’imposizione, la politica cambia direzione. Per questo lavoriamo su biodiversità, qualità dei progetti e ricadute economiche locali. Se perdiamo consenso, perdiamo tutto”.

Dove l’Italia resta indietro

Il confronto con l’Italia è inevitabile. Due paesi mediterranei con caratteristiche simili hanno imboccato strade diverse. “In Italia il problema principale è la mancanza di fiducia. Le imprese hanno bisogno di stabilità e di credere nel regolatore. Bisogna eliminare le barriere amministrative e far capire alla politica che il sole è un’infrastruttura strategica del paese, non un elemento decorativo”, osserva Donoso.

I numeri fotografano una distanza ancora ampia. Secondo i dati di Terna di ottobre 2025, nei primi dieci mesi del 2025 il fabbisogno elettrico italiano (pari a 258.794 GWh) è stato coperto per il 42,4% da fonti rinnovabili, praticamente allo stesso livello delle fonti fossili (42,5%) mentre la restante quota è stata soddisfatta dal saldo con l’estero. In termini assoluti, la produzione elettrica verde si è attestata a 109,5 TWh, in lieve calo rispetto al 2024 (-2,2%). Il rallentamento è legato soprattutto all’idroelettrico, mentre il fotovoltaico continua a crescere e ha ormai superato la fonte idrica come primo contributore tra le rinnovabili.

Sempre secondo Terna, nel 2025 la produzione solare rappresenta il 36,8% del totale verde, contro il 32,9% dell’idroelettrico. Anche sul fronte della nuova capacità, il solare è la colonna portante: dei 5.400 MW rinnovabili installati tra gennaio e ottobre, 4.813 MW sono fotovoltaici. La capacità complessiva da fonti rinnovabili in esercizio raggiunge così i 55.354 MW.

Donoso lega direttamente questo ritardo strutturale a una questione di competitività: “Oggi l’Italia compra gas dentro uno scenario geopolitico instabile, mentre ha una risorsa propria: il sole. Il fotovoltaico è una tecnologia competitiva, adattissima a un paese che ha energia cara e industria manifatturiera”. Il risultato è una dinamica che definisce paradossale: “Sto vedendo aziende italiane valutare investimenti in Spagna invece che in patria, perché qui l’energia costa meno. È assurdo esportare investimenti solari”.

Il divario non riguarda la disponibilità delle risorse, ma la capacità di trasformarle in politica industriale. In Spagna le rinnovabili sono entrate nel sistema produttivo come fattore strutturale. In Italia restano ancora, troppo spesso, una conquista incompleta.

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