Sabato 28 febbraio 2026, nelle prime ore del mattino, Stati Uniti e Israele hanno lanciato un’operazione militare congiunta contro l’Iran, colpendo infrastrutture militari, missilistiche e nucleari, causando tra l’altro la morte dell’ayatollah Ali Khamenei. La risposta di Teheran è stata immediata: circa 35 missili balistici verso Israele, attacchi a basi statunitensi in Bahrein, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, e soprattutto la dichiarazione di chiusura dello Stretto di Hormuz. Per l’Italia, seconda partner commerciale europea dell’Iran dopo la Germania, le onde d’urto arrivano direttamente in bolletta e in fabbrica.

Quattro parole, “lo Stretto di Hormuz è chiuso”, trasmesse dalle motovedette dei Pasdaran, hanno gelato le cancellerie europee. Da quel corridoio di 54 chilometri tra Golfo Persico e Golfo dell’Oman transita circa il 20% del petrolio mondiale e oltre il 30% del commercio globale di gas naturale liquefatto. Centinaia di petroliere e metaniere sono rimaste ferme ai margini della rotta, compresi i carichi del Qatar, principale fornitore di GNL per l’Europa. I mercati hanno reagito con violenza: il Brent è balzato oltre gli 82 dollari al barile, con rialzi superiori al 13%, mentre il TTF di Amsterdam (l’indice di riferimento europeo per il gas) ha segnato un’impennata del 25%, tornando ai massimi da febbraio 2025.

Blocco dello Stretto di Hormuz, quali conseguenze per l’Italia

Per l’Italia il conto è salato e articolato su più livelli. Il primo è quello energetico diretto: nel 2025 circa il 25% del GNL consumato dal nostro paese proveniva dal Qatar – fra i 5 e i 6 miliardi di metri cubi − e tutto quel gas deve attraversare Hormuz. ENI ha contratti a lungo termine con Doha per la fornitura di fino a 1,5 miliardi di metri cubi annui per 27 anni a partire dal 2026. Se il blocco dovesse persistere, i rigassificatori italiani perderebbero una quota fondamentale del mix energetico nazionale, senza alternative immediate per sostituire quei volumi.

Il secondo livello è quello dei prezzi al consumo. Secondo le stime di Assium, l’associazione degli Utility manager, un incremento del 10% su gas ed elettricità costerebbe alle famiglie italiane circa 207 euro in più all’anno; se l’aumento toccasse il 30% per il gas e il 25% per la luce, l’aggravio salirebbe a 585 euro a famiglia. Come ha sottolineato il ministro della difesa Guido Crosetto in audizione parlamentare, i costi assicurativi per il trasporto marittimo sono già aumentati tra il 30% e il 50%, con effetti a cascata sull’intera filiera logistica e sui prezzi industriali. Ma per capire cosa significhi davvero questa crisi per l’Italia bisogna guardare più in profondità, alla storia di un rapporto che ha radici lunghe.

Le relazioni tra Italia e Iran

I legami tra Roma e Teheran non sono un’invenzione della globalizzazione. La prima visita di un capo di stato straniero nell’Italia repubblicana fu quella dello Scià di Persia, nell’agosto 1948. Negli anni Cinquanta, fu Enrico Mattei a rivoluzionare i rapporti petroliferi con l’Iran introducendo nel 1957 la formula 75/25 nei contratti dell’ENI − tre quarti dei profitti al paese produttore − sfidando il “cartello delle Sette Sorelle” (locuzione da lui coniata per indicare le sette maggiori compagnie petrolifere che ebbero il monopolio del petrolio dagli anni Quaranta ai Settanta).

Poi vennero le visite di Aldo Moro e di Arnaldo Forlani, ministro degli esteri del governo Andreotti, che nel maggio 1978 confermò a Teheran l’attenzione italiana per un paese considerato strategico nella parte meridionale dell’Asia. La rivoluzione islamica del 1979 raffredda i rapporti, ma non li spezza. Fu Romano Prodi, nel 1998, il primo premier europeo a visitare ufficialmente l’Iran dalla caduta dello Scià. E, come ricordava nel 2019 il presidente della Commissione esteri del parlamento iraniano in Senato, “fin dai tempi di Andreotti” l’Italia si è sempre distinta per un tratto di realismo nella gestione dei rapporti con Teheran, anche durante la guerra Iran-Iraq.

Il Joint Comprehensive Plan of Action

È su questo tessuto di relazioni che si innesta il JCPOA, il Joint Comprehensive Plan of Action, l’accordo sul nucleare iraniano firmato nel 2015 dall’Iran con i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito) più la Germania (il cosiddetto formato P5+1) con l’Unione Europea nel ruolo di coordinatrice dei negoziati. In cambio della limitazione del programma nucleare di Teheran, le potenze firmatarie revocavano le sanzioni economiche e finanziarie.

Per le imprese europee e italiane, il JCPOA fu una finestra di opportunità senza precedenti: nel 2017, al picco dell’accordo, l’export italiano verso l’Iran raggiunse 1,33 miliardi di euro. L’Italia era ed è il secondo partner commerciale europeo di Teheran, con il 15,6% della quota degli scambi UE-Iran. Ma nel maggio 2018 Donald Trump ritirò gli Stati Uniti dall’accordo e reimpose le sanzioni secondarie, quelle che pur non essendo giuridicamente vincolanti in Europa paralizzano di fatto il sistema bancario europeo minacciando con multe e restrizioni chiunque faccia affari con l’Iran. Il risultato: l’interscambio UE-Iran è crollato da 20,7 miliardi nel 2017 a 4,6 miliardi nel 2024. Le esportazioni italiane si sono dimezzate a 528 milioni di euro nel 2025.

Prima di quel crollo, le imprese italiane avevano scommesso pesantemente sull’Iran. Nel comparto delle rinnovabili, Carlo Maresca S.p.A. di Pescara fu il primo operatore a realizzare una centrale fotovoltaica nel paese. Nel marzo 2018 inaugurò sull’isola di Qeshm il parco “Blu Terra 2”: 30.000 pannelli su 20 ettari per 10 MW di potenza, con un investimento di 8 milioni di euro in full equity. Ma l’espansione prevista − altri 200 MW nei pressi di Teheran − non è mai partita. Lo stesso destino ha colpito il progetto da 1 GW di Genesis e Denikon nella provincia di Qazvin. In totale, i memorandum solari firmati da operatori italiani nel 2016 ammontavano a circa 1,5 GW. Il ritorno delle sanzioni li ha congelati tutti.

Il paradosso è che l’Iran ha condizioni eccezionali per il fotovoltaico: l’80% del territorio gode di 300 giorni di sole all’anno. Ma il vuoto lasciato dagli operatori occidentali è stato colmato da Pechino: nel maggio 2025 treni carichi di pannelli solari sono arrivati in Iran dalla Cina, mentre un accordo tra LDK Solar e il Ghadir Investment Group vale 1,2 miliardi di dollari.

Gli investimenti italiani in Iran

Nell’oil & gas, le cifre in gioco erano enormi. Saipem aveva firmato protocolli d’intesa per un gasdotto da 1.800 km e l’upgrade di raffinerie, per un valore di 5 miliardi di dollari. Maire Tecnimont aveva un memorandum da 1 miliardo di euro per raffinerie e impianti petrolchimici. Ansaldo Energia, presente in Iran dagli anni Sessanta, aveva fornito alla MAPNA 44 turbine a gas per circa 4.800 MW, pari al 20% della produzione elettrica iraniana.

Il caso più emblematico è quello di Danieli, colosso friulano della siderurgia: nel 2016 firmò accordi per circa 5,7 miliardi di euro e nel 2017 inaugurò a Isfahan quello che fu presentato come il più grande impianto siderurgico del Medio Oriente. Dopo il 2018 il CEO annunciò il congelamento di ordini per 1,5 miliardi. Eppure, a ottobre 2025 Danieli risulta ancora coinvolta con una partecipazione del 40% in una società iraniana.

Il tentativo istituzionale più ambizioso fu l’Accordo Quadro da 5 miliardi di euro firmato nel gennaio 2018 da Invitalia Global Investment con banche iraniane, concepito per aggirare la riluttanza di SACE e Cassa depositi e prestiti. Il DPCM attuativo non è mai entrato in vigore: il ritiro USA dal JCPOA rese l’operazione impraticabile. I 5 miliardi non sono mai stati erogati. La situazione attuale è di stallo per quasi tutte le aziende italiane. Le eccezioni documentate sono Danieli, Landi Renzo e Benetton, che mantengono controllate o filiali formalmente attive a Teheran. Tutti i grandi progetti restano congelati.

Le geopolitica dell’energia nell’attacco all’Iran

È in questo quadro che si innesta l’analisi del think tank italiano ECCO, secondo cui l’intervento militare va letto attraverso la lente della geopolitica dell’energia. Non è l’abbondanza di risorse fossili a rendere l’Iran strategico, ma la sua posizione geografica sulle rotte che collegano l’Asia all’Europa tramite Hormuz. L’operazione si inserisce nella dottrina della energy dominance: controllare le risorse fossili mondiali, indebolire la catena di alleanze Russia-Cina-Iran e riaffermare l’egemonia statunitense, nel quadro di una traiettoria che ha portato Washington al ritiro dall’Accordo di Parigi e dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.

Per l’Europa, il rischio è concreto e immediato. Simone Tagliapietra, analista del think tank Bruegel, ha avvertito che la vulnerabilità più acuta del continente riguarda il GNL: se i flussi attraverso Hormuz si riducessero, l’Europa sarebbe costretta a competere con gli acquirenti asiatici per i carichi spot flessibili, replicando lo scenario della crisi 2021-2023, quando i pochi carichi disponibili da altre provenienze (Stati Uniti, Africa occidentale, Australia) finirono all’asta tra Europa e Asia e i prezzi europei del gas schizzarono.

Goldman Sachs stima che un blocco di circa un mese potrebbe far salire i prezzi del gas europeo fino al 130%. Le riserve di stoccaggio a fine febbraio 2026 erano intorno a 46 miliardi di metri cubi, contro i 60 del 2025 e i 77 del 2024: un cuscinetto assai più sottile. La Commissione europea ha definito gli sviluppi “molto preoccupanti”. G7 e Consiglio affari esteri UE si sono riuniti in sessione straordinaria. In Italia, i ministri Tajani e Pichetto Fratin hanno incontrato le associazioni di categoria, attivando una task force per la tutela degli interessi commerciali e la protezione delle rotte attraverso Hormuz.

Eppure, come ha scritto Materia Rinnovabile all’indomani dell’attacco, l’Unione Europea sembra indossare ancora una volta il costume dell’adulto responsabile: comunicati di preoccupazione, inviti alla moderazione, richiami al diritto internazionale, ma nessun posizionamento chiaro sulla legalità dell’azione. La neutralità geopolitica rischia di sostituire quella climatica. E il conto, come ogni volta che uno scenario internazionale si infiamma, arriverà a casa: energia più cara con il GNL statunitense, peraltro più inquinante del dismesso gas russo, inflazione, dazi, instabilità industriale.

La lezione strategica è una sola. Come sottolinea ECCO, ripensare la sicurezza energetica europea ancorandola a rinnovabili, reti, stoccaggio, interconnessioni ed efficienza energetica non è più soltanto una scelta coerente con gli impegni climatici, ma un imperativo di sicurezza e autonomia strategica.

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In copertina: foto di repertorio di una nave mercantile nel Golfo Persico, sullo sfondo si intravede il Caccia USS Gettysburg, Roberto Cappello fotogiornalismo, Agenzia IPA