“La comunità internazionale dovrebbe esprimere una voce chiara e inequivocabile per opporsi alla regressione del mondo alla legge della giungla.” Così il ministro degli esteri cinese Wang Yi commentava domenica, al telefono con il suo corrispettivo russo Sergey Lavrov, l’attacco all’Iran da parte di USA e Israele.

La postura della Cina in questa ennesima escalation violenta, condotta da Donald Trump in barba al diritto internazionale, è la stessa adottata per il Venezuela e per il precedente attacco all’Iran nel giugno 2025: condanna ferma e appello alle regole condivise, in linea con la consueta immagine di potenza responsabile che ha a cuore la stabilità globale. Ma, al di là della pronta indignazione istituzionale, è l’interruzione delle rotte del petrolio a preoccupare il Dragone. Che però, stando ad alcuni studi, non si sarebbe fatto trovare impreparato.

Barili fantasma

Ufficialmente, Pechino non importa petrolio dall’Iran. Secondo gli ultimi dati dell’Amministrazione generale delle dogane cinese, cinque paesi (Russia, Arabia Saudita, Malaysia, Iraq, Brasile) hanno rappresentato il 62% delle importazioni di greggio nel 2025. Poi ci sono gli Emirati Arabi, l’Oman, l’Angola, il Kuwait e il Canada, e una voce di imprecisati “altri” che conta per il residuo 14% dell’import. Non compaiono né il Venezuela né l’Iran.

Eppure, come riporta uno studio del Center on Global Energy Policy della Columbia University, il monitoraggio delle petroliere mostra significativi volumi di petrolio greggio provenienti da questi due paesi. Secondo i dati del think tank Kpler, nel 2025 la Cina avrebbe importato almeno 2,6 milioni di barili al giorno di greggio sanzionato, cioè il 22% delle importazioni totali. Di questi, 1,38 milioni di barili al giorno dall'Iran, 389.000 dal Venezuela e almeno 800.000 dalla Russia.

Il misterioso divario fra i dati ufficiali delle dogane cinesi e le stime di Kpler è presto spiegato: per mascherarne l’origine ed evitare le sanzioni, i barili vengono rietichettati con altre provenienze, ad esempio da Malaysia e Indonesia. Il centro studi della Columbia lo dimostra con dati alla mano: “La Cina importa più greggio ‘malese’ (1,3 milioni di barili al giorno nel 2025) di quanto ne produca la Malaysia (535.000 barili al giorno nel 2024)”; mentre per quanto riguarda l’Indonesia, tra il 2024 e il 2025 c’è stata “un’impennata delle esportazioni indonesiane verso la Cina, da meno di 3.000 barili al giorno a 291.000 barili”, che probabilmente contenevano in realtà greggio iraniano.

Facendo una sintesi, Kpler calcola che il 17% delle importazioni cinesi di petrolio nel corso del 2025 provenivano da Iran e Venezuela, che rispettivamente inviano (o meglio inviavano) alla Cina l’87% e il 55% del loro export petrolifero.

La strategia della formica 

Insomma, parrebbe che la Repubblica Popolare si trovi ora in una situazione piuttosto scomoda per la sua sicurezza energetica. Se non fosse che, pragmaticamente e cinicamente, il governo cinese già da tempo si stava preparando a una crisi delle sue rotte petrolifere consolidate. La strategia? Quella della formica: l’accumulo di scorte.

I dati dell’ultimo anno mostrano infatti un aumento significativo delle importazioni di greggio della Cina (+4,4%), ma soprattutto un’impennata del volume delle sue scorte, resa possibile anche dalla crescita delle energie rinnovabili. In numeri, secondo la società di consulenza Rystad Energy, l'accumulo medio di scorte nel 2025 è stato di 430.000 barili al giorno, rispetto ai “soli” 84.000 barili al giorno del 2024, stoccati sia da società statali che indipendenti.

Nello stesso tempo, Pechino ha cominciato, soprattutto a partire dal primo attacco all’Iran in giugno, a redirezionare le sue rotte petrolifere nel Golfo, guardando a paesi più stabili come gli Emirati Arabi, l’Arabia Saudita e l’Oman. Anche se, fino a quando è stato possibile, ha continuato a comprare petrolio iraniano a prezzi stracciati, approfittando del fatto che l’Iran fosse sotto sanzioni USA.

Guardando al continente americano, invece, il Brasile ha acquisito nell’ultimo anno una posizione di sempre maggiore importanza tra i fornitori della Cina, con un aumento del 28% (208.000 barili al giorno) delle esportazioni di greggio verso Pechino. Mentre il Canada ha contributo a supplire alle forniture di petrolio che, prima di Trump, arrivavano dagli Stati Uniti.

Rimane ora la questione della chiusura dello stretto di Hormuz, che però è un problema di tutti, non solo di Pechino. Ma con le scorte accumulate, secondo le stime di molti analisti, la Cina sarà in grado di resistere per molti mesi. Aspettando la prossima svolta geopolitica, e intanto spingendo l’acceleratore della transizione energetica.

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In copertina: Cina, rimorchiatori spingono una petroliera che trasporta 264.000 tonnellate di petrolio greggio al molo di Yantai, foto di Tang Ke/Utuku/ROP, Agenzia IPA