Un autore di scenari sulla transizione dalle fonti fossili non avrebbe saputo immaginare una pubblicità così brutalmente efficace per l'energia pulita come strumento di sicurezza energetica quanto la crisi innescata dal bombardamento di Stati Uniti e Israele contro l'Iran di fine febbraio. Dal punto di vista dell'energia per noi è andata così: un nostro fornitore di gas (che non disdegna le maniere forti per farci comprare ancora più gas) bombarda un paese produttore di petrolio che a sua volta colpisce diversi altri nostri fornitori di gas e nel frattempo chiude la strettoia attraverso la quale transita una parte niente affatto secondaria dei nostri idrocarburi. In particolare, uno di questi fornitori, il Qatar, chiude senza preavviso il principale sito di produzione di gas, facendo schizzare verso l'alto il costo di questa fonte energetica da cui dipende praticamente tutto in Italia, portandoci nell'ennesima situazione che non possiamo né gestire né controllare. Al momento siamo in un territorio non mappato e lo attraversiamo in balia degli eventi, ostaggio delle nostre stesse scelte. Era uno scenario imprevedibile nei dettagli ma prevedibile nelle conseguenze.
La rappresaglia iraniana sui vicini paesi del Golfo Persico, con droni suicidi e la chiusura dello stretto di Hormuz, ha colpito duramente la produzione di petrolio, al punto che il prezzo del barile è schizzato ai livelli più alti degli ultimi due anni e l'OPEC ha già annunciato l'aumento della produzione. Il nostro vero problema però è il gas. QatarEnergy ha interrotto lunedì mattina, 2 marzo, la produzione di GNL dopo gli attacchi iraniani alle strutture di Ras Laffan e Mesaieed, da cui parte un quinto del gas liquefatto globale, risorsa che si contrae drammaticamente e per cui siamo in competizione con i paesi dell'Estremo Oriente, Cina, Giappone, Corea del Sud, Taiwan, per altro in un momento delicatissimo come quello dell'approvvigionamento delle riserve per il prossimo inverno.
La crisi energetica del 2026 rischia di far sembrare quella del 2022 una gita al parco. Uno degli esiti politici dell'aggressione russa in Ucraina era stato trasformare il discorso sulla transizione in discorso sulla sicurezza energetica, certificato anche dal cambio di nome del ministero poi affidato a Pichetto Fratin. La decarbonizzazione nell'era Meloni aveva smesso di essere l'obiettivo primario, bisognava solo assicurarsi di avere energia costante, affidabile, a buon mercato.
Ecco, se l'apposito ministero avesse un minimo preso sul serio il suo nome e la sicurezza energetica oggi saremmo lo stesso nei guai, ma un po' meno nei guai. Ogni MW di rinnovabili e accumuli − loro sì affidabili, sicure e a buon mercato − sarebbe stato uno scudo in più contro questo caos energetico, che influirà sui costi di tutto, a partire dalle bollette, le più alte d'Europa anche senza le avventure mediorientali di Trump. Sono tutti sintomi della stessa condizione: la nostra dipendenza da una fonte volatile e irrazionale come il gas. Come ogni dipendenza, anche quella dal gas si è alimentata di bugie: sulla sostanza, sulla nostra capacità di usarla, sui nostri fornitori.
Nello shock del 2022 ci eravamo fatti convincere che la lezione di quella crisi fosse: “Non fidatevi dei russi”, che era un messaggio giusto, ma anche incompleto. La lezione energetica del 2022 era: non fidatevi di nessuno, o almeno fidatevi il meno possibile di chiunque. E invece la politica di diversificazione, che l'Italia più di ogni altro paese europeo ha perseguito sia con Draghi-Cingolani che con Meloni-Pichetto Fratin, ha sostituito il grande guaio russo con una serie di guai spacchettati, nei quali era spacchettato anche il potere di ricatto o di impatto sulle nostre forniture, la nostra economia e la nostra sicurezza. Gli Stati Uniti di Trump hanno usato questo potere in modo diretto, il Qatar ce lo fa pesare in modo indiretto. Il risultato è lo stesso: una nuova vulnerabilità energetica che esplode in faccia a famiglie e aziende.
Nel gergo energetico si dice spesso che il petrolio è un affair, una storia d'amore, mentre il gas è un matrimonio, perché le infrastrutture da cui dipende (gasdotti, rigassificatori, terminal) sono costose da costruire e difficili da assorbire o smantellare. Nel 2023, a margine della COP28 a Dubai, l'ENI aveva annunciato un accordo di fornitura di gas liquefatto col Qatar fino al 2053. All'epoca ci colpì che la data del net zero al 2050 fosse considerata un gioco performativo, una soglia a cui non c'era nemmeno bisogno di far finta di credere. Alla luce degli eventi di questa settimana, sembra più che altro la promessa di altri trent'anni di turbolenza energetica. Il gas è un matrimonio, ma niente affatto felice come quello cantato da Sal Da Vinci a Sanremo. Piccolo paradosso per tempi complicati: alla fine, a furia di parlare di sicurezza energetica, ci hanno consegnato alla più grande insicurezza energetica dai tempi dello shock petrolifero degli anni Settanta.
In copertina: un missile colpisce Teheran, foto di AHMADVAND/SIPA, Agenzia IPA
