Prima il gas russo, oggi il gas naturale liquefatto (GNL) statunitense. Cambiano i partner, ma la dipendenza energetica continua a rimanere il tallone d’Achille di un’Europa ancora troppo basata sul fossile. Mentre le politiche imperialiste di Trump minacciano, per ora a colpi di tweet, la sovranità danese sulla Groenlandia, Bruxelles si trova di nuovo esposta sul fronte gas da contratti lunghi, onerosi, siglati con un alleato ormai inaffidabile.
Nel 2025 l’Europa ha importato più di un quarto del gas dagli Stati Uniti, una cifra destinata a salire vertiginosamente con l'entrata in vigore del divieto totale sulle importazioni di gas russo. Secondo le proiezioni al 2030 del think tank Energy Economics and Financial Analysis (EEFA), l’import di gas USA potrebbe raggiungere il 40% del totale.
In crescita soprattutto le importazioni di gas liquefatto, quadruplicate da 21 miliardi di metri cubi nel 2021 a circa 81 miliardi di metri cubi lo scorso anno. Ciò significa che tredici paesi europei hanno importato il 57% del GNL usato dagli Stati Uniti: una dipendenza che molti osservatori considerano rischiosa, visto l’approccio muscolare in politica estera della Casa Bianca.
Gli onerosi impegni sul GNL di Trump
Dopo sanzioni e divieti, le importazioni di gas russo sono faticosamente diminuite del 75% in quattro anni, nonostante Mosca rimanga ancora oggi tra i maggiori fornitori. Durante l’amministrazione Biden puntare sul gas liquefatto statunitense sembrava la soluzione ideale per diversificare gli approvvigionamenti. Oggi però, a seguito di un calo dei consumi del gas, l’aumento della capacità energetica rinnovabile e una crescente instabilità geopolitica, i contratti a lungo termine siglati dalle imprese europee per il GNL statunitense assomigliano più a un rischio. Player come ENI, la francese Engie e la britannica Centrica hanno stipulato accordi per miliardi di metri cubi all’anno, alcuni per la durata di vent’anni.
“Vincolare la capacità di rigassificazione tramite contratti a lungo termine, in particolare quelli con clausole ‘take-or-pay’, comporta rischi significativi”, spiega a Materia Rinnovabile Giulia Signorelli, ricercatrice sulla decarbonizzazione di ECCO. “Da un lato riduce la flessibilità del sistema e aumenta il rischio di approvvigionamento. Dall’altro, legarsi a forniture dagli Stati Uniti attraverso contratti di lungo termine di questo tipo comporta ulteriori criticità, anche perché, come abbiamo visto, i combustibili fossili vengono utilizzati come strumento di influenza geopolitica.”
La pace commerciale firmata il luglio scorso nell’ambito della Transatlantic Energy Cooperation ha sancito che l’Unione Europea si impegnerà entro il 2028 ad acquistare da Washington 750 miliardi di dollari di prodotti energetici, tra cui gas, petrolio e tecnologia nucleare. Secondo L'EEFA questo accordo, nato per placare la guerra di dazi scatenata da Trump, metterebbe a rischio la sicurezza energetica europea, compromettendone i piani di riduzione del gas.
L'EEFA ha inoltre calcolato che se i paesi membri spendessero 750 miliardi di dollari in energie rinnovabili, potrebbero essere installati circa 546 gigawatt di capacità combinata solare ed eolica. Ciò non solo rafforzerebbe l’indipendenza energetica di ciascun paese, ma potrebbe anche ridurre i prezzi marginali dell'elettricità che, come nel caso italiano, spesso sono determinati dal più costoso gas.
"L'Europa si trova in una situazione molto difficile sia dal punto di vista energetico che strategico”, aggiunge Signorelli. “Abbiamo visto quattro anni fa come è stato complicato raggiungere un accordo sull’abbandono del gas russo. Con un paese storicamente alleato come gli Stati Uniti, l'UE si troverebbe ad affrontare scelte ancor più critiche. Affidarsi a un sistema fossile espone i paesi importatori a un mercato volatile e costoso con ripercussioni sui consumatori.”
All’Italia non serve altro gas
Secondo un recente studio del think tank ECCO, la domanda di gas in Europa e in Italia si è ridotta del 18% negli ultimi tre anni, passando da un totale annuo di circa 76 miliardi di metri cui nel 2021 a meno di 62 nel 2024. In Italia, l’infrastruttura di rigassificazione esistente sarebbe sufficiente a coprire il fabbisogno annuale e a garantire la sicurezza delle forniture grazie ai flussi da Algeria, Azerbaijan e Libia. Secondo ECCO, nuovi investimenti determinerebbero un ulteriore costo per un’infrastruttura in transizione che ricadrebbero sui clienti finali.
"La strategia del governo è quella di fare dell'Italia un hub del gas europeo in linea con la strategia della destra globale che definisce il cambiamento climatico una truffa", commenta a Materia Rinnovabile Angelo Bonelli, deputato alla Camera di Alleanza Verdi e Sinistra. "Le rinnovabili possono aiutare a costruire una geopolitica di pace, invece il governo, puntando sul gas, è responsabile di questa situazione che fa pagare il costo dell'energia in maniera elevate alle famiglie e imprese."
Secondo ECCO, il modo più semplice per liberarsi da queste scomode dipendenze energetiche sarebbe puntare su un sistema energetico basato su fonti rinnovabili che mostrano progressi evidenti (con 7,6 GW installati nel 2024 rispetto ai 5,8 GW del 2023), ma ancora insufficienti per centrare gli obiettivi di decarbonizzazione europei fissati dal Fit for 55.
Complici ritardi autorizzativi e lungaggini burocratiche, soprattutto nel comparto eolico offshore, nei primi dieci mesi del 2025 il numero di impianti da rinnovabile è calato del 27% rispetto all’anno precedente. Una battuta d’arresto che allontana l’Italia da una maggiore autonomia energetica.
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In copertina: immagine Envato
