
Il ruolo del petrolio nell'azione militare degli USA in Venezuela è reso evidente innanzitutto dai numeri: il primo produttore di petrolio al mondo ha attaccato il primo paese al mondo per riserve di petrolio. Ma è reso evidente anche dal fatto che Trump non sta facendo niente per nasconderlo: lo ha detto in ogni sede possibile, che l'industria oil & gas era stata avvisata, che è parte del processo e degli obiettivi. Venerdì incontrerà i capi di Exxon, Chevron, ConocoPhillips per discutere il da farsi. È tutto alla luce del sole.
Praticamente l'unico paese che continua a trattare il bombardamento di Caracas come un tentativo di esportazione della democrazia è l'Italia, dove si coltiva una lettura sull'eterogenesi dei fini (“va bene tutto dal momento che ci siamo liberati di Maduro”) che è un raro mix di cinismo e ingenuità. Questa è una storia di bitume, pozzi e soldi, su Truth Trump ha stimato in 50 milioni i barili di greggio che si aspetta di ricevere dal paese che ha appena bombardato.
Una storia di imperialismo energetico: lo hanno fatto perché possono, lo hanno fatto per dimostrare che possono. E non c'è niente di liberale, nemmeno remotamente, in quello che hanno fatto o che faranno. Nel mirino di Trump si finisce a prescindere dal proprio status democratico: ci stanno autocrazie illiberali come il Venezuela, democrazie fragili ma al momento sane come la Colombia, antichi nemici come Cuba, solidi alleati come la Danimarca. Il mondo è un cortile dove rubare la merenda a tutti.
Non sarà una passeggiata: Reuters ha parlato di “calice avvelenato” per l'industria petrolifera, per i costi e i rischi nel rimettere in piedi un settore crollato a causa delle sanzioni USA, ma soprattutto per l'inefficienza e la corruzione del Venezuela di Maduro. È difficile immaginare oggi come andrà: al momento gli USA stanno provando a trasformare la logistica ultra efficiente della Delta Force in una strategia. Ma rapire Maduro e portarlo in catene nella prigione federale di Brooklyn era la parte facile del piano. Ora viene il difficile. Per Trump e soprattutto per le major petrolifere, che a parole sono state infatti molto prudenti in queste ore.
È vero che l'industria petrolifera di novecentesco non ha solo la risorsa al centro del suo business ma anche lo spirito di conquista coloniale: è un settore che non si fa certo intimidire dal disordine violento di un paese quasi fallito. È il loro ecosistema ideale. Quello degli idrocarburi è un settore da avventurieri. Serviranno decenni, nervi saldi, capitali e copertura politica per rimettere in piedi il petrolio di Caracas, ma i petrolieri USA hanno la spregiudicatezza che serve per la missione.
A livello economico si possono nutrire dubbi sulla ragionevolezza della missione, sul suo business plan, ma Trump non si muove come un venture capitalist in cerca di occasioni e di profitti. Trump si muove come un disordinato e istintivo aspirante egemone globale, come un creatore di imperi, come Walter White in Breaking Bad. La conquista per la conquista e la conquista per l'immagine della conquista, soprattutto ora che l'adrenalina del voto di un anno fa è scemata e il fronte interno è pieno di guai, a partire dagli Epstein files.
Per tutto il 2025 abbiamo seguito la lettura secondo con cui Trump fosse mosso come un burattino dai suoi finanziatori dell'industria oil & gas. Forse dobbiamo aggiornarla: a oggi sembra piuttosto che Trump stia usando il petrolio come leva per l'egemonia, interna e internazionale. A questo punto della storia è legittimo chiedersi: è Big Oil che sta usando MAGA o è invece MAGA che sta usando Big Oil?
Nel 2025 Foreign Policy ci aveva dato la cornice concettuale per interpretare il futuro: guerra fredda ecologica. L'asse dell'idrocarburo (USA, Russia, Golfo) contro l'elettrostato cinese e i suoi alleati e vassalli. L'atto di imperialismo petrolifero in Venezuela dimostra la correttezza di questa lettura. Sullo sfondo ci sarebbe quel piccolo, ormai rimosso dettaglio delle emissioni di gas serra, del riscaldamento globale, del grado e mezzo, grado e sette, due gradi o chissà quanto verso cui andiamo incontro.
Quella che si è aperta il 3 gennaio è un'operazione di ripristino dell'industria petrolifera venezuelana che nelle ipotesi più agili ha bisogno di un decennio: vuol dire portare a regime il petrolio venezuelano nel 2035. E da lì, visto l'investimento, sfruttarlo per decenni. A questo punto come si fa a parlare di contenimento delle emissioni, di overshoot breve e limitato del grado e mezzo? Questi stanno correndo per incendiare il mondo, a ogni costo.
I conti come quelli fatti da Paasha Mahdavi della University of California sono allo stesso tempo giusti e lunari, visto il piano inclinato sul quale ci troviamo. Un aumento della produzione a un milione e mezzo di barili al giorno aggiungerebbe 550 milioni di tonnellate di CO₂ in atmosfera. Sarebbe il livello di impatto climatico di un paese come il Regno Unito. L'aggravante è che il petrolio venezuelano è denso e pesante, ha un contenuto di carbonio più alto del greggio tradizionale. Non è solo più costoso da estrarre, è anche più inquinante, fino a quattro volte di più. Inoltre, l'industria venezuelana ha un grave problema di flaring, il gas che viene bruciato dalle estrazioni di idrocarburi, liberando metano in atmosfera (80 volte più climalterante della CO₂).
Secondo il Global Gas Flaring Tracker Report della Banca Mondiale, il Venezuela è il quinto paese con più flaring al mondo. Altro riscaldamento da aggiungere al conteggio: è difficile che Chevron, Exxon e le altre arrivino con la riduzione del flaring come priorità. La verità è che l'annessione del petrolio venezuelano all'economia fossile USA è una mossa di distruzione su una scala così vasta che facciamo ancora fatica a elaborarla. Vista la situazione attuale, oggi non c'è nessun paese pericoloso per il futuro della specie umana come gli attuali Stati Uniti.
In copertina: Donald Trump fotografato da Daniel Torok , Official White House Photo, via Flickr
