
Nel film horror del 1984, Nightmare – Dal profondo della notte, alcuni adolescenti del Midwest statunitense cadono vittime del malvagio Freddy Krueger, che, dopo aver invaso i loro mondi onirici, trasforma i loro atroci e sanguinosi incubi in una realtà orribile e letale. Le precedenti farneticazioni di Donald Trump, in gran parte sconnesse, sull'annessione della Groenlandia, la trasformazione del Canada in 51° stato degli Stati Uniti e il ripristino del controllo territoriale degli Stati Uniti sull'America Latina e sui Caraibi, sono infine passate da sogno retorico agli albori di una nuova terribile realtà con il rapimento del presidente del Venezuela e la richiesta di “governare” il Venezuela nell'interesse degli USA stessi e delle loro compagnie petrolifere.
Molti gli interrogativi al riguardo, tra cui i principali: perché adesso? Si tratta di una strategia pianificata o di un approccio ad hoc dettato tanto dalla politica interna quanto da una serie di obiettivi di politica estera? Infine, è possibile decodificare dalla retorica di Trump e dei suoi agenti una sorta di logica prevalente, per quanto le azioni possano apparire estemporanee?
Sul primo punto, c’è da ricordare che il 6 gennaio 2021 sarebbe stato il giorno in cui il Congresso degli Stati Uniti avrebbe dovuto approvare i risultati delle elezioni presidenziali statunitensi del 2020. Quel giorno, Trump incitò una folla di suoi sostenitori a recarsi al Campidoglio a protestare contro la procedura, nella speranza che venisse revocata e che lui potesse quindi tornare per un secondo mandato. Pertanto, ecco che il 4 gennaio 2026 Trump ordina un rapimento, apparentemente pianificato da tempo, del presidente venezuelano Maduro e di sua moglie, per poi accusarli di coinvolgimento in traffico di droga, affermando al contempo di non essere coinvolto in un cambio di regime e di avere un forte interesse a sfruttare le significative riserve di petrolio del paese.
Al contempo, in patria, il ruolo di Trump nello scandalo Epstein legato a sfruttamento e abuso di minori e la sensazione che molte delle sue promesse, dalla lotta all'inflazione alla fine della guerra tra Russia e Ucraina, non siano state mantenute, suggeriscono la necessità di distrarre l'attenzione pubblica con qualche azione all'estero: giustificata, però, in termini di interesse nazionale per i “paesi vicini” che non comporterà un'occupazione militare e il sostegno all'opposizione in Venezuela che apparentemente ha vinto le elezioni presidenziali del 2024. Quindi, la distrazione sia dal ricordo del tentativo di Trump di ribaltare le elezioni sia dalle continue difficoltà politiche interne, sembrano spiegare in gran parte la tempistica di questo evento.
La domanda cruciale, però, è se si tratti di un caso isolato, del primo di una serie di diversivi o dell'inizio di una strategia pianificata. Gli esperti puntano già il dito verso Groenlandia, Cuba, Colombia e, potenzialmente, Messico come prossimi obiettivi. È ovvio chiedersi se ciò possa realizzarsi contemporaneamente al tentativo di sottomettere il regime ancora esistente in Venezuela.
Trump sembra credere che le minacce e gli insulti funzionino bene nel costringere i governi alla sottomissione. Alla fine, tuttavia, il fallimento nel portare a termine un vero e proprio cambio di regime in Venezuela, per quanto “collaborativo” si dimostri il governo esistente, mostrerà agli altri quanto possano rivelarsi vuote tali minacce senza una qualche forma di esplicita coercizione militare ed economica.
Dietro la retorica discordante del regime di Trump, tuttavia, si nascondono due temi piuttosto coerenti che porterebbero eventualmente in questa direzione. Ciò potrebbe accadere prima piuttosto che poi, se la difficile situazione politica interna continuerà a stimolare avventure all'estero. Il primo riguarda la resurrezione della cosiddetta Dottrina Monroe del 1823, con cui il governo statunitense dell'epoca dichiarò le Americhe off-limits per nuovi interventi europei. Ribattezzata “Dottrina Donroe” per segnalarne il legame con Donald Trump, la nuova versione considera le Americhe una sfera di influenza territoriale degli Stati Uniti in cui le grandi potenze esterne come la Cina e la Russia sono personae non gratae.In questo contesto, Cuba e Venezuela sono i candidati più ovvi per un intervento.
Il secondo è l'enfasi sulle materie prime come il petrolio e le terre rare, in una ripetizione dell'imperialismo territoriale del Diciannovesimo secolo, che includeva l'espansione degli stessi Stati Uniti nell'interno continentale del Nord America. La fissazione di rilanciare ed espandere l'accesso ai combustibili fossili è da tempo una caratteristica della politica di Trump e del suo ascendente su una parte della popolazione statunitense.
Il fatto che le riserve petrolifere del Venezuela siano in gran parte costituite da greggio pesante ha chiaramente influito sui calcoli, poiché la maggior parte delle raffinerie della costa del Golfo degli Stati Uniti predilige questo tipo di petrolio. Estrarlo dai giacimenti poco profondi del bacino dell'Orinoco e trasportarlo verso nord, però, è tutta un'altra storia, come hanno osservato molti esperti del settore. Non sono solo l'inefficienza e la corruzione ad affliggere l'industria petrolifera venezuelana, ma anche le difficoltà di accesso al petrolio, rispetto ad esempio alle sabbie bituminose dell'Alberta in Canada o alla facilità di estrazione del petrolio in Arabia Saudita. A quanto pare, a questi inconvenienti è stata prestata poca attenzione. Quando si tratta di Trump, i fatti non devono mai ostacolare una storia interessante.
A margine del tentativo di fornire una copertura storica alle ossessioni territoriali di Trump rifacendosi alla Dottrina Monroe, l'intero riorientamento della politica estera statunitense attualmente in corso rappresenta un netto allontanamento da ciò che ha ispirato il ruolo degli Stati Uniti nel mondo almeno dal secondo dopoguerra, se non prima. La nazione aveva un doppio obiettivo: il primo, rendere il mondo sicuro per un capitalismo globale basato in gran parte sulla negazione della centralità del territorio nelle transazioni economiche e sull'utilizzo di canali di mercato e non del patrimonialismo governativo come principali meccanismi di crescita economica; e il secondo, sostenere almeno a parole la democrazia liberale e le alleanze con governi che condividono gli stessi principi.
I governi europei e l'Unione Europea oggi sembrano operare partendo dal presupposto che queste priorità siano ancora valide. Come minimo, credo che dovrebbero prepararsi a un futuro in cui nessuna delle due lo sarà più. Naturalmente, Trump può anche essere visto come l'espressione di una strana reazione nazionalista negli Stati Uniti, che vede il proprio paese come il palcoscenico della modernità, a favore di una visione atavica del mondo associata a un Napoleone o a un Hitler contemporaneo. Tutto ciò lo rende pericoloso perché, oltre a sembrare libero da ogni vincolo da parte di altre istituzioni statunitensi come i tribunali o il Congresso, Trump non è gravato dal rispetto delle norme di civiltà né da una profonda comprensione di ciò che ha realmente “reso grande l'America”: la sua apertura al mondo e il senso di coscienza planetaria rivelato dalle missioni lunari del 1968. Un incubo globale sta sostituendo il sogno americano.
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In copertina: Donald Trump fotografato da Daniel Torok, Official White House, via Flickr
