Phobos, in greco, significa paura. E di paura ce n’è parecchia, da cinque anni, sull’Altopiano dell’Alfina. Paura per sette torri d’acciaio alte più di duecento metri − quattro volte il Duomo di Orvieto − che la multinazionale tedesca RWE Renewables vorrebbe piantare tra i comuni di Orvieto e Castel Giorgio, nel cuore di un paesaggio che custodisce necropoli etrusche, l’antica Via Traiana e lo skyline di una delle rupi più fotografate d’Italia. Ma anche paura, dall’altra parte della barricata, che l’Italia non riesca mai a raggiungere i suoi obiettivi sulle rinnovabili, impantanata com’è in un groviglio di ricorsi, veti incrociati e inerzie amministrative.
Il 5 maggio 2026 il TAR dell’Umbria ha messo nero su bianco quello che molti temevano: il diniego della regione al progetto Phobos è illegittimo perché tardivo. Erano passati più di sessanta giorni dalla comunicazione della Valutazione di impatto ambientale e si era formato, automaticamente, il silenzio-assenso. L’autorizzazione unica per costruire le sette turbine da 6 MW ciascuna − 42 MW complessivi di potenza − è dunque valida. Il progetto può andare avanti.
Il progetto Phobos, tra paradossi, burocrazia e rimpalli di responsabilità
La vicenda Phobos è una matrioska di paradossi. Il primo l’ha individuato l’assessore regionale all’ambiente Thomas De Luca, che ha parlato di un esito “tecnicamente prevedibile” ma “politicamente inaccettabile”. La regione Umbria, ha spiegato, non ha perso per mancanza di ragioni ambientali o paesaggistiche, ma per l’inerzia della precedente giunta regionale di centrodestra nel 2023, quando si sarebbe dovuto archiviare il procedimento o completarlo nei tempi di legge. Sentito da Materia Rinnovabile, De Luca ha aggiunto: “Le autorizzazioni rilasciate con il silenzio assenso bypassano di fatto le procedure sul territorio. Noi non siamo ovviamente contrari all’eolico tout court ma deve essere realizzato in un’ottica di tutela dell’identità territoriale rispetto al paesaggio, come nello spirito della legge regionale sulle aree idonee”.
All’inerzia della precedente giunta si è aggiunta la deliberazione del Consiglio dei ministri del 27 giugno 2023, firmata dalla presidente Meloni, che ha dato parere favorevole al progetto, scavalcando il parere contrario del Ministero della cultura e di due soprintendenze.
Il secondo paradosso, poi, è tutto politico. La sindaca di Orvieto Roberta Tardani, di centrodestra, chiede ora alla regione guidata dal centrosinistra di annullare in autotutela l’autorizzazione. L’assessore De Luca replica che il decreto a favore di Phobos porta proprio la firma della maggioranza di governo della sindaca. Fratelli d’Italia locale invoca unità istituzionale e chiede a comitati e associazioni di sostenere l’istanza di autotutela come unico strumento rimasto. Tutti contro il progetto, insomma, ma nessuno disposto a prendersi la responsabilità di come ci si è arrivati.
Il terzo paradosso è normativo, e riguarda l’intero paese. Il meccanismo del silenzio-assenso per le autorizzazioni uniche sulle rinnovabili è nato con il decreto semplificazioni dell’era Draghi per accelerare la transizione energetica. Lo stesso strumento pensato per sbloccare l’Italia delle rinnovabili diventa qui la leva con cui una multinazionale ottiene il via libera contro la volontà esplicita di regione, comune, soprintendenze e oltre cento intellettuali che nel settembre 2024 scrissero una lettera aperta al presidente Mattarella.
L’appello inascoltato
Quella lettera, pubblicata dal Corriere della Sera il 25 settembre 2024, portava firme di peso: la regista Alice Rohrwacher (prima firmataria), Marco Bellocchio, Luca Guadagnino, Paola Cortellesi, Dacia Maraini, Salvatore Settis, Isabella Rossellini, Claudia Cardinale, Susanna Tamaro, Niccolò Ammaniti, Carlo Ginzburg, Tomaso Montanari, Christian Greco, Eike Schmidt. Oltre cento nomi della cultura italiana che definivano il progetto "decisamente fuori scala e affetto da un pericoloso gigantismo". La necropoli etrusca del Lauscello, ricordavano, si troverebbe a soli cinquecento metri dall’aerogeneratore numero quattro. Materia Rinnovabile ha contattato due dei firmatari − Stefano Mancuso e Tomaso Montanari − per un commento alla luce della sentenza del TAR. Nessuno dei due ha risposto.
L’appello sollevava una questione che resta aperta: le turbine violerebbero la fascia di rispetto di almeno tre chilometri dai beni culturali tutelati prevista dal Codice dei beni culturali. Ma il TAR non è entrato nel merito paesaggistico: ha giudicato sulla procedura. E la procedura, con i suoi tempi scaduti, ha dato ragione a RWE.
La sentenza Phobos non è un caso isolato. L’Umbria, “cuore verde d’Italia”, ha sul tavolo progetti per 176 aerogeneratori, a cui si aggiungono decine di impianti agrivoltaici. L’assessore De Luca ha avvertito che senza modifiche al decreto Transizione 5.0 − in particolare il ripristino delle aree non idonee − quello che è accaduto a Castel Giorgio accadrà ovunque nella regione. La legge regionale umbra 7/2025, che escludeva le visuali identitarie della regione dall’installazione di impianti industriali, è stata impugnata dal Governo.
Il nodo è strutturale: con una VIA nazionale favorevole, anche un diniego regionale viene sistematicamente ribaltato. I territori perdono voce. La coalizione TESS (Transizione energetica senza speculazione), che riunisce 140 associazioni, denuncia che nella sola area tra Orvieto, Civita di Bagnoregio, il lago di Bolsena e l’Alta Tuscia pendono altri sei progetti eolici e sette agrivoltaici, per un potenziale di oltre cinquanta turbine e duecentocinquanta ettari di pannelli.
Sindrome NIMBY o problematiche reali?
La mobilitazione dei cento intellettuali non è passata senza contraccolpo. Quotidiani vicini alla maggioranza di governo – lo stesso che con il decreto del 2023 ha autorizzato Phobos − hanno evocato un “effetto Capalbio” delle rinnovabili. Questo il loro ragionamento: le élite culturali si indignano solo quando le pale arrivano nei loro paesaggi, dopo anni di silenzio sullo sfregio dei crinali appenninici meridionali e degli agrumeti siciliani. Un argomento che poggia su un dato reale − il sud Italia ha effettivamente pagato un prezzo sproporzionato nella corsa all’eolico − ma che suona singolare in bocca a chi difende l’operato di un esecutivo che ha dato il via libera al progetto scavalcando il proprio Ministero della cultura. Su un piano più analitico, Il Foglio ha evidenziato la contraddizione di firmatari come il geologo e divulgatore Mario Tozzi, paladino della transizione energetica integrale che però si oppone alle turbine quando entrano nel suo orizzonte visivo.
Resta il fatto che il tema non è se le rinnovabili servano − servono − ma dove, come e, soprattutto, chi decide. E il caso Phobos dimostra che oggi, in Italia, a decidere è spesso il combinato disposto di un orologio burocratico e di una delibera del Consiglio dei ministri.
Il caso Phobos costringe a fare i conti con una domanda scomoda: è possibile fare la transizione energetica senza sacrificare il paesaggio? La risposta, evidentemente, non può essere binaria. L’Italia ha bisogno di rinnovabili − l’Umbria è ferma al 20% del suo obiettivo − ma ha anche bisogno di regole che non riducano la pianificazione a un gioco di scadenze burocratiche. Un paese che iscrive la cucina italiana nel patrimonio UNESCO, come ha notato con amara ironia lo stesso De Luca, non può poi cancellare i luoghi dove quegli alimenti d’eccellenza vengono prodotti.
Il comune di Orvieto ha annunciato che formalizzerà nei prossimi giorni l’istanza di autotutela alla regione. L’ultima carta rimasta, prima che i cantieri di Phobos smettano di essere un progetto e diventino calcestruzzo.
In copertina: veduta di Orvieto, foto di Light Field Studios, Unsplash
