Carlo Monguzzi è morto a 74 anni per un mesotelioma da amianto, una malattia che negli ultimi mesi aveva progressivamente aggravato le sue condizioni ma che non gli aveva tolto il ruolo di consigliere comunale a Milano con Europa Verde, presente fino all’ultimo, anche quando il corpo non reggeva più, nelle battaglie che avevano definito la sua esistenza. Una vita che ha attraversato la storia dell’ambientalismo italiano e ne ha raccontato le contraddizioni, le conquiste e le sconfitte. A comunicare la notizia è stata la moglie, Silvia Ceruti, con un post sui social nella mattina di lunedì 13 aprile.
Nato a Milano, ingegnere chimico formato al Politecnico, insegnante di matematica, Monguzzi è stato prima di tutto un attivista. Negli anni Settanta si unisce al movimento studentesco, in un’Italia attraversata da tensioni sociali e domande radicali. Da lì non si è mai fermato: negli anni Ottanta è tra i fondatori di Legambiente, contribuendo a costruire un’idea di ecologismo che non fosse solo protesta ma anche proposta politica.
È questa doppia anima, militante e istituzionale, che lo porta in regione Lombardia all’inizio degli anni Novanta. Da assessore all’ambiente, tra il 1993 e il 1994, firma uno dei primi tentativi concreti di cambiare il rapporto tra cittadini e rifiuti: una legge, in anticipo di anni sulla normativa nazionale, rende la Lombardia la prima regione in Italia ad avere un sistema di raccolta differenziata. È uno di quei passaggi silenziosi che non fanno titolo ma cambiano le abitudini quotidiane (e gli impatti) di milioni di persone.
Negli anni successivi continua a battersi contro la caccia, il traffico illecito dei rifiuti, il consumo di suolo, il nucleare, contro quel modello di sviluppo che “divora la città”, e a favore dei diritti umani e civili, della popolazione carceraria, degli animali, della trasparenza nelle istituzioni. Temi che allora sembravano marginali e che oggi sono invece diventati centrali e sempre più urgenti nell’economia ambientale: gestione delle risorse, sostenibilità urbana, transizione giusta.
Nel 2011 entra in Consiglio comunale a Milano. È una nuova fase, più complessa. Non è più solo l’ambientalista delle piazze, ma una voce interna alle istituzioni. Eppure, anche lì, resta fedele a una postura critica. Durante gli anni dell’amministrazione guidata da Beppe Sala, Monguzzi non smette mai di intervenire, di chiedere correzioni, di richiamare la sua sinistra a non smarrire il contatto con l’ambiente e con le persone.
Le frizioni non mancano, anzi diventano sempre più evidenti. La distanza si consuma definitivamente nel 2025, quando la giunta Sala delibera la vendita dello stadio di San Siro. Per Monguzzi è una ferita politica e simbolica: non solo per il destino dello stadio, ma per ciò che rappresenta in termini di gestione del territorio e spazio pubblico. Si dimette dalla presidenza della Commissione ambiente e mobilità.
Anche negli ultimi mesi, quando la malattia avanzava, non è venuto meno alle sue battaglie e ai suoi ideali, in particolare ottenendo l’intitolazione di una via a Pino Pinelli, la “diciottesima vittima” della strage di Piazza Fontana, e portando le istanze palestinesi in Consiglio comunale, denunciando la guerra a Gaza, srotolando la bandiera palestinese in aula, chiedendo l’interruzione del gemellaggio tra Milano e Tel Aviv, con parole che non cercano compromessi.
Quella mozione è stata respinta, i compromessi continuano a indebolire una Milano sempre più gentrificata e svenduta, sempre più vicina a turisti e affaristi e lontana dalle persone, ma forse è proprio qui che sboccia la lezione più utile e si trova l’eredità più duratura di Carlo Monguzzi: la perseveranza della coerenza. Guardare oltre la vittoria, non fermarsi alla sconfitta, e continuare a lottare, senza mai alzare la voce, per quello che sappiamo essere giusto.
In copertina: Carlo Monguzzi alla prima seduta del consiglio comunale del 2026, il 12 gennaio, fotografato da Francesco Enriquez, Agenzia IPA
