La mattina del 7 aprile 2026, alle 9:30, quattro chilometri di terreno hanno ricominciato a muoversi. La frana di Petacciato, in provincia di Campobasso, si è riattivata dopo le piogge intense dei giorni precedenti, interrompendo in un colpo solo l’autostrada A14, la Statale 16 Adriatica e la linea ferroviaria Pescara-Foggia. Per tre giorni l’Italia è rimasta divisa a metà lungo l’asse est, con la Puglia di fatto irraggiungibile da nord via terra, code di tredici chilometri sulla viabilità alternativa e borghi dell’entroterra molisano invasi da tir in cerca di deviazioni.
Il 2 aprile, cinque giorni prima, era già crollato il ponte sul fiume Trigno lungo la Statale 16, al confine tra Molise e Abruzzo. Un automobilista di 53 anni, Domenico Racanati, originario di Bisceglie, stava parlando al telefono con la moglie quando la campata gli è ceduta sotto. Lo cercano ancora.
Il 9 aprile il Consiglio dei ministri ha dichiarato lo stato di emergenza per dodici mesi in quattro regioni (Molise, Abruzzo, Puglia e Basilicata) stanziando 50 milioni di euro: 20 al Molise, 15 all’Abruzzo, 10 alla Puglia, 5 alla Basilicata. Oggi, venerdì 10 aprile, la linea ferroviaria adriatica ha ripreso a funzionare, con riduzione di velocità nel tratto fra Termoli e Montenero di Bisaccia e un programma di treni ancora soggetto a ritardi, cancellazioni, modifiche. Ma il punto non è la riapertura. Il punto è cosa succederà tra poche ore.
Il weekend perfetto
Da sabato notte, la linea Alta Velocità Roma-Firenze chiude per lavori di potenziamento tecnologico nel tratto Orvieto-Settebagni. Lo stop durerà fino alle 15 di domenica 12 aprile. La linea convenzionale tra Orte e Roma Tiburtina sarà anch’essa fuori servizio dalle 14 di sabato alle 6 di domenica. Chi dovrà spostarsi tra Nord e Sud nel fine settimana avrà davanti due strozzature simultanee: la dorsale adriatica ancora zoppicante e la direttrice Roma-Firenze bloccata. I treni da Milano a Roma impiegheranno sei ore, il doppio del normale. I convogli verranno deviati sulla linea tirrenica. Il servizio tornerà regolare, secondo RFI, martedì 14 aprile.
La chiusura era programmata da tempo per l’attivazione del sistema europeo ERTMS, finanziata con 147 milioni di cui una parte dal PNRR. Nessuno poteva prevedere che sarebbe coincisa con la peggiore interruzione della rete adriatica degli ultimi anni. Ma il punto è proprio questo: in Italia le coincidenze non sono mai solo coincidenze. Sono il prodotto di una rete infrastrutturale che non ha margini, dove basta un imprevisto perché il sistema perda ridondanza e il paese si ritrovi senza alternative.
Una frana con un curriculum
La frana di Petacciato non è un evento inatteso. È documentata dal 1906 e si è riattivata almeno quindici volte tra Ottocento e oggi, quasi sempre in corrispondenza di piogge prolungate. L’ultima volta era stato nel marzo 2015, quando il movimento del terreno aveva portato alla demolizione di alcune abitazioni del borgo vecchio. È una frana composta − scorrimento rotazionale profondo di materiali conglomeratici e sabbiosi lungo livelli argillosi − lunga due chilometri, con un dislivello di oltre duecento metri e un fronte che nella sua configurazione storica raggiunge i sette chilometri. È la più estesa del Molise e una delle più grandi d’Europa. Nel 1963 un decreto ne aveva previsto la delocalizzazione dell’intero abitato.
La soglia di innesco è nota: secondo gli studi tecnici, la frana si mette in moto quando le precipitazioni cumulate in 180 giorni superano i 550 millimetri. Nella settimana precedente al 7 aprile, le piogge nell’area avevano superato i 200 millimetri. I suoli erano saturi.
Il giorno dopo la riattivazione, il presidente dell’Ordine degli architetti di Campobasso, Alessandro Izzi, ha dichiarato all’agenzia Dire che i fenomeni osservati sono in molti casi la riattivazione di dinamiche già note e monitorate, legate a equilibri geologici delicati, e che l’intensità e la frequenza crescente degli eventi meteorologici stanno mettendo a dura prova questi equilibri. Quel che Izzi non ha detto, perché non era il suo ruolo dirlo, è che, nonostante tutto questo si sappia da decenni, le tre infrastrutture nevralgiche della dorsale adriatica − autostrada, ferrovia, statale − attraversano il corpo di frana.
Per il ripristino completo serviranno settimane o mesi, secondo il capo della Protezione civile Fabio Ciciliano. Sono già stati assegnati lavori per 27 milioni di euro su un progetto di drenaggio profondo con 50 pozzi di grande diametro, per ridurre la pressione all’interno del corpo franoso. Per il ponte sul Trigno, il ministro Salvini ha parlato di un obiettivo di fine anno. La Puglia, nel frattempo, teme per la stagione estiva: il presidente di Federalberghi Puglia ha scritto a ITA Airways chiedendo di incrementare i voli nazionali, perché raggiungere la regione via terra sta diventando sempre più complesso.
Il paese a frana continua
Il Molise è un concentrato della fragilità strutturale italiana. Secondo i dati dell’Inventario dei fenomeni franosi in Italia (IFFI) aggiornati a giugno 2025, la regione conta 23.950 frane censite, con una densità di 537 fenomeni ogni 100 chilometri quadrati. Interessano 623 chilometri quadrati su un totale di 4.461, per un indice di franosità del 14%, tra i più alti della penisola. Il 100% dei comuni molisani è classificato a rischio per frane, alluvioni o erosione costiera. Mentre Petacciato monopolizzava l’attenzione, il 9 aprile a Salcito, altro piccolo centro in provincia di Campobasso al confine con l’Abruzzo, 50 persone venivano sfollate per un cedimento che ha interessato case del centro abitato. In Abruzzo, la frana di Roccaspinalveti ha rotto la condotta idrica principale, lasciando senz’acqua quindici comuni del Vastese.
Ma il Molise non è un’eccezione. È il campione rappresentativo. L’ultimo rapporto ISPRA sul dissesto idrogeologico in Italia, presentato nel luglio 2025, fotografa un paese in cui il 94,5% dei comuni è esposto a rischio frane, alluvioni, erosione costiera o valanghe. La superficie a pericolosità per frane nei Piani di assetto idrogeologico è aumentata del 15% in tre anni, passando da 55.400 a 69.500 chilometri quadrati: il 23% dell’intero territorio nazionale. Le aree classificate a pericolosità elevata e molto elevata coprono il 9,5% del paese. L’Italia conta oltre 636.000 frane censite e si conferma uno dei paesi europei più esposti al fenomeno.
I numeri sulle persone sono altrettanto netti: 5,7 milioni di italiani vivono in aree a rischio frane, di cui 1,28 milioni in zone a pericolosità elevata e molto elevata. Oltre 582.000 famiglie, 742.000 edifici, quasi 75.000 unità locali di impresa e 14.000 beni culturali si trovano nelle aree a maggiore pericolosità.
E poi c’è il dato sugli interventi. Il Repertorio ReNDiS di ISPRA, aggiornato a dicembre 2024, registra quasi 26.000 interventi finanziati per la difesa del suolo negli ultimi 25 anni, per un totale di 19,2 miliardi di euro. Di questi, solo il 34% risulta concluso. Un altro 34% è ancora da avviare o privo di dati. Il tempo medio di realizzazione di un’opera è di 4,7 anni. In un paese dove le frane non aspettano.
Al convegno di presentazione del rapporto ISPRA, un esponente della Banca d’Italia ha dichiarato che oltre cento miliardi di euro di patrimonio immobiliare sono esposti al rischio idrogeologico, con danni stimati in circa 3 miliardi di euro all’anno. I relatori hanno sottolineato che il problema dei ritardi non è da attribuire alla scarsità di risorse, quanto alla frammentazione amministrativa che ne rallenta la programmazione e la messa in opera. Lo stesso rapporto segnala la mancanza cronica di personale tecnico nei comuni più piccoli, quelli, va da sé, dove il rischio è più alto e la capacità di intervento più bassa.
La geografia dell’ovvio
Tra il 30 marzo e i primi di aprile, le precipitazioni intense e prolungate hanno colpito un arco che va dall’Abruzzo alla Puglia, passando per il Molise e la Basilicata. Il triennio 2022-2024 era già stato segnato da eventi idro-meteorologici di intensità fuori scala: le alluvioni nelle Marche del settembre 2022, le colate di Ischia nel novembre 2022 con dodici morti, le alluvioni in Emilia-Romagna nel maggio 2023 con danni stimati in 8,6 miliardi di euro, le precipitazioni anomale in Valle d’Aosta e Piemonte nel giugno 2024. Il rapporto ISPRA lo registra con formula tecnica: i cambiamenti climatici stanno determinando un incremento della frequenza delle piogge intense e concentrate, con conseguente aumento delle frane superficiali, delle colate rapide di fango e detriti, delle alluvioni.
Sul campo, questo si traduce nel fatto che fino a ieri − parole del ministro Salvini − c’erano 94 strade statali interrotte in Italia. Il viadotto del Sente, che collegherebbe Agnone al resto del Molise, è chiuso da anni. Un intero pezzo di Appennino è accessibile solo a condizione che non piova troppo.
E mentre il paese si riprende dalla frana di Petacciato, la Camera si prepara a discutere, mercoledì 15 aprile, il decreto legge sugli interventi urgenti per l’emergenza provocata dal Ciclone Harry del 18 gennaio in Calabria, Sardegna e Sicilia, che include anche le misure per un’altra frana, quella di Niscemi, in provincia di Caltanissetta: fronte di quattro chilometri, terreno abbassato di decine di metri, centro abitato minacciato. A Niscemi lo stesso quartiere, Sante Croci, era già franato il 12 ottobre 1997.
Lo schema si ripete con una regolarità che non è casuale. L’Italia frana dove è già franata, si allaga dove si è già allagata, crolla dove ha già ceduto. Non perché gli eventi siano imprevedibili, ma perché le infrastrutture e gli insediamenti continuano a occupare gli stessi spazi in cui il terreno si muove. Lo dicono le mappe di ISPRA, lo dice l’inventario IFFI con le sue 636.000 schede, lo dice la piattaforma IdroGEO dove chiunque, con uno smartphone, può verificare il livello di pericolosità del punto in cui si trova. L’informazione c’è. La conoscenza del territorio è più dettagliata che mai. Resta aperta, nel weekend del 10-12 aprile 2026, la domanda su cosa se ne faccia un paese che conosce perfettamente le proprie crepe e continua a camminarci sopra.
In copertina: immagine Envato
