Oltre un miliardo e mezzo di euro nella disponibilità del commissario straordinario (e presidente della regione) per 597 interventi contro il dissesto idrogeologico in Sicilia, ma per Niscemi il contatore segna uno zero assoluto. Contro il dissesto a Niscemi poco o nulla è stato fatto e quel poco lo ha fatto il comune. Eppure, sono state stanziate, a partire dal 1997, risorse cospicue. “Dove sono finiti i soldi? Perché non è stato fatto nulla a opera dei commissari straordinari?”, si chiede Franco Piro, due volte assessore regionale per il bilancio della regione siciliana nella prima e nella seconda giunta Capodicasa (1998-2000), denunciando un'inerzia che dura da quasi trent’anni.
Quello di Niscemi non è solo un caso di sfortuna geologica, ma il simbolo di quella che Piro definisce la gestione degli "smemorati del dissesto", un paradosso economico e ambientale in cui i fondi appaiono sulla carta ma svaniscono prima di toccare il suolo. Al momento di pubblicare questo articolo, a Niscemi si contano 1.606 sfollati. A comunicarlo è stata la prefetta di Caltanissetta Licia Messina, nel corso di una nuova riunione del centro di coordinamento soccorsi che ha definito anche il numero degli edifici (riferito ai fabbricati) in zona rossa. In particolare, nell’area compresa tra 0 e 50 metri insistono 201 fabbricati, nella fascia tra 50 e 100 metri 240 e, infine, negli ultimi 50 metri si trovano 439 edifici, per un totale di 880. Sul fronte della viabilità, proseguono i lavori sulla bretella tra la strada provinciale 10 e la 12. Lo ha detto il comandante del Quarto reggimento del genio guastatori.
Una fragilità secolare e il paradosso delle fognature
La storia del territorio di Niscemi è una cronaca di instabilità che risale molto indietro nel tempo. A partire dagli anni Cinquanta dello scorso secolo si contano centinaia di frane e, sebbene la conformazione geologica fatta di sabbie, arenarie e argille sia fragile, la mano dell'uomo ha accelerato il processo.
Secondo l’ex assessore regionale Piro, “la situazione si è via via aggravata perché non sono state regimentate le acque che circolano nel sottosuolo, convogliate in buona parte in un torrente in cui scaricano anche le acque nere, che non sono state adeguatamente collettate da un sistema fognante incompleto e senza depuratore. La gestione carente e l’assenza di interventi mirati ha trasformato un servizio essenziale in una ‘causa dirompente’ del dissesto del versante sud”. Niscemi è inserita nella procedura di infrazione UE 2004/2034 per fognatura e depurazione, ma sono trascorsi 21 anni e soltanto nel 2025 il commissario straordinario nazionale unico ha consegnato i lavori, per 12 milioni di euro, per la rete fognante e un nuovo depuratore.
Dagli indennizzi infiniti alle polizze obbligatorie
Il punto di non ritorno è il 1997, quando il crollo del costone presso la chiesa di Santa Croce rese evidente la gravità della situazione. “All'epoca, lo stato intervenne con l'ordinanza di Protezione Civile 2.703, firmata dall'allora ministro dell'interno Giorgio Napolitano, che stanziò 10,5 miliardi di lire”, ricorda Piro. “Poco dopo, nel 1998, vennero stanziati altri 18 miliardi di lire, non per opere di consolidamento ma come ‘ristoro’ per i proprietari delle abitazioni danneggiate.”
Questa forma di "assicurazione statale" è stata gestita con estrema lentezza: “In questi ultimi anni si registrano trasferimenti regionali che si rifanno a quei vecchi indennizzi mai del tutto completati, anche perché non bastavano per indennizzare le seconde case”, osserva amaramente l'ex assessore. Dopo la frana del 12 ottobre del 1997 molte furono condonate e inserite nel Piano regolatore generale approvato nel 2009 (il Piano regolatore è il documento con cui tra le altre cose i comuni regolano l’attività edilizia).
Dalla gestione lenta e parziale degli indennizzi statali passati si è giunti oggi alla proposta di un sistema basato su polizze assicurative obbligatorie per garantire una ripresa più rapida delle attività. Per fronteggiare i danni subìti dalle imprese a seguito del disastro di Niscemi, il ministro delle imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha annunciato l'intenzione di adottare misure già collaudate durante l'alluvione in Emilia-Romagna, puntando sul rispetto delle polizze catastrofali e sull'estensione del Fondo di garanzia anche alle microimprese.
L'obiettivo primario è accelerare la ripresa delle attività produttive, inserendo gli eventi − non solo la frana di Niscemi ma anche la mareggiata di proporzioni inedite per il territorio che ha colpito la Sicilia a gennaio − all'interno di una riflessione più ampia sull'assicurazione obbligatoria per le imprese, entrata in vigore il primo gennaio scorso (con proroghe al 31 marzo per i settori pesca e turistico-alberghiero). Secondo il ministro, la sfida attuale consiste nel coniugare la necessità di rendere tali strumenti assicurativi universalmente accessibili con l'esigenza di garantire una copertura efficace contro i rischi catastrofali sempre più frequenti.
Il labirinto delle responsabilità istituzionali
Con il passare degli anni, la catena del comando è diventata un labirinto burocratico. Nel 2009 è stata individuata una fascia di 50 metri dal perimetro della frana del 1997 in cui demolire gli edifici, ma oggi il raggio del rischio reale coinvolge oltre 1.500 persone che vivono entro 150 metri dal ciglio della frana che si è enormemente estesa.
La responsabilità politica è passata di mano in mano: dal 2014, i presidenti della regione (Rosario Crocetta, Nello Musumeci, oggi Renato Schifani) sono diventati commissari straordinari per il dissesto. I commissari hanno potuto nominare un soggetto attuatore che per diversi anni è stato Maurizio Croce, ex assessore regionale durante la giunta Crocetta. Il commissario e il soggetto attuatore hanno avuto la responsabilità di programmare, progettare e realizzare gli interventi, che però quasi sempre, quando sono esistiti, sono rimasti sulla carta. “C’è, secondo me, anche una grave culpa in vigilando da parte del dipartimento della Protezione civile e del governo nazionale”, incalza Piro.
La meccanica del disastro: non una frana comune
“La frana ha raggiunto una larghezza di quattro chilometri”: così il ministro per la Protezione civile Nello Musumeci nell'informativa al Senato. Il fronte franoso che minaccia i versanti occidentale e meridionale di Niscemi è stato innescato da una combinazione critica di geologia fragile, piogge e carenze infrastrutturali. La situazione, definita molto complessa da Orazio Barbagallo, geologo già docente di geologia applicata all’Università degli studi di Messina, vede il centro abitato fare i conti con un fenomeno di lateral spread che sta provocando l'arretramento dei bordi del pianoro su cui sorge la città.
Secondo l’esperto, non si tratta di una classica frana rototraslazionale, come ipotizzato nei primi giorni, ma di una frana “complessa”, data da fenomeni di espandimento laterale a monte e colamento gravitativo a valle. “Il problema nasce dalla presenza di un placcone di sabbie sovrastante un interstrato di argille sabbiose molto plastiche e le sottostanti argille di base”, ci spiega, precisando che questo interstrato saturo d’acqua e molto plastico provoca l’arretramento del bordo e il crollo di porzioni frontali del paese. Questo processo genera delle fratture verticali, chiamate “Tension Crack”, che innescano il fenomeno retrogressivo del versante sabbioso.
Certamente esiste tutta una serie di elementi predisponenti il movimento franoso, ma l'elemento scatenante principale è rappresentato dall'acqua. Oltre alle precipitazioni stagionali, pesa la gestione dei reflui di un abitato di circa 25.000 persone. Barbagallo sottolinea come la mancanza di un allacciamento fognario completo possa riversare nel sottosuolo quantità massicce di liquidi: “Tenuto conto che il numero di residenti a Niscemi è di 25.000 persone, nell’ipotesi che le fognature non siano allacciate a tutte le abitazioni, se si considera un consumo di 200 litri per abitante, si potrebbero avere sversamenti fino a 5 milioni di litri, ovvero 5.000 metri cubi d'acqua al giorno che potrebbero infiltrarsi nel terreno”. Questa massa d'acqua attraversa verticalmente le sabbie fino a incontrare il "tetto" delle argille, dove inizia a scorrere seguendo la pendenza verso occidente e verso sud, plasticizzando il contatto e favorendo lo scivolamento.
Monitoraggio hi-tech e interventi futuri
Al momento, l'evoluzione della frana rende difficili i sopralluoghi diretti, ma il piano d'azione, in attesa dei risultati delle opportune indagini geognostiche concordato con l’Ordine regionale dei geologi di Sicilia, è già tracciato. L'intenzione di Barbagallo è quella di utilizzare droni per mappare l'area e confrontare i nuovi rilievi con i dati del DTM (Digital Terrain Model) del 2008 e del 2013 esistenti della regione Sicilia. Questo permetterà di valutare con precisione la differenza tra il vecchio profilo del pendio e quello attuale, per stimare l’evoluzione del movimento franoso.
Per quanto riguarda la messa in sicurezza, l’esperto è chiaro: “La priorità assoluta è il drenaggio per eliminare l'acqua che plasticizza le argille. Tuttavia, l'ampiezza del fronte, circa 1,7 km, comporterà costi importanti per le opere di mitigazione, che dovranno prevedere sia interventi al piede della frana sia a monte per aumentare la resistenza del terreno e favorire il drenaggio delle acque”. La sfida sarà intercettare con precisione il piano di scivolamento, che dai primi rilievi sembra non essere molto profondo, per bloccare definitivamente il movimento del "gigante di sabbia".
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In copertina: foto ISPRA
