Il ciclone Harry ha travolto il Sud Italia, lasciando dietro di sé una scia di distruzione che, pur non avendo causato vittime grazie alla gestione tempestiva delle allerte meteo, potrebbe superare i due miliardi di euro. La tempesta ha devastato infrastrutture costiere, agricoltura e comparto turistico, e uno studio, pubblicato il 20 gennaio da un team internazionale di ricercatori associati al progetto ClimaMeter, ha evidenziato come sia stata caratterizzata da raffiche di vento eccezionali, rese circa il 15% più intense a causa del riscaldamento globale antropico.
Il Governo che ha già deliberato lo stato di emergenza nazionale, ma lo studio, confrontando i dati storici, dimostra che fenomeni simili sono oggi più caldi e pericolosi rispetto al passato, e attribuisce il rafforzamento del ciclone principalmente al cambiamento climatico guidato dalle attività umane, più che a variabili naturali. Un ulteriore contributo che conferma, quindi, l’importanza della prevenzione.
La rivoluzione dei dati e dei "gemelli digitali" per salvare il paese
La fragilità del territorio italiano e l'impatto del cambiamento climatico non possono più essere trattati come eventi eccezionali, ma come una sfida strutturale che richiede una visione a lungo termine. Ne è convinto Maurizio Carta, professore ordinario di urbanistica del Dipartimento di architettura dell'Università degli Studi di Palermo, che lancia un monito chiaro sulla necessità di passare dalla gestione delle catastrofi alla prevenzione strategica: “Il cambiamento climatico e la fragilità del territorio non possono essere derubricati a una questione emergenziale. Considerarla una condizione strutturale richiede di doverla affrontare in termini strategici e operativi”.
L'obiettivo è trasformare il paese, rendendolo capace non solo di resistere, ma anche di evolversi positivamente di fronte alle crisi ambientali. L'analisi di Carta parte dalla consapevolezza che l'Italia è, per sua natura, un "paese di città" dove l'insediamento umano diffuso spesso confligge con fenomeni idraulici e tettonici rilevanti, e il professore osserva con preoccupazione come il tessuto urbano sia indebolito da decenni di incuria: “Abbiamo 14 città metropolitane che si sono espanse senza regole e migliaia di piccole comunità che si sono trasformate con troppe deroghe”.
Questo scenario è aggravato da piani di protezione civile che spesso restano solo "fogli di carta" e da una diffusa ignoranza delle procedure di evacuazione sicura tra i cittadini e le cittadine. Secondo l’esperto, la soluzione risiede in un grande progetto nazionale di conoscenza che superi la frammentazione dei dati, poiché “è impensabile che oggi, nella società dei dati, le informazioni sulla sicurezza non siano interoperabili”. Propone, inoltre, la creazione di un "gemello digitale del paese", un database aperto che permetta una mappatura capillare del rischio, dai singoli edifici alle grandi infrastrutture. Questo sistema dovrebbe poggiare su tre moduli d'azione: una diagnosi per stabilire le priorità, un intervento supportato da una struttura tecnica nazionale per aiutare i piccoli comuni, e un monitoraggio costante.
Carta sottolinea che la sicurezza deve diventare una “priorità dell'agenda politica, personale e collettiva”, incentivando anche l'intervento privato attraverso una fiscalità mirata, dato che gran parte del patrimonio a rischio è di proprietà di privati cittadini e cittadine. Il passaggio necessario è verso un territorio "antifragile" che impari dai propri errori: “È venuto il momento di imparare dalle catastrofi”, commenta Carta. “Alcune delle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza potevano essere indirizzate meglio in un grande piano del paese anziché essere disperse in mille rivoli locali.”
Su 207 comuni siciliani solo 11 dispongono di un geologo in organico
In una Sicilia martoriata dal ciclone Harry, il deserto di competenze tecniche lascia i comuni inermi di fronte al fango. I dati dell’Ordine dei geologi della Sicilia rivelano una realtà allarmante: su 390 comuni siciliani, solo 207 hanno risposto a un censimento interno effettuato nel 2016 e, tra questi, appena 11 dispongono di un geologo in organico.
“Sono numeri mortificanti”, denuncia Giorgio Cecchini, vicepresidente dell’Ordine regionale dei geologi di Sicilia, evidenziando una carenza di circa duecento professionisti geologi tra dirigenti e funzionari nei vari dipartimenti della regione siciliana che paralizza la pianificazione territoriale. Senza queste figure, gli enti locali non riescono a monitorare il territorio, trasformando ogni criticità in un'emergenza permanente che grava pesantemente sulle casse pubbliche: “Se programmare ci costa uno, gestire l'emergenza ci costa cento”, spiega l’esperto, sottolineando come l’investimento preventivo sia l’unica strada per evitare modelli inefficienti e dannosi per la cittadinanza.
Con scenari attuali come il dissesto idrogeologico, i cambiamenti climatici, caratterizzati da nubifragi intensi e innalzamento delle temperature marine, bisogna imparare a convivere ma, soprattutto, a prevenirli e difendersi. Tuttavia, la difesa del suolo è ostacolata da strumenti urbanistici obsoleti e da una scarsa percezione del rischio. “Il geologo è una figura imprescindibile, per competenza, per la gestione e il controllo del territorio”, ribadisce Cecchini. “Solo attraverso la conoscenza e il monitoraggio costante sarà possibile garantire la sicurezza della comunità e proteggere un territorio sempre più fragile. L’Ordine dei geologi di Sicilia ha avviato un nuovo censimento per aggiornare i dati sui comuni.”
L’economia siciliana in ginocchio
Il 26 gennaio il Consiglio dei ministri ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale, destinando 33 milioni di euro alla Sicilia per i danni causati dal ciclone Harry. A questi si sommano 70 milioni messi a disposizione dalla giunta regionale guidato da Renato Schifani, il quale ha promesso che “seguiranno altri decreti per stanziare fondi aggiuntivi”.
Si tratta, tuttavia, solo di una frazione di un bilancio ben più drammatico: secondo le stime iniziali della Protezione civile regionale, i danni diretti alle infrastrutture − che includono strade, porticcioli, stabilimenti balneari e attività produttive lungo la fascia costiera − ammontano a circa 740 milioni di euro. Il quadro si fa ancora più fosco se si considera l'impatto complessivo sull'economia reale. Includendo i mancati guadagni delle attività ricettive e produttive, la stima per la sola Sicilia supera la soglia psicologica del miliardo di euro.
La geografia dei danni ricalca la furia degli elementi che hanno colpito duramente le fasce costiere ioniche e le zone interne, queste ultime flagellate da dissesti idrogeologici. I numeri che arrivano dai territori sono impressionanti: Messina è la provincia più colpita con oltre 244 milioni di euro di danni alle infrastrutture; a Catania le autorità locali stimano perdite superiori ai 200 milioni di euro; nel siracusano, le stime settoriali parlano di decine di milioni, con Siracusa che registra oltre 35 milioni di danni e Avola circa 20 milioni; mentre, per quanto riguarda Mazara del Vallo, il comune ha già trasmesso alla Protezione civile un computo di circa 6,7 milioni di euro.
Il settore primario non è stato risparmiato. Confcooperative e Fedagripesca segnalano che, tra imbarcazioni danneggiate, infrastrutture portuali inservibili e perdite nei settori pesca e agricoltura, i danni sfiorano i 40 milioni di euro. Il cammino verso la normalità appare lungo.
Per la Sicilia, la sfida non è solo ricostruire ciò che è andato distrutto, ma proteggere un sistema economico che, tra turismo e pesca, rappresenta il cuore pulsante dell’isola. Da quanto emerge dalla ricognizione realizzata da Confagricoltura in questi giorni le perdite sono pesantissime, con una compromissione della produzione che oscilla tra il 30% e l'80% a seconda delle cultivar colpite. “Siamo di fronte a una situazione drammatica che mette in ginocchio centinaia di aziende agrumicole del territorio catanese”, ha dichiarato il presidente di Confagricoltura Sicilia, Rosario Marchese Ragona.
L’urgenza di una “visione d’insieme” per salvare il turismo nella Sicilia ionica
“I danni sono ben oltre il miliardo e la devastazione è tale da non trovare parole adatte”: Domenico Torrisi, presidente di Federalberghi Sicilia, fotografa con queste parole gli eventi che nelle scorse settimane hanno colpito la fascia ionica. “Tengo a precisare che le nostre strutture sono aperte tutto l’anno.” A differenza degli stabilimenti stagionali, infatti, gli hotel tra Catania, Siracusa e Messina hanno subito danni "mostruosi" mentre ospitano turisti, rendendo necessari interventi immediati, finanziati spesso con capitali propri o debiti bancari.
“Bisogna fare molto in fretta”, aggiunge Torrisi, esprimendo forte preoccupazione per la prossima stagione estiva, poiché in molte zone la costa è stata così devastata che le spiagge sono scomparse, rendendo difficile un ripristino in tempi brevi. “Se non si ha una visione d’insieme della regione, stavolta sbagliamo tutto”, sottolinea Torrisi, che insiste sulla necessità di una ricostruzione collettiva che passi per conferenze di servizi veloci. “Serve una moratoria sui mutui di due anni e una piccola agevolazione del canone demaniale, un meccanismo rapido che favorirebbe la velocità.” Questa strategia permetterebbe di recuperare le spese attraverso la tassazione, snellendo i percorsi burocratici e garantendo la sopravvivenza dell’intero comparto turistico siciliano.
Sicilia, 23 milioni contro i danni del ciclone
L'assessore alle sttività produttive della regione siciliana, Edi Tamajo, ha annunciato un piano d'intervento immediato per sostenere il tessuto economico colpito dai danni del recente ciclone: “In questo momento abbiamo messo 23 milioni di euro”, ha dichiarato, precisando che l'obiettivo è quello di incrementare ulteriormente queste risorse per andare incontro alle esigenze delle strutture danneggiate. La misura non riguarderà solo le imprese, ma è stata estesa anche alle associazioni e ai circoli sportivi che operano su aree demaniali, garantendo una copertura più ampia rispetto ai danni subiti.
Per accelerare i tempi, Tamajo ha spiegato di aver voluto evitare le “lungaggini” degli strumenti nazionali: “Dobbiamo essere rapidi perché l'immobilismo e i ritardi creano danni”. La procedura prevede, infatti, un avviso pubblico operativo già da lunedì 2 febbraio, che permetterà di accedere ai ristori tramite una semplice perizia asseverata da parte di un tecnico. Una volta istruite le pratiche, la cabina di regia trasmetterà l'elenco dei beneficiari all'IRFIS, l’Istituto regionale per il finanziamento alle industrie in Sicilia, per l'erogazione diretta dei pagamenti: “Siamo delle persone che con grande umiltà vogliono lavorare”, conclude Tamajo, ribadendo che questa "politica del fare" è necessaria per mantenere la Sicilia una terra attrattiva per gli investimenti nonostante le emergenze climatiche.
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In copertina: foto dal profilo Facebook Regione Siciliana - Dipartimento regionale della Protezione civile
