Il World Economic Forum che si è aperto oggi, 19 gennaio, a Davos si presenta con il tema “Spirito di dialogo”,che più che un tema sembra un auspicio, o in certi casi addirittura una preghiera, se consideriamo le vere partite sul tavolo, e che si giocano tutte altrove. Nei corridoi, nelle tensioni tra alleati storici, nelle assenze che pesano quanto le presenze. Perché quest’anno, più degli oltre tremila partecipanti che si riverseranno nella cittadina svizzera fino al 23 gennaio, a dominare la scena sarà ciò che accadrà fuori dalle sale congressi.

Un’edizione record che riunisce tremila leader da 130 paesi, tra cui 64 capi di stato e di governo e 850 amministratori delegati e presidenti di grandi aziende. Eppure un uomo solo ha già dettato l’agenda del summit annuale delle élite mondiali e si prepara a rubare la scena a tutti: Donald Trump.

La presenza di Trump a Davos e l’assenza della Danimarca

Iniziamo però da chi ha scelto di non esserci: dalla Danimarca, che, da agenda già diffusa, ha ritirato la propria delegazione, e non è un dettaglio protocollare: è la frattura che si consuma tra Washington e Copenaghen sulla Groenlandia, l’isola che Donald Trump vuole acquisire “che piaccia o no”. Il presidente statunitense, che mercoledì parlerà al Forum, ha già annunciato dazi del 10% a otto paesi europei – Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Svezia, Norvegia e Regno Unito – rei di aver partecipato a esercitazioni militari congiunte in territorio groenlandese. Una mossa che l’Europa sta valutando di contrastare con contromisure da 93 miliardi di euro, elaborate proprio in vista degli incontri di Davos.

Trump ha scritto al premier norvegese Jonas Gahr Støre una lettera che suona come una dichiarazione di intenti: “Considerando che il vostro paese ha deciso di non assegnarmi il Premio Nobel per la pace per aver fermato otto guerre, non mi sento più in dovere di pensare esclusivamente alla pace”. Otto nazioni europee hanno risposto con una dichiarazione congiunta che parla di “pericolosa spirale discendente” per le relazioni transatlantiche. È il linguaggio della diplomazia quando è costretta a registrare il crollo delle certezze costruite in settant’anni di alleanza.

“Il dialogo non è un lusso, ma una necessità”, ha ribadito Børge Brende, presidente e CEO del World Economic Forum, riconoscendo che l’evento si svolge “nel contesto geopolitico più complesso dal 1945”. Ha ammesso che il multilateralismo sta segnando una battuta d’arresto in un mondo dove le grandi potenze agiscono in modo sempre più unilaterale, anche se “la cooperazione è come l’acqua e trova sempre una via”.

Trump è atteso nell’esclusiva località svizzera da alcuni dei capi di governo europei della NATO che ha preso di mira: il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron e il presidente finlandese Alexander Stubb, insieme al segretario generale della NATO Mark Rutte e alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che ha già avvertito di possibili ripercussioni sulle relazioni transatlantiche se le minacce si concretizzeranno. Insomma, non proprio i migliori auspici per un’edizione che nasce sotto lo slogan dello “Spirito del Dialogo”.

Il rapporto Oxfam 2026

Al centro di tutto questo c’è un Forum profondamente cambiato. Dopo le dimissioni di Klaus Schwab nell’aprile 2025, travolto da accuse di irregolarità finanziarie che hanno portato a un’indagine interna, e la successiva nomina ad agosto di Larry Fink di BlackRock e Andre Hoffmann di Roche come co-presidenti ad interim del board of trustees, l’agenda del World Economic Forum è stata radicalmente ridisegnata. Le sessioni dedicate a clima, transizione ecologica e natura sono dimezzate rispetto all’anno scorso, passando da un quinto a circa un decimo del programma complessivo. I panel su genere, inclusione e donne sono scesi dell’85%. Quelli su cooperazione globale e multilateralismo del 65%. I Sustainable Development Goals sono praticamente scomparsi, con un calo dell’85%.

Eppure, proprio mentre l’agenda ufficiale si rimodella sulle priorità di Washington, il rapporto Oxfam pubblicato oggi in apertura del Forum riporta i numeri che dovrebbero essere al centro del dibattito. Nel 2025 la ricchezza dei miliardari è cresciuta del 16% in termini reali, un ritmo tre volte superiore alla media degli ultimi cinque anni. Gli oltre tremila miliardari del mondo − per la prima volta il numero supera questa soglia − detengono un patrimonio complessivo di 18.300 miliardi di dollari. I 12 individui − appena 12 − più ricchi del pianeta controllano da soli 2.635 miliardi, più di quanto possieda la metà più povera della popolazione mondiale, oltre 4,1 miliardi di persone.

Le conseguenze? Eccole: una persona su quattro nel mondo vive in condizioni di insicurezza alimentare. Quasi metà della popolazione globale è in povertà. Il tasso di riduzione della povertà estrema è rimasto invariato negli ultimi sei anni, e in Africa è tornato ad aumentare. I tagli agli aiuti internazionali operati nel 2024 dai governi di tutto il mondo potrebbero causare nei paesi più poveri oltre 14 milioni di morti aggiuntive entro il 2030. “La legge del più ricco sta portando al fallimento della democrazia”, afferma Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia.

Il rapporto documenta come solo tre persone su dieci oggi vivano in democrazie, mentre nel 2004 erano una su due. Oxfam parla di “baratro della disuguaglianza” e sottolinea il legame strutturale tra concentrazione di ricchezza e concentrazione di potere politico, tanto che un miliardario ha 4.000 volte più probabilità di ricoprire una carica pubblica rispetto a un cittadino comune. Sette delle dieci maggiori corporation mediatiche mondiali hanno proprietari miliardari. L’accumulo estremo di ricchezza si traduce in capacità di orientare le politiche pubbliche, di influenzare il dibattito, di erodere il patto civico che tiene insieme le società.

Verso il nuovo ordine mondiale

Come detto, però, a Davos la vera guerra che si combatte non sarà contro la povertà ma per il ridisegno dell’ordine globale, con Trump che arriva accompagnato dalla delegazione statunitense più massiccia mai vista al Forum: sei ministri tra cui il segretario di stato Marco Rubio e il capo del Pentagono Pete Hegseth. Il presidente statunitense non viene a Davos per mediare: viene a dettare le condizioni. Kevin Hasset, capo dei consiglieri economici della Casa Bianca, lo ha annunciato senza giri di parole: “Mercoledì nel suo discorso porrà le basi del nuovo ordine mondiale”. Il contesto è reso ancora più incandescente dalla brutale repressione delle rivolte in Iran e dalla deposizione del presidente venezuelano Nicolás Maduro, ottenuta da Washington con un blitz cinematografico.

Gli altri leader attesi non sono certo comprimari, ma vorranno comunque la loro fetta di visibilità e di vittorie da portare a casa: a guidare la rappresentanza cinese sarà il vicepremier He Lifeng, che ha in mano i principali dossier economici, mentre tra gli altri leader presenti figurano il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres, il primo ministro canadese Mark Carney, il presidente indonesiano Prabowo Subianto, il primo ministro del Qatar Mohammed al-Thani, il presidente polacco Karol Nawrocki, il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis, il presidente israeliano Isaac Herzog, il presidente congolese Felix Tshisekedi e il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif. Nutrita la partecipazione latinoamericana, con i presidenti di Argentina (Javier Milei), Panama (José Raúl Mulino) ed Ecuador (Daniel Noboa). Il presidente colombiano Gustavo Petro ha invece annullato la missione per concentrarsi sull’imminente incontro con Trump alla Casa Bianca. A proposito di dossier scottanti.

Per quanto riguarda casa nostra, non è ancora ufficiale la presenza della presidente Meloni, che in queste ore sta rientrando dalla trasferta asiatica. Alcune voci la danno per certa tra martedì sera e mercoledì in tempo per ascoltare Trump, con particolare interesse al dossier Gaza SPA e alla “ricostruzione”. Particolare attenzione, invece, per l’arrivo del presidente siriano Ahmad al-Sharaa e del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che spera di firmare un accordo con gli Stati Uniti sulla ricostruzione. I delegati mediorientali, tra i quali spicca il primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese Mohammed Mustafa, attendono ulteriori annunci di Trump sulla composizione del Consiglio di pace per Gaza, che continua a estendersi a nuovi leader globali.

Il mondo dell’economia e della finanza sarà rappresentato da Christine Lagarde, presidente della BCE, Kristalina Georgieva, direttrice del Fondo monetario internazionale, Satya Nadella di Microsoft, Larry Fink di BlackRock e Jensen Huang di Nvidia. Una presenza di leader ai massimi storici e le numerose proteste annunciate hanno spinto il governo elvetico a mobilitare un dispositivo di sicurezza senza precedenti: 5.000 soldati dell’esercito svizzero che sosterranno le forze dell’ordine e si occuperanno del trasferimento dei principali leader in questa città incastonata tra le Alpi, il cui spazio aereo resterà parzialmente chiuso per una settimana.

Il paradosso di Davos

In tutto questo clima di tensione, i mercati finanziari hanno reagito con nervosismo. Le borse europee sono crollate dopo l’annuncio dei dazi sulla Groenlandia, mentre l’oro vola ai massimi storici. Il Global Risks Report 2026 del WEF, costruito su un sondaggio tra circa 1.300 leader ed esperti, ha fotografato uno spostamento dell’ansia collettiva: nel breve periodo non è il clima a dominare la scena, ma la geoeconomia e i conflitti armati.

Per la prima volta dal dopoguerra, la sensazione prevalente è che la partita decisiva si giochi su armi economiche e guerre tradizionali. La disinformazione e la polarizzazione sociale completano il quadro dei rischi immediati. Il clima torna in cima alle preoccupazioni solo guardando a un orizzonte di dieci anni, quando gli eventi estremi rischiano di amplificare migrazioni, instabilità economica e conflitti sulle risorse.

Davos 2026 si apre dunque con un paradosso: un Forum che proclama il dialogo mentre le sue stesse scelte di agenda dimostrano quanto quel dialogo sia condizionato dai rapporti di forza. Un incontro che dovrebbe affrontare le grandi sfide globali ma che sposta ai margini proprio i temi − povertà, disuguaglianza, crisi climatica − che il rapporto Oxfam indica come emergenze assolute. Una kermesse dell'élite globale che si svolge mentre quella stessa élite accumula ricchezze a un ritmo mai visto nella storia, e mentre metà del pianeta sprofonda nella povertà.

 

In copertina: foto di Jason Alden © World Economic Forum