Non è un cantiere navale, non è una fabbrica di Eternit, non è uno dei tanti siti industriali che in Italia portano ancora il marchio dell’amianto. È un centro di ricerca. Uno dei più importanti del paese: il Centro ENEA della Casaccia, alle porte di Roma, dove l’Italia sviluppa tecnologie per l’energia e lo sviluppo sostenibile. Un posto dove si studiano i materiali del futuro, le cui strutture sono state costruite con i materiali del passato. Materiali che uccidono.

Un ricercatore tecnico ci ha lavorato per trentaquattro anni, dal 1962 al 1996, nel laboratorio di tecnologie dei materiali. Nel maggio 2016 gli è stato diagnosticato un mesotelioma pleurico. È morto il 12 maggio 2017. Aveva 78 anni. Due sentenze dei tribunali romani, depositate tra febbraio e marzo 2026, hanno accertato che quel mesotelioma ha avuto origine dall’esposizione alle fibre di amianto aerodisperse subita durante l’attività lavorativa alle dipendenze di ENEA. E hanno condannato l’ente a risarcire la famiglia, difesa dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio nazionale amianto, con una somma complessiva che, tra danno parentale, danno biologico, danno catastrofale, interessi e rivalutazione, supera il milione di euro.

La vicenda è importante non solo per le cifre. Lo è perché apre un fronte inedito: quello dei ricercatori esposti. Non operai, non manovali, ma personale qualificato di un ente pubblico di ricerca che operava in ambienti contaminati senza saperlo e senza protezioni.

La polvere nei laboratori

La ricostruzione della consulenza tecnica d’ufficio è minuziosa. Il ricercatore era stato assunto nel 1962 dall’allora CNEN, poi divenuto ENEA. Ha attraversato tutti gli edifici del Laboratorio di tecnologie dei materiali: dalle baracche iniziali al controllo meccanico dei campioni irradianti, dalle prove su materiali per reattori alla costruzione di celle in piombo, dalle prove di resistenza meccanica sotto carico prolungato alle celle schermanti. Nel 1992 era alla Hall C 58, responsabile delle prove di resilienza e trazione. In tutti questi ambienti era presente amianto. Le strutture dei laboratori erano realizzate in materiale contenente amianto. Il degrado strutturale comportava il rilascio di fibre aerodisperse. La pavimentazione era in vinil-amianto. I guanti utilizzati per le lavorazioni contenevano amianto. Il generatore di calore, la coibentazione, le retine spargifiamma: tutto in MCA, materiale contenente amianto. La CTU ha quantificato livelli espositivi di circa 3.000 ff/lt per giornata lavorativa.

La ASL Roma 1 aveva rilevato nel 2016 la presenza di vinil-amianto nella pavimentazione del centro con segni evidenti di degrado. L’INAIL aveva riconosciuto la malattia professionale. Il Servizio sanitario regionale del Lazio aveva attestato l’esposizione certa per l’attività svolta dal 1961 al 1995. E al momento delle sentenze il centro aveva ancora un piano di rimozione dell’amianto in corso. L’ente si è difeso sostenendo che i valori limite non erano stati superati e che la propria documentazione dimostrava l’assenza di amianto nei luoghi di lavoro del dipendente.

La Corte d’Appello ha smontato questa linea. Ha ricordato che già dal 1956 il d.P.R. 303 imponeva al datore di lavoro di adottare provvedimenti per impedire la diffusione di polveri nell'ambiente di lavoro, con misure adeguate alla loro pericolosità. E che la pericolosità intrinseca delle fibre di amianto era nota nella comunità scientifica fin dagli anni Sessanta. Il Tribunale civile ha aggiunto un passaggio che pesa per un ente di ricerca: la pericolosità dell’esposizione all’amianto era un fatto acquisito nel dibattito scientifico già al tempo dell’impiego lavorativo del ricercatore. L’omissione di cautele appare ingiustificabile. Il Tribunale ha ritenuto configurabile la fattispecie di omicidio colposo.

ENEA produceva conoscenza scientifica. Avrebbe dovuto, più di qualunque altro datore di lavoro, conoscere i rischi a cui esponeva i propri dipendenti. Ezio Bonanni avverte che questa vicenda non è un caso isolato: al centro della Casaccia ci sarebbero altri lavoratori ammalati. La particolarità infatti sta nel profilo della vittima: non un lavoratore impiegato nella produzione di manufatti in amianto, ma un ricercatore che studiava materiali in un laboratorio pubblico. La sua esposizione non derivava dalla lavorazione dell’amianto, ma dal fatto che il minerale killer si trovava ovunque intorno a lui: nelle pareti, nei pavimenti, nelle attrezzature, nei guanti che indossava ogni giorno. Contaminazione ambientale, non da processo produttivo. Questo apre un interrogativo che va oltre il singolo caso. Quanti altri centri di ricerca pubblici, quante università, quanti laboratori costruiti negli anni del boom edilizio conservano ancora materiali contenenti amianto? E quanti lavoratori della conoscenza sono stati esposti senza protezioni e senza consapevolezza?

“È una vicenda che lascia profonda amarezza perché parliamo di un ente pubblico che avrebbe dovuto garantire la massima tutela della salute dei propri dipendenti”, ci risponde l’avvocato e presidente dell’ONA. “Invece molti lavoratori si sono ammalati e alcuni, purtroppo, hanno perso la vita a causa dell’amianto.”

L’amianto in Italia è vietato dal 1992. Ma il divieto riguarda la produzione, non la presenza. Quello installato prima, se non rimosso, resta dov’è. Si degrada, rilascia fibre, fa ammalare. Nel paese esistono ancora circa 40 milioni di tonnellate di materiali contenenti amianto da bonificare. Ogni anno si registrano circa 1.800 nuovi casi di mesotelioma. La storia di questa vittima, conclude Bonanni, “dimostra ancora una volta quanto sia fondamentale continuare le attività di bonifica e messa in sicurezza dei luoghi contaminati, ricordando che dietro ogni procedimento giudiziario ci sono persone, famiglie e vite profondamente segnate dalla malattia e dalla perdita”.

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In copertina: immagine Envato