Per trent’anni Claudio Apicella ha respirato amianto nei vani motore delle motovedette della Guardia di Finanza. Trent’anni di turni sotto coperta, tra tubazioni coibentate e rivestimenti che si sbriciolavano, da Taranto a Palermo a Porto Santo Stefano. Lui non lo sapeva. Il 23 aprile scorso, a 78 anni, la Cassazione lo ha riconosciuto vittima del dovere: primo finanziere di mare nella storia della giurisprudenza italiana a ottenere questo status per esposizione all’amianto. Risarcimento: oltre 390.000 euro. Lo Stato che lo ha esposto ha provato fino all’ultimo grado di giudizio a non pagare.

La sua storia non è un caso isolato. È il tassello più recente di un mosaico giudiziario che in poche settimane ha ridisegnato la geografia delle vittime dell’amianto in Italia: non più solo operai di fabbrica e edili, ma militari di ogni arma: finanzieri, nocchieri della marina, marescialli dell’esercito, manutentori dell’aeronautica. Categorie che nessuno aveva cercato, in ambienti che nessuno aveva bonificato. Nella Giornata mondiale delle vittime dell’amianto, il 28 aprile, è dai tribunali che arriva la fotografia più nitida di un’emergenza che l’Italia continua a gestire in ritardo.

I numeri lo confermano. L’Organizzazione mondiale della sanità stima oltre 200.000 decessi l’anno nel mondo causati dall’amianto. In Italia: circa 10.000 nuovi casi e 7.000 morti l’anno, senza segnali di riduzione. Nel solo Lazio, 500 decessi annui per patologie asbesto-correlate. La curva non scende. A oltre trent’anni dal bando (legge 257/1992), il conto continua a salire.

Il caso Apicella è un precedente che l’Osservatorio nazionale amianto (ONA) definisce “di valore storico”, destinato ad aprire la strada a centinaia di militari della Guardia di Finanza che hanno operato in condizioni analoghe. Ma non è l’unica sentenza di queste settimane.

Doppia condanna per la marina: oltre un milione di risarcimento

Una vicenda giudiziaria parallela ha prodotto un esito altrettanto significativo. Il 17 aprile il Ministero della difesa è stato condannato due volte, dal Tribunale civile di Roma e dal TAR del Lazio, per la morte di un sottocapo nocchiere della marina militare, deceduto nel 2015 per mesotelioma pleurico. Il militare aveva prestato servizio tra il 1966 e il 1971, imbarcato su unità navali di vecchia generazione, in ambienti saturi di amianto. Il risarcimento ai familiari supera complessivamente il milione di euro, a cui si aggiungono 168.000 euro disposti dal TAR. La Cassazione ha inoltre riaperto il contenzioso relativo a una delle figlie della vittima, disponendo un nuovo esame presso la Corte d’Appello di Brescia.

Le sentenze recenti hanno affermato un principio giuridico di portata generale, destinato a incidere su centinaia di casi analoghi. La Cassazione ha stabilito che il diritto all’assegno vitalizio e ai benefici previdenziali per le vittime del dovere spetta anche ai figli non fiscalmente a carico al momento del decesso del genitore, ribaltando l’interpretazione finora adottata dal Ministero della difesa.

Il caso emblematico è quello del maresciallo Leopoldo Di Vico, meccanico e manutentore di mezzi corazzati nell’esercito dal 1978 al 2013, morto nel 2015 dopo una lunga malattia causata dall’esposizione all’amianto. Il Ministero della difesa aveva riconosciuto la dipendenza della malattia da causa di servizio già nel 2018, ma ai figli Giuseppe e Mario erano stati negati i benefici economici perché avevano già iniziato a lavorare. Il 26 febbraio 2026, la Corte d’Appello di Roma ha condannato il Ministero a riconoscere loro un indennizzo di 100.000 euro ciascuno e un assegno vitalizio di 800 euro mensili.

Lo stesso principio è stato applicato dalla Cassazione nel caso di un primo maresciallo dell’aeronautica militare di Napoli, che per oltre 38 anni aveva operato in basi come Capodichino, Pratica di Mare, Gioia del Colle e Grazzanise, svolgendo manutenzione su aeromobili a contatto quotidiano con l’amianto. Anche in questo caso i figli, esclusi dal Ministero perché non a carico, si sono visti riconoscere i benefici.

“Quando un militare muore per le conseguenze del servizio, la sua famiglia non può essere lasciata a metà strada”, commenta l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’ONA e legale delle famiglie in tutti i procedimenti citati. “Essere o non essere a carico non cambia il fatto che si resta figli di un uomo morto per aver servito lo stato. La tutela deve essere piena, non parziale.”

2.500 scuole con amianto in Italia, nessuna mappatura completa

Ma l’amianto non riguarda solo il passato militare dell’Italia. Riguarda il presente di chi va a scuola. Secondo i dati più recenti dell’ONA, sono ancora tra 2.200 e 2.500 gli edifici scolastici italiani che contengono materiali con amianto o che non risultano completamente bonificati. Oltre 350.000 studenti e circa 50.000 tra docenti e personale scolastico potenzialmente esposti, in strutture per oltre la metà costruite prima del 1976.

Il rischio non è limitato alle coperture in eternit: l’amianto è presente in pavimentazioni in linoleum, impianti elettrici, cassoni idrici, tubazioni, coibentazioni interne. I dati dell’ONA mostrano un quadro disomogeneo: le regioni più avanzate nella rilevazione sono Piemonte e Liguria, le più virtuose nella bonifica Abruzzo, Sardegna e Umbria. Ma nel Sud Italia, con ogni probabilità, la percentuale di scuole ancora contaminate è più alta della media nazionale. E le città che nel 2021 risultavano più esposte − Torino con 66 edifici non bonificati, Milano con 89 su 665, Genova con 154 su 193 − non hanno ancora azzerato il conto.

Il caso di Roma, emerso con forza dal report ONA presentato in Campidoglio il 30 marzo, è esemplare della dinamica nazionale. Tra il territorio del comune e quello della città metropolitana si contano circa 140 edifici scolastici con presenza accertata o sospetta di amianto. La Città Metropolitana ne ha confermati 111, stanziando 10 milioni di euro per gli interventi. A oggi le bonifiche completate riguardano 37 istituti.

Il dato più allarmante, tuttavia, non è il numero ma il metodo: in diversi casi la presenza di amianto è emersa solo durante lavori di altra natura − adeguamenti antincendio, manutenzioni straordinarie, cantieri PNRR − e non a seguito di ricognizioni preventive. Al Municipio XI una prima ricognizione aveva individuato 61 cassoni in amianto, saliti a 75 dopo ulteriori sopralluoghi. Alla scuola Principe di Piemonte in via Ostiense si è reso necessario un intervento d’urgenza autorizzato dall’ASL. All’Ambrosoli e al D’Assisi, in viale della Primavera, sono stati rimossi tre chilometri di amianto dai davanzali in due anni di lavori.

Il quadro è quello di una gestione ancora reattiva anziché programmata. Mancano relazioni annuali, banche dati aggiornate, documentazione storica completa: in alcuni municipi parte degli archivi è andata perduta. Una logica emergenziale che, denuncia l’ONA, espone a rischio non solo studenti e personale scolastico, ma anche gli operai dei cantieri di bonifica. “Le bonifiche sono fondamentali, ma serve un’accelerazione decisa e un piano strutturale capace di intervenire in modo capillare”, avverte Bonanni.

Insegnanti e tecnici: l’altra frontiera delle sentenze

Le aule non sono solo il luogo dell’esposizione inconsapevole. Stanno diventando anche il terreno di una nuova stagione giudiziaria. Il Registro nazionale mesoteliomi (RENAM) dell’INAIL conta 158 casi di mesotelioma tra il personale scolastico italiano: docenti, tecnici di laboratorio, personale ATA. Le regioni più colpite sono Toscana, Piemonte ed Emilia-Romagna.

Nel 2021 il Tribunale di Bologna ha condannato per la prima volta il Ministero dell’istruzione a risarcire gli eredi di un’insegnante di chimica e fisica della scuola media Farini, morta di mesotelioma dopo quindici anni di malattia. Il risarcimento, confermato in appello nel 2022, è stato di 930.000 euro. I giudici hanno stabilito un principio dirompente: il Ministero, in quanto datore di lavoro, ha una posizione di garanzia sulla sicurezza degli edifici anche se non ne è proprietario. Non può scaricare la responsabilità su comuni e province.

Nel maggio 2025 la Corte d’Appello di Trieste ha ribaltato un’assoluzione di primo grado e condannato il Ministero dell’istruzione e del merito a risarcire con 600.000 euro la famiglia di un aiutante tecnico dell’Istituto Volta, morto di mesotelioma dopo quindici anni di lavoro tra laboratori e officina meccanica, a contatto con materiali contenenti amianto senza alcuna protezione. Non un caso isolato in quell’istituto: altri lavoratori si sono ammalati, e perfino un ex studente è stato colpito da una patologia asbesto-correlata.

L’onda non si ferma. L’ONA segnala un ricorso appena depositato in Lombardia per una maestra che si è ammalata manipolando il DAS, il materiale da modellare usato per i lavoretti dei bambini, che fino a un certo periodo conteneva crisotilo, la fibra di amianto bianco. Un altro caso, in Emilia-Romagna, dovrà essere riaperto dopo il decesso della docente malata. Sono i primi segnali di una casistica destinata a crescere, per effetto dei lunghi tempi di latenza delle patologie.

Il filo rosso: chi non sapeva di essere esposto

Il filo che lega sentenze militari, condanne al Ministero dell’istruzione e scuole italiane è lo stesso: la scoperta tardiva, accidentale, di un’esposizione che era sotto gli occhi di tutti ma che nessuno aveva cercato. Finanzieri che per trent’anni hanno lavorato in vani motore coibentati con amianto. Marescialli che hanno smontato e rimontato freni e frizioni di carri armati senza protezione. Sottocapi nocchieri che dormivano in corridoi saturi di fibre. Insegnanti che per anni hanno respirato fibre nei laboratori. Studenti che ogni giorno entrano in scuole con cassoni in amianto mai censiti, da Roma a Torino a Genova.

La curva epidemiologica non scende. Il lungo tempo di latenza delle patologie asbesto-correlate − il mesotelioma può manifestarsi anche quarant’anni dopo l’esposizione − significa che le conseguenze dell’amianto installato in Italia fino al 1992 continueranno a produrre vittime per decenni. E che ogni anno di ritardo nella mappatura e nella bonifica è un anno di esposizione che si somma al conto.

Le sentenze del 2026 dicono che i tribunali stanno facendo il loro lavoro: allargano le tutele, riconoscono nuove categorie di vittime, affermano princìpi di diritto che impediscono alle amministrazioni di trincerarsi dietro cavilli formali. La domanda è se il resto del sistema − la mappatura degli edifici, la programmazione delle bonifiche, la trasparenza dei dati − sarà capace di muoversi alla stessa velocità.

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In copertina: Bari, cantiere ex Fibronit. Foto di Saverio De Giglio, Fotogramma/Agenzia IPA