In uno scenario geopolitico ed economico dominato dall'incertezza, Washington D.C. ospita dal 13 al 18 aprile gli Spring Meetings 2026 del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale. Un appuntamento che, come ogni anno, riunisce alti funzionari, governatori delle banche centrali, economisti e ministri delle finanze di tutto il mondo per fare il punto sullo stato dell'economia globale.
Quest'anno, però, l'agenda è pesantemente condizionata dalla crisi energetica, e non solo, innescata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, conseguenza diretta dell'escalation del conflitto in Iran. Una crisi che sta generando forte volatilità sui mercati energetici e proietta ombre cupe sulle prospettive di crescita: bassa espansione del PIL e pressioni inflazionistiche crescenti sembrano ormai lo scenario di riferimento per i mesi a venire.
In questo contesto, il cambiamento climatico rischia di passare in secondo piano, nonostante si leghi direttamente alla crisi energetica attraverso il nodo irrisolto della dipendenza dalle fonti fossili. Non mancano tuttavia segnali positivi: la Banca mondiale ha infatti lanciato un'iniziativa per migliorare la sicurezza idrica per un miliardo di persone. "Nel complesso, gli Spring Meetings 2026, ufficiali e non, si profilano meno come un'occasione per presentare nuove visioni che come un banco di prova per capire se il sistema è in grado di adattarsi a pressioni sempre più mutevoli e crescenti”, sottolinea Nicole Goldin, Head of Equitable Development dell’United Nations University, in un articolo. “È probabile che i segnali reali siano al tempo stesso discreti, di natura tecnica e politica.”
World Economic Outlook 2026
Nonostante le turbolenze commerciali e l'incertezza politica, il 2025 si era chiuso con segnali incoraggianti: il settore privato è riuscito a adattarsi a un contesto economico in evoluzione, anche per via di dazi statunitensi più contenuti del previsto, sostegno fiscale in alcuni stati e un vivace boom tecnologico.
“Nonostante i rischi al ribasso, ci aspettavamo che questo slancio continuasse nel 2026 e stavamo valutando di rivedere al rialzo le nostre previsioni di crescita globale. La guerra in Medio Oriente ha interrotto tutto questo”, spiega durante la presentazione del World Economic Outlook 2026, Pierre-Olivier Gourinchas, Consigliere economico e direttore della ricerca del FMI. “La chiusura dello Stretto di Hormuz e i gravi danni alle infrastrutture energetiche critiche nella regione hanno aperto la prospettiva di una grave crisi energetica, qualora non si trovasse presto una soluzione duratura.”
Nel rapporto, il FMI ha elaborato tre diversi scenari, che dipendono anche da quanto a lungo si protrarrà il conflitto e da come si evolverà, oltre che dalla velocità con cui produzione e trasporto di energia riusciranno a tornare ai livelli precedenti. Nello scenario di riferimento, la crescita globale è prevista al 3,1% nel 2026 e al 3,2% nel 2027, in rallentamento rispetto al 3,4% del biennio precedente, con un'inflazione in salita al 4,4% quest'anno. Nello scenario avverso, con aumenti maggiori nei prezzi energetici, la crescita scenderebbe al 2,5% e l'inflazione sfiorerebbe il 5,4%. In quello più grave, con danni ingenti alle infrastrutture energetiche regionali, la crescita globale crollerebbe al 2%, mentre l'inflazione supererebbe il 6% nel 2027. A pagare il prezzo più alto sarebbero i paesi emergenti e in via di sviluppo, in particolare quelli che dipendono maggiormente dall’importazione di materie prime.
La chiusura dello Stretto di Hormuz, del resto, non blocca solo il transito di petrolio e gas naturale, ma anche quello di una lunga lista di altri beni, tra cui l'urea, fondamentale per la produzione di fertilizzanti, con ricadute dirette sulla sicurezza alimentare globale e sui prezzi del cibo. “Lo scenario di riferimento presuppone un prezzo del petrolio intorno agli 80 dollari al barile per quest'anno, come media annuale”, sottolinea Gourinchas. “Al momento siamo sopra quella soglia, vicini ai 100 dollari, anche se una normalizzazione resta possibile qualora si trovasse una soluzione che riportasse i prezzi energetici verso i presupposti dello scenario. Direi che al momento ci troviamo a metà strada tra lo scenario di riferimento e quello avverso. E ogni giorno che passa, ogni giorno di ulteriori sconvolgimenti energetici, ci avvicina sempre di più a quest'ultimo."
Per l'area euro le previsioni di crescita si attestano all'1,1% nel 2026 e all'1,2% nel 2027, mentre l'Italia rimane tra i fanalini di coda delle economie avanzate con uno 0,5% previsto per entrambi gli anni. “Il conflitto in Iran ha messo in luce, ancora una volta, la vulnerabilità strutturale che deriva dalla dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili”, dichiara a Materia Rinnovabile Eleonora Cogo, responsabile del team finanza di ECCO, il think tank italiano per il clima. “Una risposta credibile non può che partire da qui: accelerare la transizione energetica, investendo in rinnovabili, efficienza energetica, elettrificazione e infrastrutture di stoccaggio e interconnessione, per ridurre strutturalmente l'esposizione agli shock sui mercati del gas.
In questo senso, continua Cogo, “la transizione non è solo una politica climatica, ma il principale strumento di sicurezza economica e geopolitica a disposizione del continente. Proprio per questo, preservare il Green Deal e il sistema ETS non è una scelta ideologica, ma un imperativo di sicurezza. Rallentarne o indebolirne l'attuazione, come rischiano di fare alcune scelte nazionali, tra cui il decreto bollette italiano, significa perpetuare esattamente la vulnerabilità che questa crisi ha reso evidente”.
Global Financial Stability Report
Anche il Global Financial Stability Report dipinge un quadro tutt'altro che rassicurante. Nonostante il sistema finanziario abbia finora mostrato una certa resilienza, la stabilità resta minacciata dalle tensioni nel Golfo, con rischi che potrebbero ricadere con maggiore intensità sui mercati emergenti.
“Uno dei temi centrali di questo rapporto è la riduzione dello spazio di manovra delle politiche economiche in molti paesi”, sottolinea Tobias Adrian, consulente finanziario e direttore del Dipartimento dei mercati monetari e dei capitali del FMI, durante la conferenza stampa. “Negli ultimi cinque o sei anni, i governi sono spesso intervenuti a sostegno della stabilità finanziaria, ma quella capacità di intervento si è progressivamente assottigliata. In questo contesto, è fondamentale che i paesi tutelino la stabilità finanziaria monitorando da vicino l'evoluzione delle vulnerabilità, adottando misure macroprudenziali dove necessario, rafforzando la supervisione delle istituzioni bancarie e non bancarie e tenendosi pronti a intervenire con iniezioni di liquidità."
Anche Cogo sottolinea il fatto che la crisi in corso colpisca più duramente i paesi a basso reddito, in particolare quelli importatori di energia, che dispongono di minori strumenti per rispondere e pagano il prezzo più alto: “Il conflitto arriva in un momento in cui la situazione debitoria era già difficile e la crisi in corso non fa che aggravare questa pressione, obbligando questi paesi a far fronte simultaneamente al rimborso di debiti in valute estere e a costi di importazione energetica più alti. Vari paesi stanno già cercando nuovi programmi di finanziamento con FMI e Banca mondiale, tuttavia, le risorse disponibili a condizioni agevolate sono limitate, e un maggiore impegno delle istituzioni internazionali rischia inoltre di tradursi principalmente in rimborso del debito estero, senza proteggere davvero le persone più vulnerabili”.
Quindi, aggiunge l’esperta, “proposte di sospensione temporanea del servizio del debito in momenti di crisi acuta come questo, o dovuti shock climatici, possono senz’altro aiutare a dare respiro ai paesi più fragili. Nel lungo periodo, però, è necessaria anche una risposta più strutturale che porti all’abbandono di sussidi generalizzati sui combustibili fossili, e orienti gli investimenti verso le rinnovabili e la resilienza”.
Acqua sicura per 1 miliardo di persone
Sul fronte climatico, un segnale positivo arriva dalla Banca mondiale, che in partnership con le principali banche multilaterali di sviluppo ha lanciato Water Forward, una piattaforma globale con l'obiettivo di garantire la sicurezza idrica a un miliardo di persone entro il 2030. L'iniziativa punta ad allineare riforme politiche, finanziamenti e partnership per espandere l'accesso all'acqua potabile e rafforzare i sistemi idrici contro siccità e alluvioni, in un mondo dove quattro miliardi di persone soffrono già di scarsità idrica e dove l'acqua sostiene, secondo le stime, circa 1,7 miliardi di posti di lavoro a livello globale.
Al centro dell'iniziativa ci sono i cosiddetti "water compact" nazionali, accordi attraverso cui i governi definiscono le priorità di riforma e tracciano le traiettorie di investimento per i propri sistemi idrici. Quattordici paesi hanno già aderito, tra cui diversi stati africani, con molti altri in fase di adesione. "L'acqua è alla base del funzionamento delle economie", ha dichiarato Ajay Banga, presidente della Banca mondiale. "Quando i sistemi idrici funzionano, gli agricoltori producono, le imprese operano e le città attraggono investimenti. Il nostro compito ora è allineare riforme, finanziamenti e partnership per garantire servizi idrici affidabili su larga scala."
All’iniziativa hanno aderito alcune delle principali istituzioni finanziarie internazionali, dalla Banca asiatica di sviluppo alla Banca europea per gli investimenti (BEI), dalla Banca islamica di sviluppo al Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo. In questo contesto, la BEI ha sottolineato che, quando assumerà la presidenza del gruppo delle banche multilaterali di sviluppo nel 2027, il tema dell'acqua e della resilienza sarà in cima all'agenda, tra le cinque priorità principali del suo mandato.
Secondo quanto riportato da Devex, proprio a margine degli Spring Meetings c'è un tema che difficilmente troverà spazio nel dibattito ufficiale: il futuro del Climate Change Action Plan (CCAP) della Banca mondiale, prorogato fino a fine giugno 2026, che rischia di non essere rinnovato. A pesare sono le pressioni degli Stati Uniti, che spingono per annacquarne i contenuti o per cancellare del tutto il prossimo ciclo. Se così fosse, la Banca mondiale si ritroverebbe priva di una politica climatica che ne guidi l'operato, un vuoto tutt'altro che irrilevante per un'istituzione che muove miliardi di dollari di finanziamenti nei paesi in via di sviluppo, tra quelli maggiormente colpiti dalle conseguenze della crisi climatica.
In copertina: Ajai Banga agli Spring Meetings 2026 fotografato daNathan P Ochole / World Bank, via Flickr
