A seconda delle fonti viene chiamato “decreto bollette” o “decreto energia”. Il primo nome enfatizza la norma che dà sollievo alla povertà energetica, ma il secondo è più veritiero. Nel decreto approdato finalmente in Consiglio dei ministri oggi, 18 febbraio, la norma che aiuta le famiglie a pagare le bollette è solo una piccola parte del tutto. È nel resto che c’è molto di più.
Un provvedimento omnibus, dodici articoli distribuiti su due capi, che riscrive pezzi importanti del mercato elettrico italiano: dagli incentivi al fotovoltaico alle connessioni di rete, dal gas nazionale al biometano, fino all’autorizzazione dei data center. Il cuore politico del decreto non è nelle bollette delle famiglie. È nel rapporto tra stato, produttori di energia e transizione energetica. La presidente Meloni ha rivendicato il provvedimento come una risposta “strutturale, non emergenziale”, quantificando l’impatto complessivo in “oltre cinque miliardi di euro” di risparmi per famiglie e imprese. Il ministro Pichetto Fratin parla di “oltre tre miliardi” e di “risparmi effettivi per competitività e crescita”. Le due cifre non coincidono e nessuna è accompagnata da un dettaglio metodologico che consenta di verificarle.
Il bonus bollette per le famiglie: poco e volontario
L’articolo 1 – quello su cui è stata costruita la comunicazione governativa – prevede un contributo straordinario di 115 euro per i titolari del bonus sociale, le famiglie con ISEE sotto i 9.796 euro. Meloni ha sottolineato che lo sconto si aggiunge ai 200 euro del bonus già in vigore, portando il sostegno totale a 315 euro per 2,7 milioni di nuclei vulnerabili. La copertura è di 315 milioni, attinti interamente da fondi già esistenti nel bilancio del MASE: proventi delle aste ETS, risorse del decreto legislativo 199/2021 e del decreto sull’efficienza energetica. Non un euro in più.
Per le famiglie con ISEE fino a 25.000 euro il meccanismo è diverso e più fragile: un contributo volontario che i venditori di energia possono, ma non devono, riconoscere ai propri clienti. Chi aderisce riceve un’attestazione spendibile a fini commerciali, una sorta di bollino reputazionale. L’Unione Nazionale Consumatori ha definito la misura “un grave arretramento rispetto al bonus straordinario di 200 euro del 2025”. Federconsumatori parla di un provvedimento che “riesce a scontentare tutti”. Il dato di fondo: per il ceto medio sotto i 25.000 euro di ISEE – fino a 4 milioni di famiglie potenziali – non c’è nessuna garanzia di copertura pubblica.
Il nodo fotovoltaico: il ritorno dello spalma-incentivi
È l’articolo 2 il cuore più controverso del decreto per il settore delle rinnovabili. I titolari di impianti fotovoltaici con potenza superiore a 20 kW, ancora incentivati con il vecchio Conto energia (dal primo al quinto), possono aderire volontariamente a due schemi di riduzione temporanea della tariffa premio: taglio al 15% o al 30% nel periodo luglio 2026-dicembre 2027, in cambio di un’estensione della convenzione rispettivamente di 3 o 6 mesi.
Ma il vero meccanismo strategico è un altro: l’uscita anticipata dal Conto energia a partire dal 2028, con un corrispettivo pari al 90% del valore attualizzato dei flussi residui, erogato in rate decennali. Il contingente massimo è fissato a 10 GW. La condizione per accedere al corrispettivo è stringente: rifacimento integrale dell’impianto entro il 2030, con raddoppio della producibilità e obbligo di utilizzare moduli iscritti al registro europeo, di fatto: pannelli prodotti in Europa. Ma non è chiaro cosa accada in caso di ripensamenti nei quattro anni successivi.
Il meccanismo ricorda lo “spalma-incentivi” del 2014, anche se tecnicamente è diverso: là fu un taglio obbligatorio; qui l’adesione è volontaria. Il parallelo resta politicamente significativo. Italia Solare ha scritto direttamente alla presidente Meloni denunciando che la misura porterebbe “un beneficio stimato di appena un centesimo di euro per kWh in bolletta, a fronte di un forte impatto in termini di incertezza regolatoria”. Confagricoltura avverte che “negli ultimi anni abbiamo già assistito a troppe norme retroattive” e che il costante cambio di regole frena proprio il settore a cui l’Italia affida la quota maggiore degli obiettivi di decarbonizzazione.
L’obiettivo dichiarato del governo è ridurre la componente ASOS (gli oneri generali di sistema per il sostegno alle rinnovabili) che oggi pesa fino al 18% della bolletta delle imprese. Ma la riduzione effettiva dipenderà da quanti operatori aderiranno e dal tasso di attualizzazione che il GSE applicherà ai corrispettivi. Se pochi impianti aderissero, il risparmio sarebbe marginale. Se molti uscissero, si aprirebbe una finestra importante per il repowering del parco fotovoltaico italiano − fermo in larga parte a tecnologie di 12-15 anni fa − ma al prezzo di un segnale di instabilità regolatoria che potrebbe scoraggiare nuovi investimenti.
IRAP, PPA e bioenergie: le altre leve del decreto
Oltre al Conto energia, il decreto interviene sulla componente ASOS attraverso altre tre leve. L’articolo 3 aumenta di due punti percentuali l’aliquota IRAP per le imprese del comparto energetico − estrattive, raffinazione, produzione e distribuzione di energia − per i periodi d’imposta 2026 e 2027. Il gettito atteso è di 431,5 milioni nel 2026 e 501,1 nel 2027, interamente destinati alla riduzione dell’ASOS per le utenze non domestiche. È di fatto una sovrattassa settoriale temporanea sulle utility energetiche. Meloni ha presentato questa misura e il taglio dei tempi di versamento degli oneri di sistema da parte dei distributori come i “due pilastri” del decreto a sostegno delle imprese, le cui risorse servono ad “abbattere gli oneri di sistema che gravano sulle bollette di oltre quattro milioni di imprese”.
L’articolo 4 punta a strutturare il mercato dei contratti a lungo termine (PPA) per l’energia da fonti rinnovabili, coinvolgendo anche le piccole e medie imprese. La bacheca GSE viene potenziata, Acquirente unico assume un ruolo di aggregatore della domanda, e SACE è autorizzata a rilasciare garanzie fino a 250 milioni nel 2026 a supporto dei contratti. I consorzi per le aree di sviluppo industriale (ASI) possono individuare superfici per impianti rinnovabili destinati alla contrattualizzazione a lungo termine. È un tentativo di creare un’infrastruttura di mercato che oggi manca, ma la cui efficacia dipenderà dalla rapidità dei decreti attuativi.
L’articolo 5, quasi ignorato dal dibattito pubblico, ridisegna il regime dei prezzi minimi garantiti per le bioenergie – bioliquidi, biogas e biomasse – fino al 2037, condizionando gli impianti a biogas sopra 300 kW alla riconversione a biometano. Una razionalizzazione attesa da tempo, che vale centinaia di milioni annui sugli oneri di sistema.
Il rimborso ETS ai produttori di gas: la misura più costosa e più problematica
L’articolo 6 è probabilmente la norma più costosa dell’intero decreto, e la più esposta a rischi giuridici e politici. Il comma 2 prevede che, dal 2027, i corrispettivi variabili della tariffa di trasporto del gas oggi a carico dei produttori termoelettrici siano rimborsati e trasferiti come oneri sui prelievi di energia elettrica. Il comma 3 aggiunge il rimborso dei costi sostenuti per le quote ETS, calibrato su “un impianto a ciclo combinato a gas efficiente”. Secondo le stime del think tank ECCO, il valore complessivo del rimborso ETS è compreso tra 3 e 4 miliardi di euro.
La copertura viene interamente scaricata sulle bollette elettriche dei consumatori. La logica del governo: se i produttori termoelettrici non sostengono più il costo ETS, il prezzo marginale all’ingrosso scende, beneficiandone tutti. La teoria è corretta in un mercato perfettamente concorrenziale. Ma presenta almeno tre problemi strutturali. Primo: l’enforcement. Il comma 4 prevede che ARERA verifichi il trasferimento dei rimborsi nelle offerte di vendita, con obbligo di restituzione e sanzioni in caso negativo. È un meccanismo sulla carta, ma l’efficacia dipenderà dalla capacità dell’autorità di condurre verifiche puntuali.
Secondo: il danno collaterale alle rinnovabili. Quando le centrali a gas fissano il prezzo marginale, il costo ETS incorporato in quel prezzo è anche il margine che i produttori da fonti rinnovabili incassano come profitto infra-marginale. Con le quote ETS a circa 70 euro/tCO₂, si tratta di 25-30 euro/MWh di mancato ricavo per fotovoltaico, eolico e idroelettrico: abbassare il prezzo all’ingrosso tramite il rimborso ETS significa tagliare i ricavi delle rinnovabili, proprio le fonti su cui si basa il PNIEC. I titoli ENEL, A2a ed ERG hanno perso terreno in Borsa alla diffusione della bozza.
Terzo: il paradosso climatico. L’ETS è lo strumento cardine della politica climatica europea. Rimborsarne il costo neutralizza il segnale di prezzo della CO₂ nel settore elettrico. Michele Governatori (esperto senior energia di ECCO) osserva che “per abbassare il prezzo elettrico nel lungo periodo occorre ridurre le ore in cui serve accendere gli impianti a gas: questo è l’unico decoupling concreto”. Il rimborso ETS fa il contrario: rende il gas più competitivo. Il comma 6 subordina la misura all’autorizzazione della Commissione europea sugli aiuti di stato. L’AD di Edison, Monti, ha definito “improbabile una modifica unilaterale di un provvedimento europeo”. ECCO ricorda che lo stato ha già a disposizione circa 4 miliardi dalle aste ETS e altri 4 dall’extra-gettito IVA. Angelo Bonelli (di Europa Verde) parla di “un decreto salasso per le famiglie italiane”: quello che si toglie a monte ai produttori si recupera a valle dai consumatori.
Reti, data center e gas
Quasi ignorato dai comunicati stampa, l’articolo 7 affronta la saturazione virtuale delle reti: il fenomeno per cui la capacità di connessione alla rete elettrica è formalmente prenotata da progetti che non si realizzeranno mai, bloccando l’accesso ai nuovi impianti rinnovabili. Terna pubblicherà trimestralmente la capacità disponibile per zona e le soluzioni non validate decadranno automaticamente. È l’equivalente energetico di una pulizia catastale.
Il PNIEC prevede 80 GW di solare al 2030; oggi l’Italia è a circa 37 GW, e migliaia di MW sono bloccati in coda. Se funzionerà, potrebbe essere il fattore chiave per accelerare le installazioni. Se i decreti attuativi tarderanno – ARERA ha 180 giorni – resterà un’altra promessa sulla carta.
L’articolo 8 introduce un procedimento autorizzativo unico con tempi dimezzati per i data center, senza alcun obbligo di approvvigionamento da fonti rinnovabili: un’assenza significativa, considerando che un hyperscale data center può assorbire tra 100 e 500 MW di potenza. Pichetto Fratin ha evidenziato anche il servizio di liquidità gestito da SNAM (articolo 10), che punta a eliminare il differenziale di circa due euro al MWh tra il PSV italiano e il TTF europeo. L’articolo 9 ordina la vendita del gas stoccato a beneficio delle imprese industriali; l’articolo 11 riforma le concessioni di gas nazionale e apre al biometano per gli usi hard-to-abate, con un primo quadro di princìpi per la cattura e lo stoccaggio della CO₂ (CCUS).
Il decreto energia è un provvedimento complesso, con luci e ombre. Il vero banco di prova sarà nei prossimi mesi: quanti operatori fotovoltaici aderiranno all’uscita anticipata, quanto rapidamente ARERA adotterà le nuove regole sulle connessioni, e se la Commissione europea darà il via libera al rimborso ETS. La transizione energetica italiana continua a procedere a colpi di decreto-legge, e questa ne è l’ennesima conferma.
In copertina: Gilberto Pichetto Fratin fotografato da Vincenzo Nuzzolese/ZUMA Press Wire/Shutterstock, Agenzia IPA
