
“È stato un incontro fraterno, che riafferma i forti legami di amicizia fra Cina e Venezuela. Nella buona e nella cattiva sorte!” Le ultime parole postate sui profili social di Nicolas Maduro, la sera del 2 gennaio, poche ore prima della cattura notturna da parte dei militari statunitensi, fanno riferimento all’incontro che si era appena concluso con l’inviato speciale cinese per l’America Latina: le foto condivise dal presidente venezuelano sul suo account Telegram lo mostrano mentre stringe calorosamente la mano a un sorridente Qiu Xiaoqi. Solo poche ore più tardi, nel video diffuso dalla Casa Bianca, Maduro è ammanettato, in ciabatte e scortato dalle forze speciali statunitensi.
Raramente il confronto fra due immagini ha mostrato in maniera più esplicita il sottotesto – geopolitico, strategico, economico – di un’operazione militare. Ma se ci sono pochi dubbi sul fatto che la guerra al narcotraffico sia solo un pretesto, così come sugli interessi petroliferi degli Stati Uniti, ciò che ora si tenta di decifrare sono le reazioni della Cina.
La reazione ufficiale di Pechino
La prima reazione ufficiale da Pechino è arrivata il 3 gennaio in serata (mattina per gli Stati Uniti). Sul sito del Ministero degli esteri cinese è comparsa una breve ma decisa dichiarazione: “La Cina è profondamente scioccata e condanna fermamente l’uso sfacciato della forza da parte degli Stati Uniti contro uno stato sovrano e l’azione contro il suo presidente. Tali atti egemonici degli Stati Uniti violano gravemente il diritto internazionale e la sovranità del Venezuela e minacciano la pace e la sicurezza in America Latina e nella regione caraibica. La Cina si oppone a ciò fermamente. Invitiamo gli Stati Uniti a rispettare il diritto internazionale e gli scopi e i princìpi della Carta delle Nazioni Unite e a smettere di violare la sovranità e la sicurezza di altri paesi”.
Domenica 4 gennaio è arrivata anche la dichiarazione del ministro degli esteri Wang Yi, che ha ribadito la posizione cinese: “Non abbiamo mai creduto che un paese potesse agire come polizia del mondo, né accettiamo che una nazione possa dichiararsi giudice del mondo”.
Poi, lunedì 5, l’incaricato d'affari della Missione permanente della Cina presso le Nazioni Unite, Sun Lei, ha rincarato la dose, condannando “gli atti unilaterali, illegali e prepotenti degli Stati Uniti”, colpevoli di aver “violato gravemente i princìpi di sovranità, di non ingerenza negli affari interni, di risoluzione pacifica delle controversie internazionali e di divieto dell'uso della forza nelle relazioni internazionali”, come si legge sul sito dell’agenzia di stampa cinese Xinhua. “Gli Stati Uniti hanno anteposto il proprio potere al multilateralismo e le azioni militari agli sforzi diplomatici, rappresentando una grave minaccia per la pace e la sicurezza in America Latina e nei Caraibi e persino a livello internazionale”, ha concluso Sun, ribadendo infine la richiesta della Cina di garantire la sicurezza del presidente Maduro e di sua moglie e di rilasciarli immediatamente.
Gli interessi cinesi in America Latina
Come ha giustamente sottolineato Lorenzo Lamperti su ChinaFiles, il riferimento allargato a tutta la regione dell’America Latina e dei Caraibi non è affatto casuale. Nel maggio 2025 Pechino ha ospitato un forum bilaterale con il CELAC, la Comunità degli stati latinoamericani e dei Caraibi: un’occasione non solo per annunciare che il commercio tra Cina e America Latina ha raggiunto il livello record di 519 miliardi di dollari e siglare una serie di accordi e investimenti, ma anche per ribadire il ruolo di “guida morale” del Global South a cui la Cina, più o meno esplicitamente, aspira. Durante il forum, Wang Yi aveva dichiarato, in modo tutt’altro che velato, che “l’America Latina e i Caraibi non sono il cortile di casa di nessuno”.
Ora, però, il colpo di mano trumpiano non solo mette a rischio gli investimenti cinesi nell’area, ma scompiglia anche i piani di cooperazione e sviluppo che Pechino aveva messo nero su bianco appena un mese fa, nel nuovo policy paper governativo dedicato alla regione. Un documento che segue le linee guida della Belt and Road Initiative, ovvero espansione commerciale, sviluppo infrastrutturale e cooperazione finanziaria ma “senza ingerenze politiche”: una bella differenza rispetto all’invadente Dottrina Monroe rivisitata ai tempi del trumpismo.
Petrolio e credito
Per quanto riguarda il Venezuela in particolare, va innanzitutto ricordato che il paese, come quasi tutti gli stati latinoamericani, è ufficialmente parte della Belt and Road Initiative ed è anche uno dei partner più attivi se si guarda ai finanziamenti ricevuti dalla Cina. L’ingerenza statunitense mette dunque a rischio gli interessi di Pechino su due fronti: il petrolio e il credito.
Sul primo, la Cina è il maggior acquirente di petrolio venezuelano, assorbendo circa il 70% dell’export totale di Caracas (oltre 600.000 barili al giorno a fine 2025). Sul totale delle forniture petrolifere cinesi, la quota venezuelana (intorno al 5-7%, a seconda delle stime) non è in realtà molto grande: ben maggiori sono le quantità di greggio importate da Russia, Arabia Saudita e Iran. Certo, fa sempre comodo avere un fornitore in più, soprattutto considerando le turbolenze politiche in Asia Minore, ma Pechino comunque sta da tempo puntando a ridurre la dipendenza dall’export ed è per questo che, nonostante il boom delle rinnovabili, fatica a lasciar andare il carbone.
Sul fronte del credito, invece, la faccenda potrebbe farsi più spinosa. Secondo le stime dell’istituto di ricerca statunitense AidData, riportate dal Guardian, il Venezuela è “il quarto maggiore beneficiario di prestiti da istituti di credito ufficiali cinesi, con circa 106 miliardi di dollari di impegni tra il 2000 e il 2023”. Un anno fa si stimava che il debito del Venezuela nei confronti della Cina ammontasse a circa 10 miliardi di dollari. Per questo, come ha rivelato Bloomberg citando fonti anonime, il 5 gennaio il principale regolatore finanziario cinese ha chiesto agli istituti di credito di segnalare la loro esposizione al Venezuela.
Interpellato dal Guardian sulla questione, il politologo sino-americano dell’Università della California Victor Shih ha commentato: “Se, sotto la pressione degli Stati Uniti, il governo venezuelano, fortemente indebitato con molteplici attori, anteponesse i creditori statunitensi a quelli cinesi, le banche cinesi potrebbero subire perdite significative”. La soluzione per Pechino – osserva Shih – potrebbe essere, ancora una volta, il ricatto delle terre rare, ovvero la minaccia di bloccarne le esportazioni per costringere Trump a un accordo con i creditori cinesi.
Un precedente per Taiwan?
Infine, veniamo all’elefante nella stanza: l’aggressione unilaterale del Venezuela da parte degli Stati Uniti costituirà un precedente per la Cina per fare la stessa cosa a Taiwan? Sui social, i nazionalisti cinesi si sono scatenati sul tema. Già nella giornata di lunedì, su Weibo (il Twitter cinese) i post su Maduro avevano ricevuto più di 650 milioni di visualizzazioni, con molti utenti che suggerivano al governo di Pechino di prendere esempio e risolvere con la forza la questione Taiwan.
Ma gli analisti internazionali sono molto più cauti e minimizzano questo aspetto: sebbene Xi Jinping continui a parlare della “riunificazione” con Taiwan come inevitabile, è presumibile che procederà con la stessa cautela che ha adottato finora. Gli stessi politici taiwanesi ritengono molto improbabile l’ipotesi di un ricorso alla forza, come Wang Ting-yu, parlamentare e membro della Commissione affari esteri e difesa di Taiwan, che ha perentoriamente dichiarato: "La Cina non è gli Stati Uniti e Taiwan non è il Venezuela. I paragoni sono sbagliati e inappropriati”. Tuttavia, osservano in molti, l’operazione militare in Venezuela ha creato una “nuova normalità”, a cui Pechino (ma non solo) potrebbe appellarsi.
Per ora, l’ultima parola l’ha avuta il portavoce dell'Ufficio per gli affari di Taiwan del Consiglio di Stato cinese, Chen Binhua, che il 7 gennaio, in risposta alle domande della stampa, ha dichiarato: “Gli Stati Uniti hanno sfacciatamente usato la forza contro un paese sovrano, un'azione che viola gravemente il diritto internazionale” e a cui la Cina si oppone. E ha poi ribadito che Taiwan è per Pechino una questione di politica interna: “Taiwan è la Taiwan della Cina. Risolvere la questione di Taiwan è una questione che riguarda esclusivamente il popolo cinese e non tollera interferenze esterne”. Concludendo però che “se le forze separatiste per l'indipendenza di Taiwan oseranno intraprendere azioni sconsiderate e oltrepassare i limiti, adotteremo misure risolute e sferreremo un colpo diretto”.
In copertina: Qiu Xiaoqi e Nicolas Maduro, dal profilo Facebook di Nicolas Maduro
