Il 30 marzo si celebra la Giornata internazionale Zero Waste, istituita dall'ONU nel 2022. Quest'anno il tema è lo spreco alimentare, ma il fronte su cui si gioca la transizione verso un'economia circolare è più ampio: dal riuso degli imballaggi fino alla responsabilità dei produttori, emerge una risposta sistemica che l'Europa sta costruendo pezzo per pezzo.

Lo spreco alimentare

I cittadini europei generano 129 chili di rifiuti alimentari a testa ogni anno, contribuendo all'8-10% delle emissioni globali di gas serra. Non si tratta solo di avanzi nel piatto: ogni alimento scartato porta con sé il costo ambientale incorporato nella sua produzione in termini di acqua, energia, suolo, trasporto. Quando il cibo finisce in discarica, quei costi vengono amplificati dai gas rilasciati durante la decomposizione. Il settore dei rifiuti è la seconda fonte di emissioni antropogeniche di metano nell'UE, contribuendo a circa il 27% di tali emissioni, e la decomposizione del cibo in discarica ne è il principale responsabile.

Nonostante la raccolta separata del bio-rifiuto sia diventata obbligatoria nell'Unione Europea dal 2024, solo il 26% dei rifiuti di cucina viene effettivamente intercettato, ben lontano dal potenziale teorico di 60 milioni di tonnellate annue. Una sconfitta che non dipende dalla mancanza di obiettivi, ma dall'assenza di incentivi economici adeguati per chi dovrebbe costruire le infrastrutture di raccolta. Gli obiettivi vincolanti approvati dal Parlamento europeo nel settembre 2025 (-30% per distribuzione e consumo, -10% per la produzione entro il 2030) sono considerati un passo nella giusta direzione ma largamente insufficienti rispetto all'impegno assunto con gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell'ONU.

“I nostri leader evitano di intraprendere azioni decisive, ignorando l'enorme impatto che lo spreco alimentare ha sul cambiamento climatico” ha affermato Theresa Mörsen, Waste & Resources Policy Manager di Zero Waste Europe “Obiettivi ambiziosi e giuridicamente vincolanti sono uno strumento essenziale per coinvolgere tutti i paesi e tutte le imprese alimentari nella lotta allo spreco.”

Danimarca: il riuso funziona, manca la legge nazionale

In effetti ci sono best practices che offrono dati concreti e replicabili, come l’esperienza danese sul fronte del riuso degli imballaggi. In Danimarca, i cittadini utilizzano ogni anno tra i 200 e i 300 milioni di bicchieri monouso nello spazio urbano, quasi tutti destinati a diventare rifiuti. Ad Aarhus, il 48% del materiale raccolto nei cestini pubblici è imballaggio del settore alimentare e delle bevande. Di fronte a questi numeri, le due principali città danesi hanno scelto di non aspettare la legislazione nazionale e di costruire sistemi di riuso strutturati.

Il progetto REUSEABLE di Aarhus ha registrato 1,8 milioni di contenitori riutilizzati, evitando oltre 20 tonnellate di rifiuti e raggiungendo un tasso di ritorno dell'88%. Durante la sola settimana dell'Aarhus Festival si sono registrate 150.000 rotazioni di contenitori con un tasso di ritorno del 94%. Copenhagen ha seguito con un sistema analogo, lanciato nell'ottobre 2025.

Il limite comune resta però l'assenza di una legislazione nazionale che penalizzi il monouso e renda il riuso economicamente competitivo senza sussidi. Come ha riconosciuto Anders Laursen, project manager del comune di Aarhus, dopo due anni di sperimentazione: “La nostra esperienza dimostra che l'azione delle città può innescare un cambiamento reale, ma non può stare da sola. Scalare il riuso non riguarda solo la tecnologia, ma le giuste condizioni di contesto: dai prezzi agli appalti pubblici, fino alla legislazione nazionale”.

EPR e obiettivi vincolanti: le tre priorità per cambiare rotta

La questione del finanziamento è il nodo centrale. Oggi i costi di gestione dello spreco alimentare ricadono quasi interamente sulle autorità locali e quindi sui contribuenti, mentre produttori e distributori non assumono alcuna responsabilità finanziaria diretta. Zero Waste Europe individua tre priorità su cui i legislatori europei e nazionali dovrebbero agire con urgenza.

La prima è stabilire obiettivi vincolanti per la raccolta e il trattamento dei rifiuti alimentari. Finché non esisteranno target precisi sulla quantità di bio-rifiuto ammessa nel rifiuto residuo e sulla qualità del materiale avviato al compostaggio, il metano prodotto dalla decomposizione del cibo nelle discariche europee continuerà a contribuire al riscaldamento climatico senza che nessuno sia chiamato a renderne conto.

La seconda è garantire finanziamenti dedicati alla prevenzione e alla gestione dello spreco nel prossimo Circular Economy Act, attraverso un meccanismo di responsabilità estesa del produttore applicato ai prodotti alimentari (EPRFP). Includere questo strumento nel Circular Economy Act significherebbe trasferire i costi di prevenzione e gestione dello spreco sulle entità con maggiore influenza sui comportamenti di consumo: produttori e grande distribuzione.

“Riteniamo che questo nuovo strumento di finanziamento offra evidenti vantaggi per colmare le attuali lacune”, conclude Mörsen. “Può contribuire al raggiungimento degli obiettivi dell’UE in materia di economia circolare, clima e bioeconomia, aumentando la raccolta dei rifiuti organici, restituendo sostanze nutritive al suolo e riducendo la quantità di rifiuti misti che non vengono riciclati.”

La terza priorità riguarda la trasposizione ambiziosa degli obiettivi già approvati. Gli stati membri dovranno avviare il lavoro entro il 2028, ma l'invito è ad andare oltre il livello minimo fissato dalla direttiva, puntando a quel -50% che i governi avevano già sottoscritto negli SDG dell'ONU.

 

In copertina: immagine Envato