Il carbon farming è nato nei campi. È lì che, negli ultimi anni, si è fatta strada l'idea che il suolo agricolo possa diventare un alleato attivo nella mitigazione dei cambiamenti climatici: attraverso pratiche agronomiche mirate, gli agricoltori possono aumentare la quantità di carbonio organico immagazzinato nel terreno, sottraendolo all'atmosfera e ricevendo in cambio del servizio ecosistemico un riconoscimento economico.
Ma che cosa succederebbe se lo stesso principio venisse applicato alle città? Se i parchi, i viali alberati, i giardini pubblici e privati, le aree di rigenerazione urbana venissero anch'essi riconosciute come luoghi di sequestro del carbonio, gestiti con criteri coerenti e valorizzati di conseguenza? È questa la scommessa dell'urban carbon farming: una declinazione urbana del carbon farming che sposta il teatro dell'azione dalla campagna alla città, dove, al posto degli agricoltori, entrano in gioco le amministrazioni locali come protagoniste della transizione chiamate a gestire e valorizzare il potenziale climatico del verde urbano. Un'idea ancora tutta da costruire, ma con radici scientifiche solide e una filiera, quella del riciclo del rifiuto organico, già pronta a dare il proprio contributo. Ne abbiamo parlato con Massimo Centemero, direttore del CIC, il Consorzio italiano compostatori.
L'urban carbon farming inaugura una nuova fase nella gestione delle aree urbane?
L'urban carbon farming è anzitutto una definizione che abbiamo coniato noi: un'espressione che, allo stato attuale, non trova ancora riscontro in applicazioni consolidate. Si tratta di un'idea, ma fondata su premesse normative solide: fa da sfondo, in tal senso, il regolamento europeo approvato nel 2024 in materia di carbon farming. Il principio ispiratore è di immediata comprensione: dal momento che esiste una disciplina del carbon farming a livello rurale, perché non trasferire i medesimi concetti e strumenti all'interno dei contesti urbani?
Quali paradigmi verrebbero modificati da questo approccio?
Verrebbero ridefiniti alcuni assunti di fondo. Non sono certo che sia una vera e propria rivoluzione, ma si tratterebbe quantomeno di conferire un'importanza strategica e una linea di indirizzo coerente all'insieme delle operazioni di gestione del paesaggio condotte dai Comuni. Rispetto al carbon farming tradizionale, cambierebbe in modo sostanziale il profilo degli attori principali: laddove nel carbon farming rurale sono gli agricoltori a introdurre pratiche virtuose finalizzate alla decarbonizzazione, nell'urban carbon farming sarebbero gli amministratori locali a divenire protagonisti di un sistema inedito. I Comuni si troverebbero investiti di un ruolo nuovo, al centro di una transizione concreta perché chiamati a gestire il potenziale climatico del verde urbano e a inserirlo in una più ampia strategia di mitigazione delle emissioni.
Esiste oggi un modello economico sostenibile per valorizzare il carbon farming urbano?
No, e occorre affermarlo con chiarezza: è ancora tutto da costruire. Siamo di fronte a un'idea, e le idee, prima di potersi tradurre in modelli operativi, devono poggiare su basi scientifiche rigorose. Non esistono ancora elementi consolidati; ci troviamo in una fase propositiva. È possibile tuttavia dire che l'urban carbon farming potrebbe garantire una forma di omogeneità negli interventi delle diverse amministrazioni pubbliche, configurandosi come il filo conduttore di tutte le politiche del verde: dalla selezione delle specie alle tecniche colturali e manutentive. Le piante sono organismi viventi e come tali devono essere trattate. Già la scelta della specie da impiegare in un viale alberato richiede un approccio meditato. A ciò si aggiungono la scelta della collocazione, le modalità di messa a dimora e quelle di gestione nel corso del tempo.
L'Italia è leader europea nel riciclo dell'organico: può ambire a diventare un riferimento anche nella valorizzazione ambientale ed economica del carbonio nel suolo?
L'Italia detiene effettivamente un primato mondiale nel riciclo della frazione organica: siamo leader nelle raccolte differenziate e in particolare nella raccolta dell’umido e nella sua trasformazione in biometano e compost. Si tratta di un comparto industriale di rilevante consistenza. L'operazione che manca, tuttavia, è quella di consolidare questo sistema attraverso una piena valorizzazione dei suoi prodotti. Se il biometano beneficia già oggi di sistemi di incentivazione che ne sostengono lo sviluppo economico, tale riconoscimento manca invece nel comparto del compost. Ci si potrebbe chiedere: perché incentivare il compost, che non entra in concorrenza con altri concimi? La mia risposta è che l'operazione compiuta dall'intero sistema-Italia (Governo, Regioni, Comuni, cittadini) è stata di straordinaria portata: abbiamo sottratto alla discarica enormi quantità di sostanza organica e l’abbiamo convogliata negli impianti di compostaggio e digestione anaerobica. Il passo successivo ora è restituire quella sostanza organica alle nostre città sotto forma di compost, valorizzandone il ruolo ambientale. Abbiamo sottratto carbonio all'effetto serra della discarica, e questo processo merita di essere premiato. Inoltre, una volta risolte alcune criticità sul piano politico e normativo, potrebbe emergere un modello economico in cui i due prodotti principali, compost e biometano, siano entrambi adeguatamente valorizzati. Sarebbe già una trasformazione di grande significato.
Il carbonio restituito al suolo può diventare una leva economica per i territori o i benefici restano circoscritti alla dimensione ambientale?
Dipende dall'esistenza di soggetti disposti a investire in tale direzione. Abbiamo lanciato questa proposta, ma è necessario che qualcuno la raccolga. La politica, ove lo ritenesse opportuno, potrebbe farne uno strumento di incentivazione e di finanziamento ai comuni: se le operazioni sul verde non devono essere casuali ma devono rispondere a una logica coerente di decarbonizzazione, le amministrazioni che operano secondo questi princìpi vanno premiate. Il compost è peraltro un prodotto a filiera corta: viene impiegato entro un raggio di venti o trenta chilometri al massimo, non ha senso trasportarlo a distanze elevate, e non si pone in concorrenza con i concimi che importiamo dall'estero. È, di fatto, un fertilizzante di produzione nazionale. Non risente delle oscillazioni dei prezzi internazionali, né delle dinamiche delle politiche globali. I produttori di compost non hanno interesse ad esportarlo, né avrebbe senso farlo. Il suo utilizzo in Italia dovrebbe essere oggetto di una politica domestica strutturata.
Cosa manca oggi, sul piano normativo e fiscale, per integrare pienamente compostaggio e strategie climatiche urbane?
Mancano indicatori oggettivi. Nel carbon farming rurale, a seguito della pubblicazione del regolamento europeo, si sta lavorando sul piano tecnico all'introduzione di parametri che rendano misurabile e verificabile la decarbonizzazione. Gli stessi concetti potrebbero essere trasferiti ai contesti urbani: quando si interviene sulla decarbonizzazione di un'area urbana, quale indicatore consente di verificare se si sta procedendo nella direzione corretta? Manca altresì uno schema EPR per la frazione organica. Il modello EPR funziona efficacemente per gli imballaggi e le altre frazioni secche, come ad esempio plastica e carta: si fonda sulla generazione di un flusso economico a carico del produttore di imballaggio, destinato a remunerare i servizi di raccolta dei comuni. Questo sistema, tuttavia, non è direttamente trasferibile al nostro settore, che è una filiera più complessa: è necessario elaborare un modello economico differente, basato su dinamiche proprie. A nostro avviso, l'urban carbon farming potrebbe rappresentare un tassello di questo nuovo assetto economico.
Esistono attualmente comuni italiani pronti a impegnarsi concretamente in questa direzione?
Non ancora in modo sistematico, in assenza di un chiaro meccanismo virtuoso e incentivante. Esistono però molte esperienze interessanti legate alla gestione del verde urbano. Partecipiamo da anni all'iniziativa de Il Verde Editoriale, una rivista specializzata che da vent'anni organizza il premio La città per il verde: ogni febbraio vengono raccolte le iniziative più significative a livello nazionale, e una giuria seleziona i progetti più innovativi realizzati dai comuni italiani in tema di gestione e valorizzazione del verde. Ciò che manca, in relazione alla tematica dell'urban carbon farming, è un criterio specifico che premi il progetto più virtuoso dal punto di vista della decarbonizzazione. Gli indicatori necessari non esistono ancora. Un esempio virtuoso, tuttavia, è già stato realizzato: la bonifica delle aree industriali dell'ex stabilimento Michelin a Torino, in occasione dei Giochi Olimpici Invernali del 2006. Il comune ci coinvolse due anni prima, chiedendoci di allestire parcelle sperimentali per determinare la tipologia di compost più adeguata. L'area fu bonificata mantenendo in loco tutti i materiali di demolizione, sui quali furono poi apportati terra di coltivo e compost e seminati tappeti erbosi. Dove in precedenza sorgevano capannoni industriali dismessi, nel giro di due anni si era formata un'area verde lungo la Dora, sulla quale fu successivamente edificato il villaggio olimpico degli atleti. Fu un'operazione di grande valore. Alla base vi era una precisa volontà politica del comune di Torino. E la decisione politica, in tutta questa vicenda, è centrale.
Nel 2035 lo scarto organico sarà ancora un rifiuto?
Non ci attendiamo, in primo luogo, una grande riforma sul piano della classificazione amministrativa del concetto di rifiuto. Ciò che dovrebbe mutare è la percezione culturale: lo scarto è e rimane una risorsa funzionale alla produzione di qualcos'altro. Nel momento in cui si avvia un percorso virtuoso attraverso l'urban carbon farming, l'intera frazione organica dei rifiuti − umido domestico, verde e fanghi civili − si trasformerebbe in una risorsa destinata a tornare nelle opere pubbliche delle nostre città e nelle grandi infrastrutture: autostrade, ferrovie, cantieri di rilevanza nazionale. L'effetto più immediato sarebbe questo atteso ritorno della sostanza organica nel terreno. I cittadini vedrebbero finalmente, con i propri occhi, il risultato concreto dei propri sforzi nell’effettuare la raccolta differenziata: i residui della manutenzione del verde, l’umido e i reflui civili ritornerebbero alla terra sotto forma di compost, quindi sostanza organica capace di rigenerare il suolo. Non ci aspettiamo una rivoluzione nominale nella definizione di rifiuto, ma campagne concrete di valorizzazione dei prodotti del riciclo. Vale ad esempio per gli imballaggi in plastica e carta, ma vale soprattutto per il compost che, a differenza delle altre matrici, non si trova in concorrenza con mercati internazionali.
Qual è la decisione politica più urgente per trasformare le città in piattaforme di carbon farming?
Esiste in Parlamento una bozza di decreto sulla rigenerazione urbana, già in discussione in anni precedenti e recentemente ripresa. Quello potrebbe costituire un veicolo normativo adeguato. In alternativa, sarebbero necessarie misure ad hoc: l'Italia detiene un primato mondiale nel riciclo della frazione organica, e il passo da compiere è consolidare questo sistema attraverso la piena valorizzazione dei suoi prodotti. Occorre considerare anche l'intero mondo della paesaggistica che si articola attorno a queste idee: agronomi, paesaggisti, architetti del paesaggio, ingegneri naturalisti, imprese del settore. In un sistema premiante come quello dell'urban carbon farming, tutte queste figure vedrebbero finalmente riconosciuta una maggiore dignità professionale: le attività connesse alla produzione e alla commercializzazione del compost, la manutenzione del verde secondo criteri di qualità, la realizzazione di aree verdi secondo standard coerenti con gli obiettivi di decarbonizzazione. Del resto, la domanda di natura nelle città è sempre più forte: le persone cercano spazi verdi di qualità, curati e accessibili, non solo nelle grandi metropoli, ma anche nei centri più piccoli. Il compost è un elemento di questo mosaico. Ma, se inserito in un sistema che preveda una premialità per l'insieme delle attività di decarbonizzazione urbana, può svolgere un ruolo determinante. È necessario, però, che qualcuno vi creda davvero e sostenga concretamente questa direzione. Senza ciò, l’idea rischia di restare sulla carta.
Questo contenuto è realizzato grazie al supporto degli sponsor
In copertina: Massimo Centemero
