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Alberto Marazzato guida insieme ai fratelli Luca e Davide il Gruppo Marazzato, azienda piemontese con sede a Borgo Vercelli, che da oltre settant’anni opera nel campo dei servizi ambientali. Con oltre 300 collaboratori, 230 mezzi, più di 80 milioni di euro di fatturato e 600.000 tonnellate di rifiuti gestiti ogni anno, il gruppo non è più soltanto una realtà di raccolta e smaltimento: è diventato un laboratorio di innovazione ambientale, con un polo di ricerca e sviluppo a Villastellone, in partnership con il Politecnico di Torino e con l’Università del Piemonte Orientale, e una Fondazione dedicata alla cultura d’impresa e alla sensibilizzazione ambientale.
Lo abbiamo incontrato per presentare il convegno Le terre d’acqua: innovazione e sostenibilità nel cuore del Piemonte, organizzato dal Gruppo Marazzato (e moderato da Materia Rinnovabile), in programma a Stroppiana, provincia di Vercelli, l’11 giugno 2026. L’evento affronterà il tema idrico su tre assi: lo scenario della risorsa acqua nel Nord Ovest italiano tra siccità e domanda industriale e agricola; l’innovazione tecnologica nel settore idrico; la governance del servizio idrico integrato, tra modello pubblico, multiutility e operatori privati.
Il Gruppo Marazzato è cresciuto, da realtà di servizi ecologici a laboratorio di innovazione ambientale. Come si è trasformata l’identità dell’azienda?
L’azienda ha fatto evoluzioni importanti. Oggi offriamo soluzioni che hanno come fattore comune il tema ambientale, declinato in diverse direzioni. Ci occupiamo di rifiuti industriali, non urbani, un mercato in cui serve dinamicità, capacità di innovare rapidamente, adattabilità a un settore che cambia continuamente per normativa e tecnologia. Basti pensare ai PFAS e ai microinquinanti: quattro o cinque anni fa in Europa questo problema era quasi completamente ignorato. Oggi è una delle sfide più urgenti, e la normativa non è ancora matura. Per un’azienda come la nostra, essere aggiornata e in grado di sviluppare tecnologie di trattamento su questi nuovi inquinanti è già un posizionamento competitivo. A questo si aggiunge il tema della reputation. Nel settore dei servizi ambientali i rischi di compliance sono più elevati che altrove, per la delicatezza della materia e la complessità normativa. Un cliente che si rivolge a noi deve poter stare tranquillo che i suoi rifiuti vengano gestiti in modo corretto, non solo economicamente conveniente. Smaltire male un rifiuto può portare conseguenze giudiziarie. Quindi la solidità valoriale dell’azienda è un fattore competitivo reale, non solo un elemento di immagine. Il terzo pilastro è il capitale umano: di recente ero a un evento nel Biellese e ancora una volta è emerso come il punto più critico di questo momento, più del costo dell’energia. Noi su questo abbiamo investito moltissimo: retribuzioni corrette e spesso superiori al mercato, percorsi di crescita, formazione continua, welfare. E i risultati si vedono: siamo riusciti ad abbassare l’età media del personale operativo da 44 a 42 anni in un momento in cui molti nostri competitor non riescono a fare il ricambio generazionale.
Su quali fronti state sviluppando innovazione tecnologica?
L’innovazione tecnologica la gestiamo su due livelli. Il primo è quello digitale, trasversale a tutta l’azienda: abbiamo fatto investimenti significativi nella trasformazione dei processi e dei software interni, e quella infrastruttura è oggi la base per implementare intelligenza artificiale e strumenti analoghi. Il secondo livello è quello della ricerca e dello sviluppo applicati, che si articola in due direzioni. La prima riguarda l’impiantistica: cerchiamo di prendere la ricerca primaria, quella che avviene nelle università e nei laboratori scientifici, e fare “l’ultimo chilometro”, cioè industrializzarla e renderla applicabile ai nostri impianti. Lavoriamo soprattutto con il Politecnico di Torino e con l’Università del Piemonte Orientale. Sui PFAS, ad esempio, abbiamo progetti di ricerca pluriennali su tecnologie di cattura e distruzione di questi microinquinanti.
Come cambia l’approccio al rifiuto industriale?
Oggi le grandi realtà industriali e le multinazionali sono disponibili a spendere anche qualcosa in più pur di valorizzare i propri scarti anziché smaltirli. Questo è molto incoraggiante. Ma servono nuove sinergie. Di recente siamo entrati anche nella società Bioinerti, che si occupa del recupero e dell’avvio a economia circolare di scarti di siti industriali e edilizi, grazie a una normativa recente che permette questo tipo di recupero. Normativa che si è evoluta: gli impianti che finora gestivano rifiuti da costruzione e demolizione con autorizzazioni semplificate devono ora scegliere se continuare su quel percorso o dotarsi di autorizzazioni ordinarie per poter trattare anche le terre di bonifica.
L’11 giugno ospiterete a Stroppiana il convegno Le terre d’acqua. Perché questo tema, e cosa affronterete?
Il convegno ha un taglio volutamente diverso dal nostro evento tecnico annuale, che quest’anno teniamo a ottobre a Villastellone e sarà molto più scientifico, con presentazione di tecnologie e avanzamenti della ricerca. L’11 giugno invece tratteremo il tema idrico su tre macro-dimensioni, tenendoci a un livello più strategico. La prima è la contestualizzazione: la risorsa acqua nel suo stato attuale, con un focus particolare sul Nord-Ovest. Acqua per l’industria, per l’agricoltura, per il consumo umano. La Pianura Padana è una delle più grandi riserve di acqua dolce d’Europa, e se opportunamente gestita potrebbe addirittura diventare un fattore di attrazione per insediamenti industriali, anche stranieri. La seconda dimensione è l’innovazione tecnologica nel servizio idrico: ricerca applicata, nuovi centri dedicati, i progetti in corso sul tema. La terza, quella che mi sta più a cuore, è la governance. Il servizio idrico integrato (acquedotto, fognatura, depurazione) ha un sistema di governance ancora incompiuto. L’Italia ha scelto con referendum la strada del pubblico, ma la legge Galli del 1992 non è ancora a pieno regime. Siamo passati dalla gestione dei singoli comuni ai gestori del servizio idrico, e ora la sfida è passare da tanti gestori a un unico gestore per ambito territoriale ottimale. Nei nostri territori questo passaggio non è stato indolore: ci sono state visioni divergenti che hanno portato addirittura al commissariamento dell’Autorità d’ambito. Confronteremo diversi modelli, da quelli piemontesi a quelli lombardi, per mettere a fattore comune esperienze, pro e contro.
Dove sta investendo il Gruppo Marazzato sul fronte idrico?
Lavoriamo sull’acqua attraverso tre divisioni: rifiuti industriali, bonifiche e servizi operativi. Questi ultimi comprendono autospurgo e attrezzature speciali per la pulizia di fognature, depuratori e serbatoi, prevalentemente per conto di multiutilities. Nella divisione rifiuti stiamo sviluppando impianti di depurazione e trattamento delle acque industriali. E c’è un focus specifico su un rifiuto molto particolare: il percolato di discarica. I percolati sono il liquido che si forma nelle discariche − soprattutto quelle di rifiuti urbani degli anni Settanta e Ottanta − quando l’acqua percola attraverso i rifiuti accumulati. Oggi questi percolati vengono in gran parte conferiti ai depuratori pubblici, che però non sono né obbligati per norma né attrezzati per trattarli adeguatamente. La normativa prevede un inasprimento dei limiti, ed è probabile che questo flusso si sposti progressivamente verso impianti privati specializzati. Noi ci stiamo preparando a cogliere questa opportunità. Il tema dei PFAS nei percolati è cruciale: quelle discariche contengono rifiuti di decenni fa, quando queste sostanze erano presenti in molti prodotti. I PFAS non si degradano, restano lì e rilasciano continuamente.
E sul fronte delle bonifiche, dove si concentra l’innovazione?
Nelle bonifiche c’è molto da fare, soprattutto con l’intelligenza artificiale applicata alla progettazione. Nelle bonifiche non si vede ciò che si tratta − i terreni contaminati, le falde − quindi la fase di modellizzazione è fondamentale, e oggi si riesce a fare cose impensabili fino a poco tempo fa. L’altra area di innovazione è quella dei trattamenti on site: invece di scavare i terreni contaminati e portarli in discarica, si interviene direttamente sul posto. Per esempio, se c’è una contaminazione da idrocarburi, si possono immettere nel terreno dei batteri e creare le condizioni ottimali − aerazione, temperatura − per farli lavorare biologicamente e degradare le molecole inquinanti. I benefici ambientali sono evidenti: non si sposta il problema da un luogo a un altro. Il limite attuale è il tempo: questi processi biologici richiedono mesi o anni, e in un cantiere di riqualificazione urbana spesso non ci sono. Sulle acque di falda, la tecnologia più diffusa è il pump and treat: si pompa l’acqua contaminata, si tratta, si rimette in falda. Si costruiscono barriere idrauliche per isolare la zona contaminata, si studia il flusso della falda, si intercetta e si tratta. Se la contaminazione è finita (per esempio un’industria che non esiste più) il trattamento ha una durata definita. Se invece è ancora attiva, diventa un’attività continuativa a tempo indefinito. I siti di interesse nazionale sono in questa seconda categoria: inquinamento di scala tale che la messa in sicurezza permanente è spesso l’unica soluzione realistica. Lì ci sarà sempre da lavorare.
Il gruppo Marazzato ha anche un’anima culturale e sociale, attraverso la Fondazione. Qual è il suo ruolo?
La Fondazione è nata tre anni fa, dopo la scomparsa di nostro padre. È stata un’occasione per dare struttura a quello che già facevamo (le opere sociali, l’attenzione al territorio) e per custodire un patrimonio straordinario che lui aveva costruito negli ultimi vent’anni: una delle collezioni più importanti d’Europa di veicoli storici, soprattutto camion, in uno showroom e spazio per eventi di 40.000 mq a Stroppiana, nel Vercellese, proprio dove ospiteremo il convegno Le terre d’acqua. Questi mezzi non sono oggetti da museo: sono testimonianze di storia industriale. Ci sono veicoli militari, mezzi della Croce Rossa, dei Vigili del fuoco, ma anche camion di brand storici come ENI o Olivetti. Raccontano un secolo di impresa italiana, di sacrifici, di coraggio imprenditoriale. Noi li usiamo per portare questa cultura alle scuole, ai giovani, alla comunità. Non per fare i nostalgici, ma perché crediamo che il lavoro stia perdendo peso nella scala di valori sociali, e che questo sia un problema serio: non solo per le aziende che non trovano collaboratori, ma anche per la coesione sociale nel suo complesso. La cultura d’impresa è uno degli antidoti che abbiamo a disposizione.
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In copertina: Alberto Marazzato
