A Castelnuovo Bocca d’Adda, sulla Ciclovia VenTo, un vecchio oratorio in rovina è diventato il primo ostello solidale della linea Torino-Venezia. Fondi PNRR, riuso, una cooperativa di persone fragili al timone: un progetto che prova a fare del cicloturismo una leva di lavoro e di comunità.
Chi arriva in bicicletta a Castelnuovo Bocca d’Adda, ultimo lembo di provincia di Lodi prima che l’Adda si versi nel Po, oggi trova una casa aperta. Si chiama Casa Peroni, dodici posti letto ricavati da un edificio che fino a pochi anni fa era una rovina, un vecchio oratorio davanti alla piazza. È il primo ostello solidale lungo VenTo, la ciclabile di 700 chilometri tra Torino e Venezia che il Politecnico di Milano progetta, realizza, insegue da oltre quindici anni. Ma raccontarlo come un semplice punto tappa sarebbe riduttivo. Casa Peroni è il punto in cui una visione urbanistica, un bando europeo e una comunità diffidente hanno finito per incontrarsi.
La visione la porta Paolo Pileri, che di VenTo è l’ideatore e il custode ostinato. “Ci interessava l’idea della linea come matrice di occasioni di rigenerazione territoriale”, ci spiega. Non la pista ciclabile in sé, ma quello che le cresce intorno. Da questa ostinazione nasce nel 2023 un primo esperimento, Trasponde, piccoli traghettamenti sul Po al posto dei ponti ciclabili da milioni di euro che qualcuno progettava. In tre giorni seicento persone attraversano il fiume in bicicletta. Da lì l’idea successiva, tenuta nel cassetto da tempo: TWIN, che sta per Trekking, Walking and Cycling for Inclusion. Ostelli solidali lungo i cammini, gestiti da chi di solito resta ai margini del mercato del lavoro.
Il sindaco Marcello Schiavi raccoglie la sfida perché aveva già iniziato a muoversi nella stessa direzione. “Siamo partiti nel 2014 con l’obiettivo di rigenerare il paese, migliorare la qualità della vita delle persone”, racconta a Materia Rinnovabile. Anni difficili, quelli del patto di stabilità, in cui un investimento pubblico andava programmato e speso nell’arco dello stesso anno o svaniva. Così l’amministrazione lavora di piccoli interventi: il recupero dell’Infopoint, del teatro comunale, i marciapiedi, le ciclabili, la riqualificazione della foce dell’Adda dove i pioppeti industriali lasciano il posto a piante autoctone. “Volevamo rendere orgoglioso il cittadino del luogo in cui abitava.” Quando VenTo passa proprio dal paese, il sindaco ci legge un’opportunità che tiene insieme tutto quel lavoro sparso.
I fondi e la scommessa
La svolta arriva con il PNRR e il Bando borghi del Ministero della cultura, la misura sull’attrattività dei piccoli centri. Nasce Borghilenti, dodici interventi coordinati con il Politecnico: connessioni ciclabili, il ridisegno delle piazze attorno a Casa Peroni, la catalogazione dei beni storico-architettonici per un futuro piano di tutela, un festival a fare da cornice.
“Abbiamo lanciato un progetto sicuri di non vincere, e abbiamo vinto”, ci spiega Pileri. Senza quei fondi la casa non esisterebbe. L’edificio, ricostruito sull’impronta del vecchio, ha prestazioni energetiche che nessun comune potrebbe permettersi da solo. “Senza risorse si fa poco”, conferma Schiavi. “Con le risorse, le idee e una struttura tecnica che le supporta, si mette a terra.”
Economia del riuso, dalle cantine ai mobili
È sull’arredo che l’economia circolare diventa concreta. Il primo pensiero, quando c’è da riempire una casa, va sempre all’IKEA. Qui hanno scelto un’altra strada. “Ci siamo detti: fermi tutti. Tutti avranno in cantina o in garage dei mobili che vogliono buttare via”: è Pileri a essere fermo su questo proposito, ma è il sindaco che lo sposa e lo fa narrazione di qualcosa di diverso.
Una chiamata ai cittadini a svuotare le cantine, una interior designer del posto, Paola Savoldi, un falegname e un rigattiere locali. Da quello che era destinato alla discarica è uscito l’allestimento della casa. Non riciclo, dove un bene si distrugge per ricavarne un altro, ma riuso puro: oggetti ripresi tali e quali, sistemati, rimessi in servizio. “Adesso i cittadini vengono a vedere l’interno di Casa Peroni perché ci sono i loro mobili”, racconta Pileri. Una partecipazione quasi affettiva, che il comune vuole fissare con una targa.
Il lavoro come leva sociale
Il cuore del progetto è nella gestione. Casa Peroni è affidata alla Cooperativa Amicizia di Codogno, che da sempre si occupa di persone fragili: ragazzi con autismo, sindrome di Down, disturbi cognitivi, tra residenzialità e centri diurni. Un ostello non l’avevano mai gestito. Sono servite formazione e un’idea chiara: le persone che lavorano qui non devono restare invisibili a fare le pulizie. “Vogliamo che interagiscano, e che chi passa in bicicletta o a piedi capisca il valore di questa cosa”, dice Pileri.
La scelta è arrivata per coprogettazione: il comune ha costruito la cornice di valori, la cooperativa ha risposto con la propria proposta, il piano economico l’hanno steso insieme al Politecnico. Chi dorme a Casa Peroni paga una quota che copre le spese e genera un piccolo stipendio per chi ci lavora. “Proviamo a generare lavoro nelle aree interne con meccanismi che costano poco e rendono tanto”, aggiunge orgoglioso il primo cittadino.
Per Pileri è una questione politica, prima che gestionale. “Io abborro le politiche che in realtà danno incentivi ai privati perché facciano le cose al posto del pubblico. Voglio progetti gestiti dal comune. Ci sono azioni che non hanno margini economici ma devono avere margini di felicità.” Il modello è pensato per essere replicato e modulato: può stare in quattro stanze come in un appartamento, in una canonica, in una città media lungo la Francigena come in un paese ancora più piccolo. Sul Passo della Cisa ne è già nato un bivacco in legno, costruito in carcere e gestito da un’altra cooperativa.
I numeri, e quello che tengono insieme
I conti dicono che qualcosa ha funzionato oltre le previsioni. Il piano economico stimava trecento presenze al quinto anno di attività. Sono arrivate nei primi tre mesi, e continuano a crescere. La pressione sulla cooperativa è forte, la direttrice fa di persona il check-in dei cicloturisti, un dipendente che abita in paese risponde alle chiamate del sabato notte. “Sono contenti di questa pressione, non se l’aspettavano”, ammette il sindaco. Regione Lombardia si è fatta avanti con l’assessorato al turismo, e la ciclovia è già cercata da chi vuole un turismo diverso, anche se non è ancora collaudata né dotata di segnaletica continua tra Torino e Venezia. Il surplus permetterà di finanziare borse lavoro per le persone fragili, progetti culturali, forse di ripetere il festival.
Dietro i numeri c’è una comunità che ha dovuto ricredersi. “In questo progetto non credeva nessuno”, dice Schiavi senza giri di parole, ricordando le resistenze della parrocchia, i consiglieri tiepidi, la diffidenza verso ogni novità. È la stessa comunità che nel 2015 aveva accolto i primi profughi tra le polemiche, e che oggi tiene aperte attività grazie a quelle stesse persone: il fornaio del paese ha trovato chi va a impastare alle due di notte. A muoversi di più, oggi, è Fabiano Cabrini, dipendente della cooperativa e presidente dell’associazione ambientale Viva Ambiente, che sugli orari non fa troppi conti. Nessuno sostiene che un ostello da dodici posti fermi lo spopolamento delle aree interne. È una ciliegia in un cesto che va riempito, come dice Pileri. Ma è una ciliegia che a Castelnuovo ha già dato frutto.
In copertina: foto di Casa Peroni
