Nel 2024 l’economia italiana è cresciuta dello 0,8%. I suoi rifiuti speciali del 4,6%. Il Rapporto rifiuti speciali 2026 pubblicato da ISPRA oggi, martedì 21 luglio, misura la distanza tra queste due cifre: per ogni punto di prodotto interno lordo il sistema produttivo nazionale ha messo in circolo quasi sei punti di scarti industriali. Sono 7,6 milioni di tonnellate in più rispetto all’anno precedente, per un totale che supera i 172 milioni. I consumi delle famiglie sono saliti dell’1,3%. Il flusso di materiali che entra ed esce dai capannoni, dai cantieri, dagli impianti di trattamento ha corso su un binario tutto suo.
È il punto da cui conviene partire, perché il decoupling tra crescita economica e pressione ambientale è la promessa fondativa dell’economia circolare europea. Qui succede l’opposto, e succede con una regolarità che il rapporto documenta ormai da anni.
Il cantiere Italia
Dietro la cifra complessiva c’è soprattutto un settore. Costruzioni e demolizioni generano da sole 90,4 milioni di tonnellate, il 52,5% del totale nazionale. Più della metà dei rifiuti speciali italiani nasce da qualcosa che viene tirato su o buttato giù. Segue a grande distanza il comparto del trattamento rifiuti e risanamento con il 23,1%, poi la manifattura con il 15,9% e il resto delle attività economiche con l’8,5%. La quasi totalità di questa massa è di natura non pericolosa, il 93,7%, in aumento del 4,5%. I rifiuti pericolosi si fermano a 10,8 milioni di tonnellate, una quota contenuta che però cresce più in fretta di tutto il resto: più 6%, 612.000 tonnellate in un anno.
La geografia ricalca fedelmente la mappa industriale del paese. Il Nord produce il 56% del totale, con la sola Lombardia a 36,4 milioni di tonnellate, il 21,2% del dato italiano. Seguono Veneto con 18 milioni, Emilia-Romagna con 15 e Piemonte con 13,9. Il Centro si ferma a 31,3 milioni, il 18,2%, trainato da Toscana con 11,5 milioni e Lazio con 11,2. Il Mezzogiorno arriva a 44,3 milioni, il 25,8% del totale, con la Campania in testa a 11,7 milioni davanti a Sicilia con 10,1 e Puglia con 9,3.
Se la produzione è il capitolo problematico, la gestione racconta un’altra storia. Nel 2024 sono state trattate 187,2 milioni di tonnellate, di cui 177,5 non pericolose. Il recupero di materia da solo vale il 74,3% del totale gestito: 139,1 milioni di tonnellate, in crescita del 6,4% rispetto al 2023. Lo smaltimento si ferma al 13,9%. La discarica arretra del 2% sull’anno precedente e del 23,9% rispetto al 2021, un calo di un quarto in tre anni che segnala un cambio di infrastruttura, non un aggiustamento congiunturale.
Il caso più netto arriva proprio dal settore che produce di più. Il tasso di riciclo dei rifiuti da costruzione e demolizione, calcolato al netto di terre e rocce da scavo e fanghi di dragaggio, tocca l’82,4%, contro un obiettivo europeo fissato al 70%. L’edilizia italiana è insieme la principale fonte di scarti e la filiera più circolare del paese. Il paradosso regge solo in apparenza: sono i grandi volumi omogenei a rendere conveniente un impianto di trattamento, ed è lì che il mercato degli aggregati riciclati ha trovato sbocco.
La rete impiantistica conta 10.563 strutture attive, distribuite in modo tutt’altro che uniforme. La Lombardia da sola ne ospita quasi il 20%, 2.068 impianti, e questa concentrazione spiega buona parte dei movimenti di rifiuti lungo la penisola. Sul fronte estero l’Italia importa 7 milioni di tonnellate, in prevalenza rottami metallici da Germania e Francia destinati alle acciaierie nazionali, e ne esporta 5,1 milioni, soprattutto verso la Germania. Il saldo positivo racconta di un’industria che ha bisogno di materia seconda e va a cercarla fuori dai confini.
“I dati del Rapporto, accanto alle criticità legate all’elevata produzione e alla non uniforme distribuzione del sistema impiantistico, confermano la solidità del percorso intrapreso dal nostro paese verso un modello di economia sempre più circolare”, commenta Maria Alessandra Gallone, presidente di ISPRA e SNPA. “L’aumento del recupero di materia complessivo, con importanti performance nel riciclo dei rifiuti da costruzione e demolizione, dimostra come innovazione e corretta gestione dei rifiuti possano tradursi in risultati concreti per l’ambiente e per il sistema produttivo. Dobbiamo saper cogliere questi segnali positivi perché rappresentino uno stimolo a proseguire lungo la strada della prevenzione, del riutilizzo e del recupero delle risorse, rafforzando le filiere industriali e investendo nelle tecnologie e nelle competenze.”
Dove il sistema si inceppa
Il quadro d’insieme si sfalda quando si scende nei singoli flussi, e le crepe sono istruttive. L’amianto è il capitolo più scomodo. Nel 2024 sono state prodotte 272.000 tonnellate di rifiuti contenenti amianto, in crescita del 13,4% sull’anno precedente. Il numero misura le rimozioni, quindi in astratto è una buona notizia, ma fotografa una decontaminazione che procede per iniziative isolate invece che dentro un piano sistematico. Senza una mappatura completa e un calendario nazionale, ogni tonnellata rimossa resta un episodio.
I veicoli fuori uso mostrano un ostacolo di natura diversa. Il tasso di riciclo è salito all’86,7%, superando l’obiettivo europeo dell’85%. Il target complessivo di recupero al 95% resta però fuori portata, e la ragione è impiantistica: mancano gli impianti per il recupero energetico della frazione residua. La filiera ha fatto il suo lavoro fino al limite di ciò che il parco impianti consente, poi si è fermata contro un muro di ferro e cemento che non c’è. Gli pneumatici fuori uso confermano lo schema. Delle 495.000 tonnellate gestite, l’85% va a recupero di materia, una percentuale solida che convive con una raccolta ancora da ottimizzare.
I fanghi di depurazione restano l’anello debole. Ne sono stati prodotti 3,1 milioni di tonnellate, il 3% in meno del 2023, ma solo il 53,7% è avviato a recupero mentre il 44,1% finisce ancora a smaltimento. Su un materiale che contiene fosforo e sostanza organica, buttarne via quasi la metà è una perdita secca di nutrienti in un paese che li importa.
I rifiuti sanitari vanno nella direzione opposta a tutto il resto: 259.000 tonnellate prodotte, in larga maggioranza pericolose, 226.000 con un aumento del 4%. Lo smaltimento assorbe il 73,4% del flusso, un dato che riflette vincoli igienico-sanitari reali e insieme un’attenzione ancora scarsa alla separazione a monte nelle strutture ospedaliere.
Tessile e conciario, infine, mettono in fila 551.000 tonnellate gestite, in crescita del 5,9%. Il grosso arriva dalla concia con il 72,2%, mentre il tessile si ferma al 27,8%. È il flusso su cui la responsabilità estesa del produttore, in via di definizione a livello europeo, ridisegnerà gli equilibri nei prossimi anni.
Il conto che resta aperto
Sommando le voci, il Rapporto 2026 consegna un paese che ha imparato a trattare bene i propri scarti e non ha ancora imparato a produrne meno. Le percentuali di recupero collocano l’Italia ai vertici europei, i valori assoluti continuano a salire, e la seconda cifra erode progressivamente il merito della prima. Riciclare l’82% di novanta milioni di tonnellate significa comunque avere in circolo novanta milioni di tonnellate. La prevenzione è la parte del pacchetto circolare che tutti citano e quasi nessuno misura, perché è l’unica che non produce impianti, occupazione e fatturato immediati.
Finché il volume prodotto crescerà quasi sei volte più in fretta dell’economia che lo genera, l’efficienza della gestione resterà una risposta parziale a una domanda che nessuno ha ancora posto per intero.
In copertina: foto di Marek Studzinski, Unsplash
