Da settimane le città italiane bollono sopra i quaranta gradi, e agosto è appena cominciato. I condizionatori girano a pieno regime, la rete elettrica regge per un soffio e non sempre, e le bollette appena arrivate nelle nostre mail ricordano una cosa semplice: il caldo ormai si paga due volte, in salute e in denaro. Proprio mentre il termometro continua a battere i record, il Consiglio dei ministri ha approvato il Piano sociale per il clima, il documento con cui l’Italia decide come spendere la quota nazionale del Fondo sociale per il clima europeo. Nove miliardi di euro circa, da qui al 2032, per accompagnare le famiglie più fragili dentro una transizione che sta già entrando dalle finestre di casa.

La cornice è il regolamento UE 2023/955. Dal 2027 entrerà in vigore ETS2, l’estensione del mercato europeo del carbonio a riscaldamento, trasporti su strada e piccole imprese. Ogni tonnellata di anidride carbonica emessa bruciando un combustibile fossile avrà un prezzo, fissato da un permesso che si compra all’asta. A pagarlo saranno i fornitori, le società che immettono sul mercato benzina, diesel, gasolio da riscaldamento e gas, tenute ogni anno a consegnare permessi pari alle emissioni dei prodotti venduti. I permessi disponibili calano di anno in anno, quindi il loro prezzo tende a salire. Quel costo i fornitori lo scaricano a valle, e alla fine si presenta al benzinaio e in bolletta: qualche centesimo in più al litro, qualche euro in più sul metro cubo di gas.

Per una famiglia vulnerabile le stime parlano di un rincaro tra 600 e 1.300 euro l’anno, a seconda del prezzo della CO₂. Il gettito di quelle aste è vincolato: deve tornare ai cittadini. Il Fondo nasce per restituirlo prima che il conto arrivi, sotto forma di efficienza, elettrificazione e sostegno mirato. L’Italia è il terzo beneficiario europeo dopo Polonia e Francia, con 7,02 miliardi di risorse comunitarie a cui si aggiunge il cofinanziamento nazionale del 25%, per una dotazione media di circa 1,55 miliardi l’anno.

Cosa contiene il Piano sociale per il clima

Il testo approvato distribuisce le risorse su quattro componenti. All’edilizia vanno 3,3 miliardi, poco più di un terzo del totale. Ai trasporti la fetta maggiore, quasi 4,6 miliardi, metà del Piano. Al sostegno diretto al reddito 1,34 miliardi, con un bonus sociale sull’energia rivolto a circa 4,7 milioni di famiglie sotto i 25.000 euro di ISEE, pensato con un profilo calante negli anni. La quota restante copre l’assistenza tecnica.

Sul versante degli edifici il Piano fa alcune scelte solide. Concentra i fondi sul recupero dell’edilizia residenziale pubblica in classe F e G, cioè sul patrimonio già costruito, dove abitano le famiglie in maggiore difficoltà, evitando nuovo consumo di suolo. Aggiunge un capitolo per le microimprese vulnerabili, tra i soggetti più esposti al rincaro energetico. Prevede un contributo per l’aumento della potenza dei contatori, passaggio necessario per far entrare pompe di calore e piastre a induzione in case oggi ancora legate al gas. Sono direttrici coerenti con quello che l’Europa chiede.

Le ombre nascono dove il Piano riduce la platea e abbassa le coperture. Come ha ricostruito il think tank ECCO, rispetto alle bozze in consultazione nei mesi scorsi, le misure sono passate da dodici a quattro, e la ridistribuzione ha cambiato le priorità. È sparito il sostegno alle famiglie vulnerabili che vivono in case private in affitto, cioè il segmento dove la povertà energetica si concentra davvero. La copertura degli interventi sull’edilizia pubblica si ferma al 65%, una soglia che molti comuni e molte ATER faticheranno a coprire. Per allargare la platea il Piano introduce l’opzione ESCO con garanzia SACE, che però trasforma un contributo in un prestito. E poi c’è il caso del Bonus gas plus, quasi 1,4 miliardi su una misura che aiuta a pagare la bolletta senza spingere verso soluzioni durature.

Sui trasporti si concentra la fetta più larga, e anche qui il disegno resta a metà strada. Il Piano finanzia voucher per la mobilità da 400, 200 e 100 euro, per circa 1,65 milioni di utenti l’anno, e un ampio capitolo di servizi di mobilità e hub di prossimità nelle aree svantaggiate. Sono aiuti che alleggeriscono la spesa di chi non ha alternativa all’auto privata. La cornice strutturale resta però debole: mancano un rafforzamento certo del trasporto pubblico locale e un impegno stabile sulla mobilità elettrica condivisa, cioè le leve che ridurrebbero davvero la dipendenza dai carburanti quando ETS2 ne farà salire il prezzo. Il sostegno rischia così di accompagnare le famiglie fin sulla soglia di casa e di lasciarle lì.

Su questi punti Legambiente ha consegnato a Materia Rinnovabile una lettura netta. Per la presidente Maria Teresa Imparato e la responsabile energia Katiuscia Eroe, “il Piano sociale per il clima è un passo avanti atteso, ma ancora troppo debole per affrontare davvero la vulnerabilità energetica del paese. Il Governo presenta misure utili, ma senza un processo partecipativo adeguato e senza una strategia strutturale di efficienza energetica, come richiesto dalla Direttiva EPBD, il rischio è che restino interventi episodici incapaci di produrre benefici duraturi”.

L’analisi dell’associazione ambientalista continua puntuale: “I 9 miliardi disponibili devono avviare una trasformazione profonda del patrimonio edilizio, non finanziare misure temporanee che mitigano solo gli effetti dell’ETS2. Bene il sostegno all’edilizia pubblica, ma la copertura al 65% è insufficiente per molti enti; l’opzione ESCO con garanzie SACE amplia la platea, ma introduce prestiti che riducono i risparmi delle famiglie e rischiano di escludere proprio chi è più fragile. Sull’elettrificazione, la direzione è giusta ma la modalità è sbagliata: l’aumento della potenza del contatore comporta costi fissi fino a 80 euro l’anno, che annullano il contributo iniziale del Piano e pesano sulle famiglie negli anni successivi. Una misura strutturale per azzerare questi costi era indispensabile. Le risorse destinate al Bonus gas plus avrebbero potuto correggere questa disparità invece di finanziare una misura non strutturale che non incentiva il risparmio”.

Sul fronte della mobilità, continuano le due esponenti di Legambiente, “il Piano riconosce correttamente la necessità di accompagnare l’ETS2 con misure di sostegno, ma resta privo di una visione strutturale capace di ridurre la dipendenza dal trasporto privato e dai combustibili fossili. Senza un rafforzamento del trasporto pubblico locale, senza investimenti certi sulla mobilità elettrica condivisa e senza politiche di accessibilità per le fasce vulnerabili, il rischio è che le famiglie continuino a subire gli effetti dell’aumento dei costi dei carburanti senza alternative reali”.

Politicamente, concludono, “il Piano apre una discussione necessaria ma non ancora all’altezza della sfida climatica e sociale. Senza una visione strutturale, senza partecipazione reale e senza politiche stabili di efficienza, elettrificazione equa e mobilità sostenibile, il piano rischia di non avere gli effetti sperati. Per Legambiente, il Piano deve diventare uno strumento di giustizia climatica, non un insieme di interventi tampone”.

Le contraddizioni

Il punto su cui insiste anche il think tank ECCO riguarda la natura stessa del Fondo. Nel policy briefing dedicato al Piano sociale per il clima, l’analista Giulia Colafrancesco ricorda che il regolamento europeo vincola queste risorse a misure strutturali di transizione, non a politiche compensative ordinarie. La strategia del Fondo è pre-distributiva: spendere prima, per abbassare i consumi, così che l’aumento del prezzo del carbonio pesi meno quando arriverà.

Ogni euro speso per tamponare la bolletta invece che per efficientare la casa è un euro che non lavora nella direzione voluta da Bruxelles. “Come ECCO  ci auguriamo che le risorse del Piano vengano dirette principalmente verso misure strutturali, volte ad affrancare le famiglie più vulnerabili nel lungo periodo dalle fluttuazioni dei prezzi dell’energia”, ci spiega Colafrancesco. “Ci auguriamo inoltre che le misure del Piano siano pensate in maniera coerente e sinergica rispetto alla spesa delle altre risorse messe a disposizione dalla Commissione per la trasmissione, a cominciare dai 14 miliardi sbloccati dalla maggiore flessibilità sul debito.”

Qui si apre la contraddizione più visibile con l’azione di governo. Mentre il Piano chiede di riqualificare il patrimonio edilizio, la leva fiscale che dovrebbe sostenere quella riqualificazione è stata smontata. La legge di bilancio 2025 ha ridotto le detrazioni per l’efficienza al 36%, con il 50 riservato alla prima casa, e la successiva manovra ha portato le aliquote al 30% per il biennio 2026-2027, azzerando la premialità tra chi efficienta e chi si limita a ristrutturare. Il risultato si è visto subito: il mercato dell’efficientamento è sceso dai 46 miliardi del 2022 ai 16,6 del 2024. Il Piano sociale per il clima arriva quindi in un mercato in ritirata, chiedendo qualità energetica proprio mentre lo strumento principale per ottenerla viene indebolito.

Il secondo nodo è normativo. La direttiva EPBD, la cosiddetta Case Green, fissa traiettorie vincolanti di riduzione dei consumi. L’Italia non l’ha ancora recepita e ha mancato la scadenza del 31 dicembre 2025 per la bozza del piano nazionale di ristrutturazione. Senza quel quadro, la condizionalità energetica del Piano resta una formula generica, priva di soglie verificabili. Il rischio, segnalato dagli operatori, è che si contino i metri quadri recuperati senza misurare i kilowattora risparmiati.

C’è poi una tensione sull’uso dei fondi. La legge di bilancio 2026 ha destinato metà delle risorse del Fondo preordinate all’edilizia pubblica al Piano casa varato con il decreto di maggio. ECCO segnala il duplice rischio: che quelle risorse sostituiscano la spesa nazionale ordinaria invece di aggiungersi, e che vengano piegate a finalità abitative diverse dalla transizione energetica. Entrambi i profili possono esporre l’Italia a rettifiche finanziarie da parte della Commissione.

Il Piano sociale per il clima porta in dote una consapevolezza che fino a poco tempo fa mancava: la crisi delle bollette e quella dell’abitare colpiscono le stesse famiglie, negli stessi edifici, e vanno affrontate insieme. La partita adesso si gioca sui dettagli attuativi e sulla capacità di far parlare tra loro strumenti oggi divergenti. Se le detrazioni continueranno a scendere, se la Direttiva Case Green resterà in un cassetto e se una parte dei fondi finirà per rimpiazzare spesa già prevista, i nove miliardi rischiano di scaldare le case per una stagione e lasciarle fredde la successiva. La differenza tra un ammortizzatore e una trasformazione la faranno i decreti che verranno.

 

In copertina: foto di Duilio Piaggesi, Agenzia IPA