Per comprendere questa storia segniamo tre passaggi: l’Unione Europea imponeva la consegna del Piano nazionale di ripristino della natura entro il 1° settembre; il 9 settembre il ministro Pichetto Fratin ha ammesso alla Camera che il testo è ancora in negoziazione tra i ministeri; nel frattempo una procedura di valutazione ambientale sta seguendo un percorso parallelo di cui non si conosce l’esito.
Ha tutte le sembianze di un pasticcio il percorso dell’approvazione del Piano italiano di ripristino della natura che, in estrema sintesi, è un elenco: quali fiumi tornano a scorrere liberi dopo essere stati raddrizzati e imbrigliati, quali zone umide prosciugate vanno riallagate, quanti alberi mancano nelle città che ogni estate si scaldano di più.
Lo chiede l’Unione Europea a tutti gli stati membri con la Nature Restoration Law, il regolamento 2024/1991 approvato nel giugno 2024: un elenco di luoghi e interventi con cui restituire natura dove è stata tolta, non solo proteggere quella che resta.
Il regolamento fissava una scadenza netta, il 1° settembre 2026, per consegnare alla Commissione europea la prima bozza. Da quel giorno la Commissione avrebbe sei mesi di tempo per rispondere. Però in Italia quella scadenza è passata senza vedere neanche l’ombra del testo del Piano.
Siamo in buona compagnia, perché, secondo una ricostruzione dell’Ansa, solo sette stati membri risultano aver notificato il documento: Austria, Bulgaria, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo e Spagna. Gli obiettivi restano comunque vincolanti per tutti: ripristinare almeno il 20% delle terre e dei mari dell’Unione entro il 2030, tutti gli ecosistemi che ne hanno bisogno entro il 2050.
Il Piano è lo stesso su cui, il 3 agosto, l’Associazione nazionale dei comuni italiani (ANCI) aveva chiesto di cancellare undici misure su diciannove riguardanti gli ecosistemi urbani, con l’articolo 8 che nella nuova formulazione proposta vincolerebbe oltre 2.700 comuni a non ridurre il verde e la copertura arborea rispetto ai livelli 2023-2024. La richiesta dell’ANCI è arrivata nella stessa estate in cui le città italiane hanno toccato nuovi record di calore. Ma non è dato sapere se l’associazione è stata ascoltata, perché, a più di un mese di distanza, il testo non risulta ancora partito per Bruxelles e non è stato diffuso.
Il 9 settembre però, rispondendo in Aula a un question time del Movimento 5 Stelle (M5S) sulle iniziative urgenti contro la crisi climatica, il ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha detto che l’Italia “sta finalizzando il proprio Piano nazionale di ripristino della natura”, che in questi giorni è “in fase di concertazione con gli altri ministeri”. Ha aggiunto che le misure di prevenzione e adattamento del Piano contribuiranno, nel medio e lungo termine, a fronteggiare gli impatti combinati di cambiamento climatico e perdita di biodiversità, e che daranno continuità alle azioni già avviate con il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) sul verde urbano ed extraurbano, sul ripristino dei fondali e degli habitat marini, sulla rinaturazione del Po.
Ed ecco un dettaglio di procedura: il question time a cui il ministro ha risposto, nella formulazione letta in Aula, non citava più il Piano ma solo l’emergenza caldo. Il riferimento al Piano nazionale di ripristino compariva solo nel primo testo depositato agli atti prima della seduta, quello su cui Pichetto Fratin ha costruito la propria risposta.
Il giorno dopo, il 10 settembre, il ministro è stato interpellato nuovamente: la deputata M5S Ilaria Fontana ha depositato una nuova interrogazione, chiedendo al governo di rendere pubblici i criteri con cui sono stati valutati i contributi della consultazione pubblica, quali osservazioni siano state accolte e quali respinte, se un testo sia stato davvero trasmesso alla Commissione europea e, in caso positivo, quale. La consultazione a cui si riferiva la deputata si era chiusa il 24 giugno; il ministero aveva promesso, entro il 10 luglio, l’analisi dei contributi e un report finale. Lo stesso calendario, pubblicato dal ministero sulla piattaforma di partecipazione, indicava la consegna del Piano a Bruxelles tra il 31 luglio e il 1° settembre. Del report, a oggi, però, proprio come per la bozza del piano, non c’è traccia pubblica.
Quattordici associazioni ambientaliste hanno denunciato, oltre al mancato riscontro, possibili modifiche proprio alle misure sugli ecosistemi urbani: verde, alberature, suolo naturale. Anche le richieste di revisione avanzate con una comunicazione mediatica dall’ANCI il 3 agosto restano, a oggi, senza una risposta pubblica del ministero.
In una settimana però il Movimento 5 Stelle è tornato sul tema con una terza interrogazione, depositata in questi giorni, a prima firma di Sergio Costa, che contiene anche un mistero. Infatti, mentre il Piano viene negoziato tra i ministeri, come ha detto lo stesso Pichetto Fratin, sul testo è aperta anche un’altra procedura: la Valutazione ambientale strategica (VAS), il controllo preventivo a cui la legge sottopone un piano prima che diventi operativo, per verificare che le sue stesse misure non finiscano per danneggiare, invece che riparare, l’ambiente. La procedura era partita il 4 febbraio, quando l’ISPRA, l’ente tecnico che ha scritto la bozza del Piano, aveva chiesto al ministero di avviare la prima fase di questa valutazione. Quella fase si è chiusa l’8 luglio con un parere tecnico del ministero e la raccolta dei testi della consultazione pubblica vera e propria sulla VAS, quella che la legge italiana impone di aprire prima che un piano come questo diventi definitivo.
Restano aperti quindi due percorsi paralleli, e un solo testo che dovrebbero condividere, ma non è chiaro il legame reciproco né quale sia il testo finale da adottare. È quello che chiede la nuova interrogazione: se il Piano sia stato inoltrato alla Commissione europea entro il 1° settembre, come previsto dal regolamento; se esista una pagina pubblica dove consultare la versione definitiva del testo, con l’indicazione di come sono state recepite le osservazioni della consultazione; e quale sia il nesso tra il Piano eventualmente inviato a Bruxelles, che la Commissione dovrà revisionare, e quello sottoposto a VAS, la cui consultazione pubblica non risulta ancora definita. La Commissione europea avrà sei mesi di tempo per valutare il Piano, da quando arriverà. Per ora, quel conto alla rovescia per l’Italia non è partito.
In copertina: Gilberto Pichetto Fratin fotografato da Luigi Mistrulli, Agenzia IPA
