Nei giorni di caldo africano che si moltiplicano estate dopo estate, il pensiero corre agli edifici: i condizionatori a pieno regime, le bollette che salgono, la rete elettrica sotto pressione. Per oltre trent'anni il dibattito sulla sostenibilità edilizia si è concentrato quasi esclusivamente sull'energia consumata durante la vita utile degli edifici. Ma l'impronta di carbonio di una casa, di un ufficio o di un negozio comincia molto prima che qualcuno usi l’immobile. Nasce con l'estrazione delle materie prime, la produzione di cemento e acciaio, il trasporto e le lavorazioni di cantiere. È il cosiddetto embodied carbon, il carbonio incorporato nei materiali e nei processi costruttivi, già rilasciato in atmosfera prima ancora dell'utilizzo dell'edificio. Una quota di emissioni che, una volta prodotta, non può essere recuperata attraverso una maggiore efficienza energetica durante gli anni di esercizio.

L'allarme è concreto. Secondo il Global Status Report for Buildings and Construction delle Nazioni Unite (UNEP e GlobalABC), il settore degli edifici e delle costruzioni è responsabile di circa il 37% delle emissioni globali di CO₂ legate all'energia. Se negli ultimi decenni l'attenzione si è concentrata soprattutto sulla riduzione dei consumi nella fase d'uso, oggi assume un peso crescente anche il carbonio emesso nella produzione dei materiali e nella realizzazione delle opere.

A delineare il quadro più aggiornato è lo studio pubblicato nell'ottobre 2025 su Communications Earth & Environment (Nature) da ricercatori della Peking University e del Potsdam Institute for Climate Impact Research. La conclusione è netta: senza interventi radicali, le emissioni globali legate alla costruzione degli edifici raddoppieranno entro il 2050, rischiando di esaurire il budget di carbonio compatibile con il contenimento del riscaldamento globale entro 1,5 °C e 2 °C. La distribuzione geografica evidenzia differenze profonde. La quota di emissioni attribuibile ai materiali più emissivi si mantiene intorno al 29-30% negli Stati Uniti e tra il 27% e il 40% nell'Unione Europea, mentre raggiunge valori molto più elevati nei mercati in rapida espansione, come Cina e India. È proprio qui che si concentrerà una parte significativa delle nuove costruzioni dei prossimi decenni, rendendo la decarbonizzazione della filiera una priorità globale.

Guardare oltre la fase d'uso

Di fronte a questi dati diventa necessario cambiare prospettiva. È un tema ormai centrale anche nel dibattito europeo, dove le nuove disposizioni stanno modificando il modo in cui saranno valutati gli edifici. La Direttiva EPBD IV e il Regolamento delegato UE 2026/52 introducono progressivamente l'obbligo di calcolare e dichiarare il cosiddetto Global Warming Potential (GWP), indice che misura l’impatto lungo tutto il ciclo di vita delle nuove costruzioni. Dal 2028 l'obbligo riguarderà gli edifici superiori a 1.000 metri quadrati, mentre dal 2030 sarà esteso a tutte le nuove realizzazioni. Life Cycle Assessment (LCA) ed Environmental Product Declaration (EPD) sono così destinati a entrare stabilmente nella pratica progettuale.

“Oggi il settore delle costruzioni è chiamato a un contributo concreto e misurabile alla decarbonizzazione, alla rigenerazione del patrimonio edilizio e alla qualità dell'abitare. Una sfida che richiede un approccio integrato, fondato sul dialogo tra politiche pubbliche, competenze professionali e innovazione”, ha dichiarato a febbraio, in occasione del diciottesimo anniversario di GBC Italia, il presidente Fabrizio Capaccioli, riconfermato all'unanimità il 23 giugno 2026.

Anche in Italia il tema sta entrando con decisione nel dibattito del comparto. A Key Energy 2026 Federcostruzioni e l'Università politecnica delle Marche hanno presentato il primo rapporto sulla sostenibilità energetica della filiera delle costruzioni, realizzato con il supporto tecnico-scientifico di ENEA. Il documento evidenzia come il settore possa ridurre significativamente il proprio impatto solo adottando una visione che consideri tutte le fasi dell'edificio, dalla progettazione alla dismissione, e non soltanto il periodo di utilizzo.

“La transizione energetica si conferma una delle sfide più rilevanti e complesse per l'economia europea e nazionale, e il settore delle costruzioni è destinato a svolgere un ruolo decisivo”, ha sottolineato il presidente di Federcostruzioni, Emanuele Ferraloro. “Si tratta di un cambio di paradigma che va oltre il semplice miglioramento dell'efficienza nell'uso degli edifici: interessa l'intero ciclo di vita del costruito, dalla progettazione alla produzione dei materiali, dagli impianti ai processi costruttivi fino alla demolizione. Nonostante persistano criticità legate all'incertezza normativa, ai costi dell'energia e alla complessità autorizzativa, il comparto dispone di un ampio potenziale di riduzione dei consumi e delle emissioni.”

Materiali, riuso, macchine e processi

Accanto alle politiche servono strategie concrete. La diffusione di materiali a ridotto carbonio incorporato (calcestruzzi a basso contenuto di clinker, acciaio ottenuto da rottame riciclato, legno certificato e componenti bio-based) rappresenta la prima leva della decarbonizzazione, intervenendo direttamente all'origine delle emissioni.

Una seconda direttrice è la costruzione off-site. Spostare parte delle lavorazioni in stabilimento consente di ridurre gli scarti, migliorare il controllo qualitativo, accorciare i tempi di realizzazione e limitare le attività più emissive in cantiere. Non a caso ENEA ha annunciato il proprio impegno nel progetto OFFICIO, dedicato alla riqualificazione off-site del patrimonio edilizio esistente. “La direttiva EPBD impone obiettivi ambiziosi e il settore delle costruzioni, ancora molto tradizionale, deve innovare in profondità”, ha spiegato Ilaria Bertini, direttrice del Dipartimento efficienza energetica di ENEA. “L'edilizia off-site riduce i tempi, abbatte i costi, migliora la qualità e aumenta la sicurezza in cantiere.”

Una terza strada guarda invece a ciò che è già costruito. Se il carbonio incorporato nasce nella produzione dei componenti edilizi, il modo più efficace per ridurlo è conservarne il valore, evitando di sostituirli quando non necessario. Recuperare una trave, un serramento o un elemento strutturale significa preservare anche l'energia e le emissioni già impiegate per realizzarli. È il principio del riuso, che precede il riciclo e sta favorendo la nascita dei primi mercati europei dei componenti edilizi di seconda mano. Esperienze come Rotor DC, in Belgio, o Madaster, nei Paesi Bassi, dimostrano come cataloghi digitali e passaporti dei prodotti possano trasformare gli edifici in vere e proprie banche di risorse, favorendo una filiera del riutilizzo sempre più strutturata.

Non si tratta più di iniziative di nicchia. Lo dimostra anche il Congresso mondiale degli architetti UIA 2026 di Barcellona, in programma dal 28 giugno al 2 luglio, dedicato al tema Becoming. Architectures for a Planet in Transition. Tra le linee di ricerca trova spazio Becoming Circular, dedicata alla progettazione per il disassemblaggio, al riuso dei componenti e alla loro tracciabilità. Un segnale di come la circolarità stia diventando, seppure con lentezza rispetto all'urgenza della sfida climatica, parte integrante delle strategie di trasformazione dell'ambiente costruito.

La transizione riguarda poi gli impianti e le macchine usate in cantiere. L'elettrificazione progressiva dei sistemi, la manutenzione predittiva e la digitalizzazione dei processi consentono di ridurre consumi, tempi di inattività ed emissioni dirette. In questo quadro rientra anche l'ottimizzazione dei sistemi idraulici. Aziende italiane come Faster stanno sviluppando componenti ad alta efficienza in grado di limitare le dispersioni nei circuiti, ridurre gli spillaggi di fluido e diminuire il carico richiesto ai motori, migliorando l'efficienza complessiva delle macchine operatrici. Completano il quadro il recupero degli scarti inerti direttamente in cantiere, la riduzione dei trasporti, il monitoraggio digitale dei consumi e la formazione degli operatori, che permette di ottimizzare la conduzione dei mezzi e contenere ulteriormente le emissioni.

Nessuna di queste leve, tuttavia, è sufficiente da sola. La vera sfida non consiste più soltanto nel costruire edifici che consumino meno energia, ma nel realizzare edifici che emettano meno carbonio fin dal primo giorno della loro esistenza. È lungo l'intera filiera, dalla produzione dei materiali alla gestione del patrimonio edilizio, che si giocherà una parte decisiva della transizione climatica.

 

In copertina: immagine Envato