Sara Aagesen Muñoz, ministra spagnola per la transizione ecologica, ha un'idea. Anzi, ha diverse idee, tutte contenute in una lettera e un documento inviati al commissario europeo per il clima Wopke Hoekstra. La più interessante è questa: visto che l'Europa sta bruciando (letteralmente), e che i costi dell'adattamento climatico crescono di anno in anno, perché non creare un fondo europeo dedicato? E visto che le compagnie petrolifere e del gas continuano a fare profitti record mentre il pianeta si surriscalda, perché non chiedere a loro di contribuire?
È una proposta che ha evidentemente una sua logica. Dal 1980 a oggi, secondo i calcoli di Madrid, i paesi dell'Unione Europea hanno accumulato 822 miliardi di euro di perdite dovute a eventi climatici estremi. Un quarto di queste perdite si è concentrato tra il 2021 e il 2024. Solo l'estate del 2026, con la sua combinazione micidiale di siccità e incendi, è costata almeno 50 miliardi di euro secondo alcune stime, fino a 180 secondo altre. La Spagna, che ha visto il Sud del paese trasformarsi in un forno e ampie zone rimanere senza acqua per settimane, sa bene di cosa parla.
La ministra Aagesen non si limita a chiedere tasse su oil&gas. Il documento programmatico visionato dal Financial Times, che sarà alla base del piano d'azione che il commissario Hoekstra dovrà presentare entro l'autunno, è articolato e ambizioso. Madrid propone innanzitutto obiettivi vincolanti di adattamento a livello europeo, con valutazioni dei rischi climatici ogni cinque anni. Vuole che la resilienza climatica venga integrata in tutte le politiche di investimento dell'Unione.
Più concretamente, il governo spagnolo chiede un sistema europeo permanente di Protezione civile per rispondere alle emergenze, dotato di flotta aerea antincendio e protocolli condivisi. Sul fronte finanziario, propone un sistema europeo di riassicurazione pubblico-privato, con obbligazioni legate al rischio climatico per contribuire a coprire le perdite causate da eventi meteorologici estremi. Al centro di tutto, un fondo europeo dedicato all'adattamento climatico, complementare agli strumenti previsti nel prossimo Quadro finanziario pluriennale. Per finanziarlo, una tassa permanente sui profitti di petrolio e gas, eventualmente accompagnata dall'emissione di un nuovo debito comune europeo.
"Molti stati membri sono fortemente esposti, come hanno chiaramente dimostrato gli eventi recenti", scrive la ministra Aagesen Muñoz. La Spagna cita le stime della banca Triodos secondo cui il caldo estremo potrebbe ridurre il PIL dell'UE di circa l'1% nel 2026 e del 2,3% entro il 2050. Per questo, la strategia dovrebbe rendere l'Europa "capace di anticipare e rispondere collettivamente ai rischi climatici" e di "mobilitare le risorse necessarie per realizzare gli investimenti indispensabili".
l problema è che l'ostacolo più grande non è tecnico, ma politico. La Commissione europea non ha ancora risposto, ma è un fatto che i fondi per l'adattamento climatico rientrano nei negoziati sul bilancio dell'Unione, e le tasse sui profitti straordinari delle compagnie energetiche sono di competenza dei singoli stati membri. Tradotto: arrangiatevi da soli, come state già facendo.
E infatti alcuni paesi si stanno già arrangiando da soli. Il Portogallo ha introdotto una tassa del 33% sugli extraprofitti del 2026. Ad agosto scorso, Germania, Spagna, Portogallo, Italia, Polonia e Austria hanno chiesto alla presidenza di turno dell'UE di discutere un meccanismo per tassare i profitti straordinari delle compagnie petrolifere, gonfiati dalla crisi nello Stretto di Hormuz che ha fatto schizzare i prezzi. La questione dovrà essere discussa all'incontro informale dei ministri delle finanze a Dublino il 18 e 19 settembre.
Nel frattempo, la Commissione europea ha messo sul tavolo cinque nuove tasse per alimentare il bilancio 2028-2034. Tutte troveranno l'ostilità feroce del mondo delle imprese, alcune anche quella degli stati nazionali. Le proposte includono una tassa basata sul meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM) e una sui rifiuti elettronici non riciclati. Ci sono poi una tassa sul sistema di scambio delle emissioni (ETS), una sul tabacco e una fiscalità sulle imprese. Le prime due sono quelle con più possibilità di successo: il CBAM ha raccolto il sostegno più ampio tra i paesi membri, seguito dalla tassa sull'e-waste, che ha ricevuto critiche più tecniche che politiche. La Commissione stima che il CBAM porterà 1,4 miliardi di euro all'anno, mentre l'e-waste ne genererà 15 miliardi.
Il pacchetto completo dovrebbe garantire 66 miliardi di euro annui. Ma trovare un accordo è tutt'altro che scontato: serve l'unanimità dei 27 stati membri e la ratifica di tutti i parlamenti nazionali. La presidenza irlandese sta facendo il giro delle capitali per trovare un compromesso entro ottobre, prima del vertice dei leader. Le resistenze però non mancano su quasi tutti i fronti. L'ETS divide, la tassa sul tabacco è sotto tiro, quella sulle corporation piace a pochi. Quanto alle proposte del Parlamento europeo su servizi digitali, gambling online e criptovalute, sono già date per morte.
Intanto i petrolieri non stanno a guardare. Darren Woods, amministratore delegato di ExxonMobil, ha dichiarato a fine luglio che la deindustrializzazione europea ha lasciato il continente a corto di raffinerie, causando prezzi più alti quando emergono carenze. "C'è una grande tentazione di usare l'industria come capro espiatorio. Penalizzare le aziende che hanno sostenuto quei paesi e fornito quel prodotto è molto miope", ha detto Woods, aggiungendo che ExxonMobil ha cancellato investimenti programmati in Europa dopo l'ultima windfall tax, "e infatti stiamo facendo causa perché non pensiamo sia legale".
Anche Meg O'Neill di BP ha bollato nuove tasse sui profitti straordinari come "una risposta profondamente difettosa", mentre Patrick Pouyanné di TotalEnergies ha minacciato a maggio che se la Francia introducesse nuove tasse la compagnia smetterebbe di calmierare il prezzo della benzina a 1,99 euro al litro. "Penso che i francesi preferirebbero beneficiare direttamente del tetto al prezzo", ha detto con un sorriso.
La realtà è che l'Europa si trova stretta tra necessità crescenti e risorse limitate. L'Agenzia internazionale dell'energia stima che solo per l'Africa serviranno 69 miliardi di euro all'anno fino al 2050 per l'adattamento climatico. Per l'Europa le cifre sono ancora più alte. La Commissione calcola che servano almeno 662 miliardi tra il 2021 e il 2027 solo per misure di mitigazione e adattamento. Ma trovare questi soldi nel bilancio comunitario, con i paesi del Nord che chiedono tagli e quelli del Sud che vogliono più fondi, è come cercare di far quadrare un cerchio.
La proposta spagnola arriva in un momento particolare. Il prossimo bilancio dell'Unione per il 2028-2034 è in fase di negoziazione, con l'obiettivo di chiudere l'accordo entro fine 2026, prima delle elezioni presidenziali francesi che potrebbero complicare tutto. António Costa, presidente del Consiglio europeo, sta facendo il giro delle capitali nel tentativo di trovare una soluzione. L'Irlanda, che ha la presidenza di turno, dovrebbe presentare una proposta di compromesso a ottobre. Ma le distanze restano enormi.
Quello che è certo è che i costi del cambiamento climatico non aspettano i negoziati di bilancio. L'estate del 2026 ha visto 650.000 ettari bruciati in Europa, il doppio della media degli ultimi vent'anni secondo il Sistema europeo di informazione sugli incendi boschivi. Una stima compilata da Bloomberg ha calcolato che almeno 32.600 persone sono morte per il caldo in diversi paesi europei durante l'estate. La Spagna continua a registrare temperature record anche a settembre.
Madrid ha fatto la sua parte con una proposta concreta, ma sarà dura: il governo Sanchez è isolato, e in Europa, quando si parla di soldi veri, trovare un accordo tra ventisette paesi con interessi diversi resta un'impresa titanica.
In copertina: pompieri impegnati a spegnere un incendio in Galizia, foto di Europa Press/ABACA/Agenzia IPA
