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Il 17 luglio 2026 la Commissione europea ha pubblicato la proposta legislativa che ridisegna l'EU ETS per il periodo 2031-2040, il mercato del carbonio più grande al mondo. Fortemente criticata per l’annacquamento dell’ETS, c’è un elemento che merita di essere discusso nel merito: la possibilità per l'Unione di acquistare fino a 260 milioni di crediti internazionali di alta qualità tra il 2036 e il 2040, generati nell'ambito dell'Articolo 6 dell'Accordo di Parigi, entro un tetto pari al 5% delle emissioni nette UE del 1990. L'obiettivo dichiarato è alleggerire la pressione sulla decarbonizzazione domestica dei settori più esposti (acciaio, cemento, chimica) concedendo loro una traiettoria di riduzione meno ripida.

L'opportunità diplomatica

Per Darius Sultani, ricercatore dottorale al Potsdam Institute for Climate Impact Research, la riforma apre un canale di finanziamento verso paesi che faticano a intensificare le proprie politiche climatiche, generando al contempo un'opportunità di diplomazia climatica per l'UE. È una lettura condivisa da Tirivanhu Muhwati, vicedirettore dell'autorità sui mercati del carbonio del ministero dell'ambiente dello Zimbabwe, intervistato da Clean Energy Wire, che ha accolto positivamente la riforma: secondo Muhwati "l'EU è la maggiore fonte" della domanda che serve a far decollare il mercato internazionale del carbonio.

Lo Zimbabwe, che ha già esperienza − non priva di problemi di qualità e di ricadute reali sulle comunità locali − con il mercato volontario attraverso il progetto REDD+ di Kariba, punta a beneficiare della riforma grazie ai progressi compiuti nella formalizzazione del proprio sistema di scambio delle emissioni. “La presa in considerazione dei princìpi regionali – come i princìpi africani per l’integrità e l’equità nei mercati del carbonio – può aiutare a contestualizzare l’impegno dell’UE nei mercati del carbonio con il continente [africano]”, ha affermato Muhwati.

Anche l'industria energivora europea, che da tempo lamenta tempi troppo stretti e fondi insufficienti per gli investimenti necessari, vede nella misura una boccata d'ossigeno. La federazione chimica CEFIC ha accolto con favore l'inclusione dei crediti internazionali, mentre l'IETA (International Emissions Trading Association) ha definito il pacchetto complessivo "un'evoluzione significativa" del sistema.

L'opposizione: "Un passo indietro"

La proposta ha però già acceso uno scontro politico che va ben oltre la tecnicalità del meccanismo. Al Parlamento europeo si sta consolidando una coalizione di centrosinistra decisa a opporsi all'ingresso di crediti e removal internazionali nell'ETS, salvo condizioni ambientali molto stringenti. Mohammed Chahim, negoziatore del gruppo S&D, ha definito la misura senza mezzi termini "un passo indietro", una forma di comodità che esternalizza l'ambizione climatica europea penalizzando proprio le industrie che hanno investito in anticipo nella decarbonizzazione.

La ONG Carbon Market Watch è andata oltre, accusando l'UE di scaricare la propria responsabilità climatica su quelli che ha definito "dodgy offsets", crediti di dubbia affidabilità. Un'analisi tecnica pubblicata da Mondaq segnala un problema temporale reale nel meccanismo, perché le autorizzazioni di crediti Articolo 6 avvengono oggi, ma i corrispondenti aggiustamenti contabili tra paesi non potranno essere verificati fino alla chiusura dei cicli NDC nel 2030 o nel 2035, ben dopo le scadenze annuali degli obblighi CBAM. Il risultato rischia di essere un doppio standard: gli operatori europei non potranno usare crediti internazionali per adempiere ai propri obblighi ETS, mentre gli operatori extra-UE soggetti a CBAM potrebbero farlo, se consentito dai rispettivi schemi nazionali.

Non è un fronte isolato. Già ad aprile 2026 una coalizione di aziende clean-tech di prima generazione aveva chiesto di tenere i crediti internazionali fuori sia dall'ETS sia dal CBAM, temendo una diluizione del segnale di prezzo che ha finora premiato chi ha investito prima nella transizione. E il relatore ENVI del Parlamento aveva già bollato come "prematura e controproducente" la discussione sull'argomento in sede di revisione del CBAM, tanto che il testo di compromesso del Consiglio del 29 aprile 2026 aveva eliminato ogni riferimento esplicito all'Articolo 6.

Serve certo trovare una quadra: il massimo funzionario climatico dell'UE aveva escluso pubblicamente, durante un panel, che l'Unione avrebbe usato crediti internazionali come strumento di conformità nel proprio ETS. La proposta del 17 luglio ha ribaltato quella posizione. È un segnale di quanto la pressione dell'industria energivora, unita al contesto geopolitico più ampio, abbia spostato rapidamente l'equilibrio interno alla Commissione.

Cosa succede in parallelo

La riforma non si limita ai crediti internazionali. Lo stesso pacchetto del 17 luglio introduce un aumento delle quote gratuite assegnate tramite i benchmark di riscaldamento e combustibile per il periodo 2026-2030, liberando circa 80 milioni di quote aggiuntive per le industrie energivore (esclusi petrolio e gas, che restano soggetti al tasso di aggiornamento attuale).

Tra il 2021 e il 2025 l'allocazione gratuita ha coperto in media l'85% delle emissioni di questi settori; per il 2026-2030 la Commissione prevede una media del 78%. Dal 2031, l'80% delle quote gratuite sarà condizionato alla pubblicazione di piani di investimento per la decarbonizzazione, e il restante 20% sarà concesso solo dopo la verifica di un'effettiva riduzione delle emissioni. Le aziende che delocalizzano fuori dall'UE dovranno restituire le quote ricevute.

La Commissione si è impegnata a rivedere lo stato del mercato dei crediti entro gennaio 2033, con la possibilità di modificare la traiettoria di riduzione delle emissioni sulla base di quanto osservato. È la clausola di salvaguardia a cui guarderanno con più attenzione sia i critici sia i sostenitori della riforma, nei prossimi anni di negoziato che ancora la separano dall'entrata in vigore.

 

In copertina: Harare, capitale dello Zimbabwe, foto di Tatenda Mapigoti, Unsplash