Tra la crisi in Iran e le tribolazioni climatiche della fastidiosa e pericolosa estate 2026, si è tornati a parlare potentemente di cambiamento climatico, transizione ecologica, decarbonizzazione, adattamento. Ecco di nuovo il clima fare capolino in prima pagina, sui social o nei talk dell’estate dopo tre anni di climafreghismo. Perde piede il criptonegazionismo sostenuto da imprenditori incapaci di farsi le spalle con il Green Deal (la linea Orsini oggi si paga in bolletta e la sua conversione alle rinnovabili è tardiva), da un Governo che si è concentrato su questioni minori (il nucleare caro a Pichetto Fratin) sprecando l’opportunità del PNRR, da una società civile e da un mondo ambientalista divisi su pale eoliche, impianti solari industriali ed economia circolare industriale.
Certo sui media del Bel Paese si parla più della questione meteo-emergenziale che di policy e strategie industriali, lasciando spazio alla voce di personalità senza titolo o competenze sul tema (ascoltare Senaldi, La Russa, Procaccini con 39°C fa male alla salute mentale). Lo si fa con strafalcioni concettuali, mancanza di competenza, eccessivo catastrofismo o dozzinale leggerezza. Si dà ancora spazio a negazionisti (un giornale che si chiama La Verità pubblica le falsità di Franco Battaglia) e si sfrutta l’occasione per spingere l’agenda nucleare.
Ma il dato è chiaro: si è tornati a mettere il clima al centro del discorso, politico innanzitutto, con Elly Schlein che finalmente ricorda i rischi per la salute dei lavoratori e delle lavoratrici, i rischi economici e gli scenari da incubo di lungo termine per i nostri figli, figlie e nipoti. E persino a destra qualcuno non riesce più a negare l’innegabile: concede persino Giorgia Meloni secondo la quale “il clima stia cambiando, lo vediamo tutti, basta guardare le nostre estati”. Poi prova a recuperare, ricordando come la “strada non sia spaventare la gente o punire chi già fatica ad arrivare a fine mese agitando un ambientalismo ideologico, sganciato dalla realtà”. Confessso che non ho mai capito come le soluzioni proposte dai centri di ricerca dello stato (ENEA, ISPRA) siano bollabili come ambientalismo ideologico.
Personalmente ho scritto poco in queste settimane dei dati Copernicus sulle temperature medie del mare mediterraneo (30°C, mai così alte), del luglio infernale (record in Europa occidentale), dei maxi-incendi in Spagna, Grecia, Portogallo e Francia (e ora iniziano anche in Italia). La ragione è che sono 18 anni che racconto l’emergenza climatica, gli scenari, i potenziali effetti su salute, sicurezza, migrazioni, economia, stabilità politica, con supporto di scienziati e scienziate molto più competenti di me che lavorano anche da cinquant’anni sulla tematica.
Ero alla COP15 a Copenhagen, ho visitato il primo centro di raccolta dati sulla CO2 a Mauna Loa, parlato con centinaia, forse migliaia, di esperti per articoli e interviste. E tornare a dovermi confrontare con i Senaldi, i La Russa (senza menzionare il generale del nulla), gli Orsini, i De Rosa che ridimensionando la questione climatica ci condannano a un futuro infernale, onestamente mi fa infuriare e gonfiare d’ira. Pupazzi che mettono paletti alla decarbonizzazione solo per una poltrona e qualche voto, per un egoistico tornaconto personale, per difendere aziende che non hanno saputo leggere la nuova economia, disperati per il certo fallimento, la cui colpa è dell’imprenditore e non di Bruxelles, che da vent’anni ripete quali sono le priorità economiche sulla transizione.
Noi che chiediamo soluzioni e azioni concrete siamo invece una moltitudine, una società che si vuole coesa e non divisa, siamo i genitori di tutte le future generazioni che verranno domani, siamo il dna genetico e culturale dei prossimi miliardi di abitanti di questo pianeta.
Invece di parlare ancora di scienza e dei dati assodati, dovremmo confrontarci, come facciamo su Materia Rinnovabile, sulle soluzioni per mitigare il nostro impatto, sui consumi, sulle strategie più efficaci di adattamento, su come sostenere le fasce economiche più deboli. Se funziona il Piano sociale per il clima. Perché il GSE non accelera sulle autorizzazioni. Su quale formato di rinnovabili investire. Sul rilanciare un grande piano di efficientamento domestico (e non la porcata del 110%) E invece abbiamo perso altri 18 anni per l’incapacità di contenere una classe dirigente inetta, vecchia e antiscientifica, dando spazio non a un discorso di sintesi ma a velleità radicali di ogni tipo, a fuffaguru del web e della politica, ai mediocri invece che ai migliori. Abbiamo creduto che la democrazia era dare lo stesso peso allo spaccone del bar e all’esperto con dottorato. Dal M5S a Futuro Nazionale abbiamo raccontato che uno vale uno (nel secondo caso solo se bianco) e dimenticato la meritocrazia, il rispetto delle competenze, la responsabilizzazione della classe dirigente e del mondo scientifico.
Ora però il vento sta cambiando. Non nel senso meteorologico, dato che le temperature fuori scala del Mediterraneo porteranno gravi tempeste prima dell’autunno e i dati a settembre ci diranno se il 2026 ha superato davvero l’estate del 2003, la più calda di sempre. Dai midterm statunitensi, che vedono una possibile avanzata dei Democratici più progressisti, alle elezioni in Italia (per il momento animate dal generale buffo amato dai redneck nostrani, ma che potrebbe essere una batosta per FdI e Lega), il dibattito dovrà confrontarsi con un’estate che nella sua letale evidenza sembra aver riportato senso nelle teste di chi fatica a comprendere i dati. Dopo sessanta notti con 34°C in casa, bollette da 400€ per l’aria condizionata o il funerale di un proprio caro morto sul lavoro per il troppo caldo, anche i più ostinati si stanno ricredendo. Rimangono fuori gli ottusi e quelli con chiari interessi personali.
Il degrado della parentesi trumpiana sta per arrivare alla conclusione, speranzosamente relegando all’opposizione il populismo (di destra e sinistra) ostile alla scienza e alla transizione ecologica. Un tempo l’autunno segnava il ritorno delle lotte sociali, degli scioperi, delle proteste studentesche, dei congressi politici, dei grandi eventi economici.
Nel 2026 serve lanciare un grande autunno verde, per rimettere al centro del discorso politico ed economico il tema del clima (ma anche della crisi della biodiversità, dell’acqua, del suolo). Centrali nel nostro paese saranno grandi eventi come Ecomondo, la COP31 di Antalya (e la COP17 sulla biodiversità), ma anche il Forum Ambrosetti, il ritorno delle piazze sociali e ambientaliste (se vi siete spaventati di questa estate rovente vale la pena testimoniare pubblicamente e non solo sui social il vostro supporto alla transizione e alla scienza), la campagna elettorale per le politiche 2027, l’onda progressista in arrivo dagli USA, il lavoro delle lobby verdi in Europa e la riscoperta del lavoro comunitario (ci servono così tanti community organizer!).
La prima stima di Coldiretti (solitamente non in prima linea per la tutela della natura) sui danni climatici all’agricoltura dell’estate 2026 è ben sopra i 3 miliardi di euro, cifra destinata a peggiorare con l’aggravarsi della situazione idrica di agosto. I dati definitivi sui morti per caldo in Europa arriveranno in autunno. Gli impatti complessivi sull’economia alla fine dell’anno. Presto, dunque, sapremo anche se il 2026 è stato l’anno più caldo di sempre. Ovvero, come vuole la cruda ironia, forse l’estate più fresca del resto della vostra vita.
In copertina: foto di Matteo Nardone, Agenzia IPA
