Cosa ci attende nelle prossime settimane di questa estate torrida? Cosa sono queste cupole di calore a forma di Omega? Arriverà il super El Niño? Quanto veramente pesa la crisi climatica in questa ondata eccezionale di calore, che ha visto la notte tra lunedì 22 e martedì 23 giugno come la più calda mai registrata in Francia dall'inizio delle misurazioni? In Italia sono attese punte oltre i 40°C nelle aree più colpite, ancora prima dell’inizio dell’estate? Che impatti avrà su salute, vite umane, lavoro ed economia?

Materia Rinnovabile ha voluto mettere un punto chiaro intervistando la meteorologa di MeteoExpert Serena Giacomin, in giornate durante le quali più di qualcuno ripete che “ma sì, ha sempre fatto caldo in estate”, mentre i pronto soccorso si riempiono di persone a causa di colpi di calore e collassi.

 

Che situazione si prospetta per l’Europa?

L'Italia si trova pienamente investita dalla risalita di questo promontorio dell'anticiclone subtropicale africano, che trasporta una massa d'aria eccezionalmente calda. Si tratta della stessa configurazione che in queste ore sta colpendo ancora più duramente il settore tra la Francia e il Regno Unito. Nelle prossime giornate il nucleo con l'anomalia termica più esasperata tenderà a spostarsi gradualmente dall'asse Spagna-Francia-Regno Unito verso l'Europa centrale, la Scandinavia e l'Europa orientale. In tutto questo dinamismo europeo, l'Italia resterà quasi costantemente coinvolta almeno fino all'inizio di luglio. Ci aspettano, quindi, ancora diversi giorni di passione. E anche quando questa fase acuta giungerà al termine, non ci attende l'arrivo di aria fresca o di un refrigerio strutturale: semplicemente, le temperature si riallineeranno, tornando più vicine alla norma climatica del periodo. I problemi conseguenti sono quelli che purtroppo abbiamo imparato a conoscere, ma che qui si presentano amplificati: picchi termici e notti tropicali. Avremo temperature massime che sfioreranno diffusamente la soglia dei 40°C. Il vero pericolo, però, sarà anche notturno: le temperature faranno estrema fatica a scendere sotto i 24-25°C, azzerando il recupero termico degli organismi e generando un forte impatto sul settore sanitario, sia di giorno che di notte. Lo zero termico si attesterà stabilmente ben oltre i 4.000 metri di quota, sferzando un duro colpo ai ghiacciai e all'intero ecosistema montano, già vulnerabile. Il dato più critico è la durata. Il nostro intero sistema socioeconomico non è strutturalmente pronto a gestire temperature di questa portata per due settimane consecutive, specialmente così presto, all'inizio della stagione estiva.

La comunità scientifica europea usa sempre più spesso l'espressione "nuova normalità". Dal punto di vista climatologico, siamo davvero entrati in un regime in cui due canicole in giugno, con anomalie termiche di questa portata, sono una possibile normalità sul lungo termine?

Dal punto di vista strettamente climatologico, l'espressione "nuova normalità" è quasi un controsenso: evoca l'idea del raggiungimento di un nuovo plateau, di una situazione che si è modificata ma che ora si è stabilizzata. La realtà scientifica, purtroppo, è ben diversa. Non siamo davanti a una nuova stabilità, ma a una tendenza in costante ascesa. Quella a cui stiamo assistendo è la transizione verso un regime climatico completamente mutato, dove la vecchia normalità del secolo scorso è ormai saltata. E se proiettiamo questa tendenza non tanto a lungo termine, ma già a medio termine, la risposta è sì: eventi come questo stanno diventando la consuetudine delle nostre estati. Osserviamo una progressiva erosione della primavera che già mostra i suoi effetti a maggio, ma è giugno ad aver subìto l'accelerazione termica più vistosa degli ultimi decenni. Quindi questa "doppietta" di canicole è la firma digitale di un sistema climatico diventato molto più caldo, in cui la baseline termica si è alzata a tal punto che basta una configurazione di alta pressione per far schizzare i termometri verso i 40°C. Il futuro ci riserva estati non solo più calde, ma strutturalmente diverse, caratterizzate da una spiccata stazionarietà dei fenomeni. Questo significa che non solo toccheremo picchi più alti, ma anche che le ondate di calore tenderanno a durare molto a lungo, proprio come sta accadendo in queste due settimane. Dobbiamo fare uno sforzo profondo a livello di percezione, perché dal punto di vista climatico abbiamo la memoria molto corta. Dobbiamo capire che 40°C a giugno restano un evento estremo. Tra l'altro, questo mese ha una particolarità astronomica che aggrava la canicola: le giornate sono le più lunghe dell'anno. Questo significa che il soleggiamento dura fino a 15-16 ore, accumulando calore continuo sul suolo e lasciando pochissime ore alla notte per disperderlo. Non siamo di fronte a un'estate bizzarra o eccezionale, ma alla manifestazione concreta di un clima che ha cambiato marcia: quello che oggi ci appare come un evento estremo e record, tra trent'anni rischia di essere ricordato come un giugno quasi... “fresco”.

I meteorologi italiani e francesi stanno descrivendo in questi giorni la formazione di una configurazione a Omega: un robusto promontorio anticiclonico bloccato tra due aree di bassa pressione (una a ovest della penisola iberica e una sul Mediterraneo orientale) che tende a persistere per diversi giorni impedendo l'arrivo di perturbazioni. Questa struttura di blocco atmosferico è diventata più frequente o più persistente con il cambiamento climatico?

Per capire la pericolosità del blocco a Omega dobbiamo immaginarlo come una gigantesca barriera. Prende il nome dalla lettera greca proprio per la forma che assumono le correnti in quota: una mastodontica spallata anticiclonica centrale che sale verso nord, stretta ai fianchi da due zone di bassa pressione. Se sulla frequenza numerica totale dei blocchi il dibattito scientifico è ancora aperto a causa della complessa variabilità naturale della circolazione atmosferica, c'è un consenso più solido sulla loro persistenza e intensità. Non è solo una questione di quanto spesso si formi, ma del fatto che, quando si forma, tende a non mollare la presa, trasformando un periodo di caldo intenso in una situazione di crisi.

E c'è evidenza scientifica che il riscaldamento dell'Artico, attraverso la riduzione del gradiente termico meridiano, stia indebolendo il jet stream e aumentando la frequenza di queste configurazioni a Omega persistenti sull'Europa?

Per rispondere possiamo partire proprio da un meccanismo di base, l'amplificazione artica, ormai ampiamente studiato e verificato: l'Artico si sta riscaldando a una velocità molto superiore rispetto alla media globale, anche tre o quattro volte più rapidamente. Questo accade soprattutto a causa della perdita del ghiaccio marino: al posto di una superficie bianca e riflettente, oggi abbiamo l'oceano scuro, che assorbe calore anziché respingerlo. Tale fenomeno ha una conseguenza diretta e inevitabile sulla dinamica atmosferica complessiva, innanzitutto provoca una riduzione del gradiente termico lungo i meridiani. In parole semplici, si accorcia la differenza di temperatura tra il Polo e l'Equatore. Poiché questa differenza è il vero motore che spinge il jet stream (la corrente a getto) da Ovest verso Est alle nostre latitudini, riducendo il gradiente il motore inizia a perdere colpi. È qui che scatta il cosiddetto effetto meandro: la corrente a getto perde la sua traiettoria tesa e lineare e inizia a oscillare vistosamente. Questo rallentamento genera gigantesche ondulazioni Nord-Sud che tendono a diventare stazionarie. Dal punto di vista termodinamico il processo è chiaro ed evidente: dove la comunità scientifica mostra ancora cautela è sull'impronta statistica rigorosa. Il cambiamento in atto è talmente rapido che per rendere la statistica solida e inappuntabile ci vuole del tempo, soprattutto in un sistema complesso e ricco di "rumore di fondo" come quello climatico, in cui i fattori in gioco sono tantissimi. Tuttavia, molte simulazioni e studi modellistici avanzati mostrano che questo meccanismo sta già aumentando la persistenza dei blocchi atmosferici sull'Europa e, in particolare, sta favorendo un incremento delle dirette incursioni del promontorio anticiclonico nordafricano verso il cuore del continente. Per stabilire una tendenza conclamata servirà ancora del tempo per accumulare dati, ma una certezza l'abbiamo già: in un pianeta più caldo, gli effetti di un jet stream così ondulato si traducono in ondate di calore infinitamente più severe.

El Niño: amplificatore, causa, o capro espiatorio? Il dibattito nella comunità scientifica è acceso. La NOAA stima una probabilità del 62% che El Niño emerga tra giugno e agosto 2026 e persista fino a fine anno, con le WMO che parlano di probabilità dell'80%. Ma i climatologi italiani sono cauti: esiste una regola diretta secondo cui la presenza di El Niño debba necessariamente tradursi in un'estate molto calda in Europa?

Nella comunità scientifica si lavora su una previsione che normalmente verrà via via affinata. I dati più recenti della NOAA mostrano che siamo già usciti da una situazione di neutralità: il segnale di El Niño è ufficialmente iniziato, anche se al momento è ancora molto debole. Le proiezioni indicano che il suo picco massimo di intensità "super" si registrerà tra novembre 2026 e gennaio 2027. Questo significa che non esiste alcuna correlazione, nessuna, tra l'innesco del fenomeno avvenuto adesso e l'andamento di questo giugno in Europa. Tra l'altro, ricordiamo che El Niño si sviluppa nel Pacifico equatoriale e il suo legame con le singole stagioni europee è storicamente debole e mediato da troppe altre variabili locali. Tuttavia, la statistica climatica ci insegna una cosa: El Niño è storicamente e strettamente legato al fatto che l'anno successivo al suo picco (in questo caso il 2027) potrebbe far registrare temperature medie da record a livello globale. Questo accade perché il fenomeno rilascia una quantità mastodontica di calore dall'oceano verso l'atmosfera. Tradotto in parole semplici: avremo globalmente più energia in circolo nel sistema. E più energia in atmosfera significa, potenzialmente, un clima molto più estremo. Attenzione, però, alla precisione comunicativa: "più estremo" non si traduce automaticamente e ovunque in "più caldo". Significa un'esasperazione di tutti i fenomeni: ondate di calore più intense laddove si instaurano gli anticicloni, ma anche alluvioni e piogge torrenziali, in alternanza.

La Spagna registra punte fino a 44-45°C nelle aree interne dell'Andalusia, con massime notturne tropicali sopra i 25°C, mentre l'OMS ha dichiarato l'ondata di calore "un'emergenza sanitaria", ricordando che solo negli ultimi quattro anni il caldo ha causato oltre 200.000 decessi nella regione europea. In Francia, la centrale nucleare di Golfech è stata fermata perché le acque della Garonna hanno superato i 28°C (soglia oltre la quale gli scarichi termici mettono a rischio la fauna) con riduzioni di produzione previste anche per altri impianti. Quali sono i fenomeni meteo più pericolosi che questa canicola specifica − bloccata e umida in Nord Europa e secca nel Sud − può innescare nelle prossime due settimane fino alla fine della prima settimana di luglio?

I fenomeni più pericolosi a cui prestare attenzione sono diversi. Questa massa d'aria caldissima e stagnante si comporta come una gigantesca spugna che immagazzina energia. Alla prima infiltrazione d'aria fresca o al primo cedimento del blocco a Omega, tutta questa energia verrà rilasciata di colpo. Non avremo normali piogge estive, ma temporali violenti, grandine e raffiche di vento distruttive. Temperature verso i 40°C azzerano l'idratazione della vegetazione. In queste condizioni, la velocità di propagazione dei roghi diventa fulminea e l'intensità del fuoco diventa tale da sfuggire ai normali mezzi di spegnimento. Il caso della centrale nucleare di Golfech dimostra che l'intensità di questa canicola colpisce direttamente l'economia. Con i fiumi sopra i 28°C e i suoli in siccità lampo, non c'è solo un danno agli ecosistemi (morie di pesci e proliferazione algale), ma manca l'acqua per raffreddare gli impianti energetici e produttivi, proprio mentre i consumi elettrici per i condizionatori sono alle stelle. In sintesi, il pericolo maggiore di questa canicola non è solo il caldo attuale, ma anche la persistenza e la violenza dei fenomeni che scatenerà non appena l'atmosfera cercherà di cambiare marcia.

Attribution science: quanto di questa ondata è "firmato" dal cambiamento climatico? L'anomalia di +8,1°C rispetto alle medie stagionali registrata in Francia supera il picco del luglio 2019. I climatologi del World Weather Attribution network pubblicheranno probabilmente un'analisi nelle prossime settimane. Sulla base delle metodologie di attribution già consolidate (come quelle utilizzate per le ondate di calore del 2003, del 2019 e del 2022) qual è la sua stima di quanto il riscaldamento antropogenico abbia aumentato la probabilità statistica di un evento come questo?

Dal punto di vista metodologico, in questo momento è assolutamente prematuro, e scientificamente scorretto, azzardare cifre o percentuali precise. La scienza dell'attribuzione richiede rigore: l'ondata di calore non è ancora terminata e la raccolta completa dei dati atmosferici è tuttora in corso. Prima di stabilire quanto il riscaldamento antropogenico abbia aumentato la probabilità statistica di questo evento e la sua intensità, i climatologi del World Weather Attribution dovranno far girare complessi modelli climatici confrontando il mondo reale con un modello di pianeta privo di emissioni umane. Per i numeri definitivi dovremo sì, quindi, attendere le prossime settimane. Tuttavia, possiamo iniziare a tracciare un quadro chiaro su cosa renda questa ondata scientificamente insolita. A differenza di altri eventi storici che si consumavano in pochi giorni di picco, la caratteristica di questa canicola è la sua spiccata stazionarietà. Il blocco atmosferico sta congelando la situazione meteo per due settimane consecutive, un fattore che amplifica a dismisura gli impatti sanitari e ambientali. Poi c'è l'intensità precoce. Registrare anomalie di oltre +8°C e picchi superiori ai 40-44°C a inizio estate è di per sé straordinario. Ma l'elemento davvero insolito è la vicinanza temporale con la prima ondata di fine maggio. Il fatto che si verifichino due eventi maggiori in meno di un mese dimostra che non siamo più di fronte a picchi isolati, ma a un prolungato cambio di regime stagionale. In sintesi, se per la "firma" statistica esatta dobbiamo giustamente attendere i tempi della scienza, la dinamica fisica ci dice già che questa ondata presenta caratteristiche di intensità e durata che fino a pochi anni fa sarebbero state impensabili per il mese di giugno.

 

In copertina: foto di Matteo Nardone, Agenzia IPA