Il 32° vertice della NATO, svoltosi il 7 e l’8 luglio nella capitale turca Ankara, è stato l’occasione per i leader dell’Alleanza di mettere in mostra le crescenti ambizioni militari dell’organizzazione, riaffermando obiettivi più elevati di spesa per la difesa, un nuovo sostegno all’Ucraina e miliardi di dollari in approvvigionamento militare.

Ankara si è preparata per settimane. Le autorità hanno vietato tutte le manifestazioni e i raduni, chiuso al traffico le principali arterie cittadine e disposto la sospensione di alcune attività del settore pubblico per tutta la durata dell’evento. Le organizzazioni per i diritti umani hanno riferito che la stretta ha portato all’arresto di oltre duecento persone, tra cui attivisti, avvocati e giornalisti.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha accolto le delegazioni in arrivo con una banda mehter, il tradizionale complesso musicale militare dell’Impero ottomano, le cui marce un tempo accompagnavano gli eserciti in battaglia. Altrove, il cerimoniale ha assunto toni più rigidi: con le principali arterie chiuse e decine di migliaia di agenti di sicurezza dispiegati, il vertice ha paralizzato gran parte della capitale per i residenti. Cittadini e giornalisti sono stati tenuti lontani dal parco Segmenler durante il jogging mattutino di circa un’ora del presidente francese Emmanuel Macron, sorvegliato dall’intero apparato di sicurezza.

Una volta esaurita la dimensione scenografica, il contenuto si è concentrato in un unico documento. La Dichiarazione del vertice di Ankara è infatti sorprendentemente breve: sei paragrafi pubblicati nel giorno della chiusura del summit. Il testo riafferma l’impegno fondamentale dell’Alleanza sancito dall’articolo 5, ribadisce il percorso di aumento della spesa stabilito un anno prima a L’Aia e riconosce ai membri europei e al Canada il merito di aver aumentato la spesa di base per la difesa di oltre 139 miliardi di dollari nel solo 2025. La dichiarazione annuncia oltre 50 miliardi di dollari in nuovi accordi di approvvigionamento emersi dal forum industriale del vertice e si impegna ad ampliare la capacità produttiva collettiva. Sull’Ucraina, gli alleati promettono 70 miliardi di euro di assistenza militare nel 2026, con l’intenzione di mantenere livelli simili nel 2027, finanziati in larga parte da stati membri europei e dal Canada.

Sul più ampio quadro della sicurezza internazionale, la dichiarazione riconosce solo di passaggio che l’Alleanza si trova ad affrontare “competizione strategica, instabilità diffusa, minacce ibride e shock ricorrenti”. L’unico riferimento al Medio Oriente si limita ad affermare che l’Iran non debba mai dotarsi di un’arma nucleare e invita Teheran a rispettare pienamente la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. È tutto ciò che la Dichiarazione riserva al nodo energetico che aveva dominato i briefing precedenti al vertice. Nessun riferimento alla condivisione delle riserve, nessun meccanismo comune di stoccaggio, nessun richiamo alla protezione delle infrastrutture critiche, dei cavi sottomarini o, più in generale, al cambiamento climatico.

Separatamente, il segretario generale Mark Rutte ha annunciato nel discorso conclusivo un piano quinquennale da 40 miliardi di dollari per sistemi senza equipaggio, denominato NATO’s Drone Edge, e un investimento da 27 miliardi di euro per modernizzare la rete di stoccaggio e distribuzione dei carburanti dell’Alleanza, compresa una nuova capacità di condotte verso il fianco orientale della NATO. Si tratta dell’impegno più vicino a un intervento concreto sulle infrastrutture energetiche emerso dal vertice. Alcuni analisti che hanno seguito il summit, parlando con Materia Rinnovabile, hanno descritto l’unità della NATO come intatta sul piano formale ma fragile sotto la superficie, con la ripartizione degli oneri, la politica sull’Ucraina e l’approccio dell’Alleanza al Medio Oriente ancora al centro delle tensioni.

La questione di Hormuz resta senza risposta

Nessuno di questi investimenti, infatti, ha colmato il divario strutturale che gli analisti della sicurezza energetica avevano segnalato ben prima di Ankara. La chiusura dello Stretto di Hormuz all’inizio di quest’anno ha sottratto al sistema globale una quantità stimata tra gli 11 e i 12 milioni di barili di petrolio al giorno, costringendo gli stati ad attingere alle riserve strategiche per compensare la carenza. Uno shock che ha evidenziato quanto siano limitati i meccanismi formali della NATO per affrontare esattamente questo tipo di scenario.

“La NATO non dispone né di una politica né di una tabella di marcia su questo tema”, ha dichiarato Mühdan Sağlam, direttrice del Centro per gli studi sull’energia e il cambiamento climatico dell’Economic Policy Research Foundation of Turkey (TEPAV). “In una crisi, la sicurezza energetica degli stati membri dipende sostanzialmente dalla scelta degli Stati Uniti di condividere, se lo desiderano, una parte delle proprie riserve.”

Il linguaggio utilizzato dalla dichiarazione su Hormuz conferma quasi alla lettera la sua analisi: una sola frase che invita l’Iran a rispettare la libertà di navigazione nello stretto, senza alcun impegno parallelo su riserve, stoccaggi o risposta alle crisi. L’investimento da 27 miliardi di euro nelle infrastrutture per i carburanti annunciato separatamente da Rutte riguarda un problema diverso. Il piano punta, infatti, a modernizzare le capacità di stoccaggio e le reti di distribuzione per rifornire le forze NATO, non a creare un meccanismo vincolante di condivisione delle riserve o una risposta comune alle emergenze.

Se l’intenzione di Ankara era quella di orientare il lessico della NATO verso un approccio alla sicurezza energetica intesa come difesa collettiva, la dichiarazione in sé non lo dimostra. La parola “resilienza” compare solo una volta nei sei paragrafi sottoscritti dagli alleati, associata alla base industriale della difesa e non all’energia o alle infrastrutture. Gli alleati affermano che i propri investimenti stanno “fornendo le capacità di cui abbiamo bisogno, rafforzando al contempo la nostra base industriale e la nostra resilienza”. Non vi è alcuna frase che estenda questo concetto alle reti energetiche, agli oleodotti o alle infrastrutture critiche in senso più ampio.

Heinrich Kreft, ambasciatore in pensione e docente presso l’Andrassy University di Budapest e la Humboldt University di Berlino, non si aspettava una nuova dottrina paragonabile ai concetti militari della NATO, poiché la politica energetica resta principalmente una competenza dei governi sovrani. Kreft sostiene che l’Alleanza considera già la protezione delle infrastrutture critiche, la sicurezza delle rotte marittime, la resilienza informatica e la diversificazione delle forniture come questioni di sicurezza a pieno titolo. Il compito di Ankara era integrare in modo più sistematico questa consapevolezza nei piani di deterrenza e difesa. Il silenzio della dichiarazione su tutti questi aspetti suggerisce che tale integrazione non sia avvenuta.

“Oggi la Germania considera la resilienza energetica, la protezione delle infrastrutture critiche, la sicurezza informatica, la sicurezza delle catene di approvvigionamento e la prontezza militare come elementi interconnessi della difesa collettiva”, ha affermato Kreft, indicando terminali per il GNL, cavi sottomarini, oleodotti, porti e reti elettriche come capitale ormai considerato parte dell’agenda della sicurezza e non più soltanto come una questione economica.

Le infrastrutture critiche sottomarine hanno rappresentato l’altro banco di prova in vista del vertice, con una documentazione più corposa rispetto al tema dello stoccaggio energetico. “La sicurezza delle infrastrutture critiche non è un concetto completamente nuovo”, ha spiegato Sinan Ulgen, direttore del Centre for Economics and Foreign Policy Studies (EDAM) con sede a Istanbul. L’esperto ha osservato che il tema rientra da anni nel quadro NATO sulle minacce ibride. Ciò che è mancato è stata la sua traduzione operativa, cioè l’assegnazione concreta delle risorse necessarie a proteggere oleodotti e cavi in fibra ottica dopo una serie di incidenti nel Baltico e altrove. Per Ulgen, la vera misura del vertice di Ankara sarebbe stata capire se il comunicato finale avrebbe colmato quella lacuna “in modo mirato”, perché solo un’attenzione politica costante sarebbe in grado di superare la cronica scarsità di risorse destinate alla questione.

Da questo punto di vista, il test non è stato superato. La Dichiarazione del vertice di Ankara non fa alcun riferimento ai cavi sottomarini, agli oleodotti o alla protezione delle infrastrutture critiche come categoria specifica. Contiene soltanto il generico richiamo alle “minacce ibride e agli shock ricorrenti” all’interno di un elenco che comprende anche competizione strategica e instabilità.

L’argomento è comunque emerso in modo informale. Arrivando al vertice, il presidente polacco Karol Nawrocki ha dichiarato ai giornalisti che la natura duale delle infrastrutture degli oleodotti offre un’opportunità per rafforzare la sicurezza lungo l’intero fianco orientale della NATO, presentandola come una questione su cui Polonia ed Europa centrale avrebbero continuato a insistere. Ma una dichiarazione rilasciata all’arrivo al vertice non equivale a un impegno inserito in un documento ufficiale e, per quanto possano proseguire i lavori interni della NATO, nulla di tutto ciò è emerso dal testo approvato dai leader ad Ankara.

Le cifre principali uscite da Ankara, come l’aumento di 139 miliardi di dollari, i 50 miliardi di dollari in nuovi approvvigionamenti e il traguardo del 4% del PIL in spesa citato da Rutte nel discorso conclusivo, sono esattamente il tipo di numeri che Riccardo Gasco, coordinatore per la politica estera dell’IstanPol Institute, aveva invitato a non confondere con la vera misura della resilienza prima del vertice. “Sta crescendo la consapevolezza che la resilienza non possa essere misurata semplicemente dalla percentuale di PIL destinata alla difesa”, ha detto a Materia Rinnovabile. “Aumentare la spesa è necessario, ma non è sufficiente.”

Secondo Gasco, la vera prova consiste nel verificare se le risorse si tradurranno in competenze, prontezza e capacità industriale. Una prova che, come ha già dimostrato la guerra in Ucraina, riguarda le scorte di munizioni, la logistica, la sicurezza energetica, la difesa informatica e la capacità di sostenere la produzione nel tempo, non solo le voci di bilancio. Le stesse parole pronunciate da Rutte ad Ankara hanno fatto eco al cambiamento anticipato da Gasco: passare dalla definizione degli obiettivi al raggiungimento dei risultati.

Se i sistemi di approvvigionamento, le catene di fornitura e le industrie della difesa saranno effettivamente in grado di crescere al ritmo implicato dalle nuove cifre, è, secondo la stessa logica di Gasco, l’aspetto che nessuna dichiarazione di vertice può stabilire in anticipo.

Ciò che Ankara si lascia alle spalle

La NATO lascia Ankara con più fondi impegnati, un nuovo investimento nelle infrastrutture per i carburanti e una dichiarazione politica che riafferma l’unità dell’Alleanza, anche se i giornalisti che hanno seguito il vertice hanno descritto quella stessa unità come fragile sotto la superficie.

Ciò che manca, tuttavia, è un meccanismo vincolante di riserva energetica in vista del prossimo shock energetico simile a quello di Hormuz, un piano specifico di finanziamento per cavi e condotte sottomarine o, con Washington ancora fuori dall’Accordo di Parigi e che descrive il cambiamento climatico in termini sprezzanti, qualsiasi prospettiva concreta di integrare la politica climatica nell’agenda di sicurezza della NATO. Per ora, l’integrazione delle questioni energetiche e della transizione climatica nella NATO rimane di natura discorsiva più che strutturale.

 

In copertina: Mark Rutte e Donald Trump al vertice di Ankara fotografati da Jumeau Alexis/ABACA/Agenzia IPA