Centocinquantacinque sì, ottantasei no, otto astenuti. Il 4 giugno 2026 l’Aula di Montecitorio licenzia in prima lettura il disegno di legge delega sul nucleare sostenibile. Il testo passa al Senato per la seconda lettura, i decreti attuativi sono promessi entro Natale, la prima energia da fissione è attesa per il 2034-2035. Il ministro dell’ambiente Gilberto Pichetto Fratin parla di “passo decisivo” e si presenta in conferenza stampa con un’aritmetica costruita per i social: un piccolo reattore da 300 megawatt occupa tre campi di calcio, per produrre la stessa elettricità servirebbero tremila campi di fotovoltaico. 

Il problema è che quel reattore non esiste.

Gli Small Modular Reactor, su cui il governo costruisce l’intera operazione, non sono operativi in nessun paese occidentale. I prototipi annunciati negli Stati Uniti hanno accumulato ritardi e sforamenti di budget. La tecnologia non è disponibile a livello commerciale. La delega individua negli SMR e nel nucleare avanzato di quarta generazione, atteso non prima del 2040, il cuore del rilancio italiano dell’atomo.

I problemi di un nucleare inesistente (e inadeguato)

“È un decreto che parla di un nucleare inesistente, perché i piccoli reattori modulari non sono presenti ancora in nessun paese occidentale”, dice a Materia Rinnovabile Giuseppe Onufrio, a Palermo per presentare il libro che ha scritto insieme a Gianni Silvestrini, L’illusione del nucleare e la rivoluzione delle rinnovabili (Edizioni Ambiente, 2026). “Anche con la bacchetta magica di Pichetto-Harry Potter-Fratin, se volessimo costruire un ciclo di combustibile non sapremmo neanche che tipo di combustibile dovremmo avere, visto che non si sa quale tecnologia verrà mai scelta.”

La questione del combustibile non è marginale. Una delle riformulazioni approvate alla Camera, su emendamento di Forza Italia, introduce tra gli oggetti della delega “la disciplina per la fabbricazione e il riprocessamento del combustibile nucleare”. Una filiera intera da costruire prima ancora di sapere per quali reattori. Sul piano politico, l’emendamento di Alleanza Verdi e Sinistra che chiedeva di limitare la delega al solo uso civile e bandire qualsiasi applicazione militare è stato respinto. In conferenza stampa Pichetto ha poi dichiarato di “condividere la finalità di non procedere con uso militare”, ma in Aula il governo ha votato contro. “Tenere aperta anche solo una porta su questa materia è inaccettabile”, ha replicato Angelo Bonelli.

Sul nodo del “sostenibile” il governo si appella alla tassonomia europea. Nel testo licenziato, dopo la riformulazione di tre emendamenti identici di Noi Moderati, Forza Italia e Lega, si chiarisce che la definizione di nucleare sostenibile fa riferimento all’atto delegato adottato ai sensi del regolamento UE 2020/852. Il problema è che la tassonomia stessa pone condizioni che l’Italia non è in grado di soddisfare. “Per essere dentro la tassonomia il nucleare richiede, tra le altre cose, due elementi”, ci dice Onufrio. “Avere già un deposito per la gestione a lungo termine dei rifiuti radioattivi a bassa attività, e un piano di dettaglio con un sito da realizzarsi entro il 2050 per i rifiuti ad alta attività e lunga vita. Niente di tutto questo esiste.”

Il deposito nazionale è la grana italiana da oltre vent’anni. SOGIN, la società di stato incaricata di smantellare le vecchie centrali e gestire i rifiuti, è stata finanziata per miliardi attraverso le bollette senza essere ancora arrivata a individuare un sito. Le autocandidature, introdotte in commissione con due emendamenti di Fratelli d’Italia e Forza Italia, potrebbero superare l’impasse: i territori che si propongono volontariamente al posto dell’imposizione dall’alto. Resta da vedere se qualcuno alzerà la mano. Nel 2003 le proteste di Scanzano Jonico costrinsero il governo Berlusconi a fare marcia indietro nel giro di pochi giorni.

Il calcolo dei costi che non torna

C’è poi la questione dei costi, che è il vero punto debole secondo Gianni Silvestrini. “Il decreto è una mossa avventata”, spiega a caldo a Materia Rinnovabile. “Si è passati dai reattori convenzionali agli SMR perché teoricamente dovevano costare di meno. Ma anche gli SMR sono reattori di una certa dimensione, e soprattutto non costeranno di meno. Per avere una riduzione dei costi con la produzione in serie, come per un’automobile, ne devo produrre qualche migliaio. Se ne produco venti o trenta, inevitabilmente i costi saranno superiori.”

Il riferimento, implicito, sono le centrali di terza generazione costruite negli ultimi anni in Francia (Flamanville) e Finlandia (Olkiluoto), che hanno sforato i budget di miliardi e accumulato oltre un decennio di ritardo. Il governo italiano scommette che la stessa tecnologia, in versione ridotta e replicata, faccia il percorso inverso.

Il dispositivo finanziario del DDL è modesto rispetto alle ambizioni. Venti milioni di euro l’anno per il triennio 2027-2029 a valere sul Fondo per gli investimenti del MASE. Un milione e mezzo nel 2025 e sei milioni nel 2026 per le campagne informative ai cittadini. Pichetto ipotizza che il nucleare, una volta operativo, coprirà tra l’11 e il 22% del mix energetico italiano. Tutto rinviato alla seconda metà del prossimo decennio.

Quello che resta fuori

Sullo sfondo restano due referendum. Quello del 1987, dopo Chernobyl, e quello del 2011, dopo Fukushima. Complessivamente più di cinquanta milioni di italiani votarono per fermare il nucleare. Restano i settanta miliardi del PNRR destinati alla transizione energetica che, secondo l’opposizione, sono stati lasciati sul tavolo. Resta soprattutto il calendario: il 2034-2035 indicato da Pichetto per la prima produzione di elettricità nucleare arriva fuori tempo massimo rispetto agli obiettivi di decarbonizzazione fissati dall’Unione Europea per il 2030.

“Anche nelle previsioni più ottimistiche il nucleare non produrrebbe energia prima della prima metà degli anni Trenta: troppo tardi per rispondere alla crisi climatica, alla dipendenza dal gas e al caro energia”, ha commentato Chiara Campione, direttrice esecutiva di Greenpeace Italia. Sulla stessa linea Michele Governatori del think tank ECCO: la soluzione SMR “è a dir poco velleitaria, considerando che la tecnologia a livello commerciale non esiste ancora, e che, per quanto piccolo, un impianto nucleare ha bisogno di presidi eccezionalmente complessi, il che rende la moltiplicazione dei siti assurda”.

“Si perde tempo”, chiude Silvestrini a Materia Rinnovabile. “Invece di lavorare e spingere nelle direzioni costituzionali per l’autonomia energetica del paese, l’efficienza energetica, le batterie. Anche se non cambiasse il governo, dopo questa petizione di principio i passi successivi dimostreranno l’impraticabilità dal punto di vista economico.” Il testo passa ora al Senato.

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In copertina: Gilberto Pichetto Fratin fotografato da Stefano Carofei, Agenzia IPA