In Italia, tra il 2007 e il 2025, gli incidenti di caccia hanno ucciso 462 persone. Ventisei morti l’anno, più migliaia di feriti. Il dato lo ha ricordato Annamaria Procacci dell’ENPA il 7 luglio, in audizione alla Camera, e non è una nota a margine: è il punto da cui conviene leggere tutto il resto. Perché la riforma della caccia in discussione in Parlamento allunga il periodo in cui si può sparare e allarga il territorio dove è consentito farlo. Sposta cioè entrambe le variabili che decidono quante volte, in un anno, un cacciatore e un passante possono trovarsi nello stesso posto.

Il disegno di legge si chiama C. 2984. Nel dibattito lo chiamano “Sparatutto”, e non è un soprannome inventato dagli avversari per caso: descrive bene la direzione. Modifica la legge 157 del 1992, il testo che da trentatré anni regola la protezione della fauna selvatica e l’attività venatoria. È stato approvato dal Senato il 23 giugno con 80 voti favorevoli, 56 contrari e 2 astenuti. Ora è alla Camera, in esame nella sola Commissione agricoltura. Fino all’approvazione definitiva, la 157 resta in vigore. Ma la fase più delicata, quella degli emendamenti, comincia adesso.

DDL Caccia 2026: che cosa prevede e che cosa cambia

La prima modifica è di principio e sembra un dettaglio linguistico. La legge del 1992 parla di “protezione” della fauna. Il nuovo testo aggiunge la parola “gestione” e scrive che l’attività venatoria “concorre alla tutela della biodiversità e dell’ecosistema”. Tradotto: il cacciatore viene presentato come uno strumento che aiuta la natura. È il cuore ideologico della riforma, quello che le associazioni definiscono ruolo del “cacciatore bioregolatore”, e da cui discendono quasi tutte le altre norme. Il problema, hanno dichiarato gli scienziati auditi, è che quel ruolo non ha fondamento scientifico.

Da questo principio scende il resto. Aumentano le specie che si possono abbattere: entrano nell’elenco l’oca selvatica e il piccione di città, quello dei nostri tetti e delle nostre piazze. Il piccione si potrà cioè abbattere dove la caccia è già ammessa, nelle campagne, non in piazza, ma la sua comparsa in elenco mostra bene la direzione: l’elenco dei bersagli si allunga invece di accorciarsi. Salta il termine del 10 febbraio, che oggi chiude la stagione: le regioni potranno spostare in avanti i calendari, arrivando a coprire proprio i mesi in cui gli uccelli migratori ripartono verso il Nord Europa per riprodursi. È la fase biologicamente più fragile dell’anno, quella che la Direttiva europea sugli uccelli protegge con un divieto rigoroso.

C’è poi la questione dei controlli. Oggi, prima di fissare il calendario venatorio, le regioni devono chiedere il parere dell’ISPRA, l’istituto pubblico che studia la fauna. Con la riforma quel parere diventa consultivo: le regioni potranno discostarsene, motivando la scelta. In pratica l’ente scientifico perde il potere di dire l’ultima parola. Tornano i richiami vivi, ed è la pratica che più di ogni altra rivela la logica della riforma. Sono uccelli catturati in natura e tenuti in gabbia per anni, spesso accecati o mutilati, comunque privati dello spazio e dei ritmi che servono loro. Della loro vita in natura.

In cattività questi animali emettono di continuo il verso di allarme e di richiamo, il grido con cui in natura segnalerebbero un pericolo o cercherebbero i propri simili. È quel lamento costante a funzionare da esca: attira gli stormi in migrazione, che scendono verso l’appostamento dove il cacciatore aspetta. La sofferenza di un animale prigioniero viene cioè usata come strumento per abbatterne altri. Il testo semplifica le regole su cattura, allevamento e uso di questi uccelli, e per gli esemplari nati in cattività cancella ogni limite numerico.

Per la caccia di selezione ad alcuni ungulati, come il cinghiale, si autorizzano gli strumenti ottici ed elettronici: telemetri, punti rossi di mira, visori notturni. Cioè la possibilità di individuare e centrare un bersaglio al buio.

Cade il tetto agli appostamenti fissi, i capanni stabili da cui si spara, che finora non potevano superare il numero autorizzato tra il 1989 e il 1990. Le aziende faunistico-venatorie, oggi obbligate a essere senza scopo di lucro, potranno diventare imprese vere, vendere la carne cacciata e affiancare turismo e agricoltura. Le licenze rilasciate in altri paesi europei vengono equiparate a quelle italiane, aprendo di fatto la porta al turismo venatorio straniero. Il lupo esce dall’elenco delle specie particolarmente protette, dov’era insieme a orso e lontra: non diventa cacciabile, ma la protezione si allenta. E dove le rotte migratorie attraversano i valichi montani cade il divieto assoluto di caccia, sostituito da zone di protezione speciale in cui però sparare resta possibile secondo le linee guida regionali.

Sulle sanzioni il testo si muove in due direzioni opposte. Alza alcune multe e pene, per esempio per chi caccia nei periodi vietati. Ma introduce anche una novità che dice molto della filosofia della legge: una multa da 150 a 900 euro per chi ostacola i piani di controllo della fauna. In sostanza, contestare o disturbare chi spara diventa un illecito sanzionabile.

Perché il DDL Caccia è un problema per gli ecosistemi

Sul merito scientifico le associazioni audite il 7 luglio hanno usato parole nette. Per il WWF il DDL è “una proposta da respingere in blocco”. Domenico Aiello, responsabile della tutela giuridica dell’associazione, ha ricordato che la fauna selvatica “costituisce patrimonio indisponibile dello stato” e va valutata nell’interesse collettivo, non di un settore. L’ENPA ha elencato i profili di incostituzionalità rispetto agli articoli 9, 10, 32, 41 e 117 della Carta. L’articolo 9, in particolare, dal 2022 include tra i princìpi fondamentali della Repubblica la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi. La riforma, sostiene l’ENPA, va nella direzione opposta: mette la gestione, cioè lo sfruttamento, davanti alla tutela.

Sul piano europeo il testo entra in rotta di collisione con la Direttiva uccelli, con la Direttiva habitat e con la Convenzione di Berna. Non è una previsione: il 18 dicembre 2025 la Direzione generale ambiente della Commissione europea ha inviato al Ministero dell’ambiente italiano una lettera fitta di richieste di chiarimento su diverse disposizioni del testo. È il primo passo formale verso una procedura di infrazione. Le opposizioni chiedono da settimane che quella lettera venga trasmessa alla Camera prima del voto: senza, dicono, non si può valutare davvero la legge. Al momento non è arrivata.

Le audizioni in una commissione sola

Qui la storia diventa anche procedurale, e la procedura non è un tecnicismo. Le audizioni si stanno svolgendo solo nella Commissione agricoltura. La Commissione ambiente è stata tenuta fuori. Le opposizioni, il Movimento 5 Stelle in testa, hanno scritto ai presidenti della Camera e delle due commissioni chiedendo l’assegnazione congiunta: se una legge modifica l’articolo 1 della legge 157 dichiarando di voler tutelare biodiversità ed ecosistemi, sostengono, allora ricade anche nella competenza dell’ambiente e non della sola agricoltura. Un fronte di 57 associazioni ha chiesto formalmente lo stesso. Il M5S ha depositato anche l’elenco dei soggetti da ascoltare, oltre cinquanta tra enti scientifici, associazioni, l’ISPRA, il Ministero dell’ambiente e la stessa DG ambiente della Commissione europea. La richiesta non è stata accolta.

Così, il 7 luglio, la giornata delle prime audizioni alla Camera si è divisa in due blocchi. Nel pomeriggio le associazioni ambientaliste e scientifiche: LIPU, Legambiente, WWF, ENPA, LAC, OIPA Italia, Società italiana di etologia, Centro italiano studi ornitologici, Associazione italiana per la wilderness. Quasi tutte hanno smontato il testo punto per punto. L’unica voce fuori dal coro è stata la Wilderness, che vede nel DDL un “punto di partenza” per trasformare la fauna da costo a risorsa, come avviene in Spagna. In serata, alle 20.15, il turno del mondo venatorio: Federcaccia, ARCI Caccia, ANLC, ANUU migratoristi, Enalcaccia, favorevoli ad aggiornare una legge che considerano vecchia e a dare più flessibilità alle regioni. Nella stessa giornata, a Napoli, in piazza Dante andava in scena un flash mob di Legambiente, LIPU e WWF. Persone con maschere di animali selvatici, uno striscione con una sola parola: “Fermiamoli”.

La maggioranza si spacca?

Sul fronte della maggioranza qualche crepa si vede, e si concentra su Forza Italia. Rita Dalla Chiesa, deputata azzurra, ha detto pubblicamente che il testo va corretto e che in tanti nel partito condividono la sua battaglia. Nicole Berlusconi, nipote di Silvio, ha rivolto un appello diretto agli iscritti richiamando i valori del fondatore: il DDL, ha detto, “non rappresenta un’Italia del rispetto, della responsabilità e del buon senso”.

Il messaggio, ripreso ovunque, è che Berlusconi una legge così non l’avrebbe mai voluta. È anche per questo che su Forza Italia si sta concentrando una pressione di mail e messaggi da parte di chi chiede di fermare il testo. Quanto pesino davvero questi distinguo resta da vedere. Al Senato Forza Italia ha votato sì, insieme al resto della maggioranza, e i mal di pancia pubblici non si sono finora tradotti in voti contrari. La partita vera si giocherà sugli emendamenti alla Camera, dove si capirà se le riserve azzurre sono una posizione o un’increspatura destinata a rientrare.

A dare il volto più netto all’opposizione interna è Michela Vittoria Brambilla, di Noi Moderati, ex ministra e presidente dell’intergruppo parlamentare per i diritti degli animali. In una conferenza stampa alla Camera ha ribadito il suo no, citando profili di incostituzionalità e conflitti con le norme europee, e raccontando di aver ricevuto minacce alla propria incolumità: in tre giorni ha depositato due denunce. “Non mi fermo, vado avanti”, ha detto.

Restano intanto due carte sul tavolo che la maggioranza per ora non ha voluto scoprire. La prima è la lettera della Commissione europea del 18 dicembre, che le opposizioni chiedono di leggere formalmente prima di votare e che nessuno ha ancora trasmesso alla Camera. La seconda è il parere della comunità scientifica, l’ISPRA in testa, che la riforma prevede di poter mettere da parte. Su entrambe, la domanda posta in audizione dal WWF è la stessa: si vuole decidere sulla fauna selvatica sapendo che cosa dicono l’Europa e gli scienziati, oppure senza saperlo. La fase degli emendamenti dirà quale delle due strade sceglierà il Parlamento.

 

In copertina: foto di Adrian Infernus, Unsplash