Tra le opzioni che l’Italia sta valutando per la costruzione del suo mix energetico, la più discussa è quella del nucleare: una strada che può favorire decarbonizzazione, sicurezza negli approvvigionamenti e competitività industriale, ma che presenta vari ostacoli da superare. Di certo non va vista come soluzione immediata: si tratta di un piano di medio-lungo periodo, che il nostro paese potrà attuare solo se riuscirà a gettarne le basi nel futuro immediato.

Abbiamo fatto un bilancio della situazione insieme a Vittorio Chiesa, fondatore e direttore del gruppo di ricerca Energy&Strategy della School of Management del Politecnico di Milano, che a fine 2025 ha presentato il primo Nuclear Energy Innovation Outlook 2025, sviluppato sulla base degli scenari PNIEC e Terna-Snam.

Diffusione del nucleare in Italia e nel mondo

Nel mondo le centrali nucleari attive sono oggi più di 400, mentre oltre 50 sono quelle attualmente in costruzione, tipicamente reattori tradizionali, con un ruolo particolarmente rilevante della Cina. Se si guarda al 2050 la previsione di nuova capacità installata oscilla tra +74% negli scenari più conservativi e +157%.

L’Italia, come è risaputo, ha abbandonato questa tecnologia alla fine degli anni Ottanta, ma ora ne ipotizza il reinserimento: l’obiettivo per il 2050 è arrivare a 8 GW di capacità nucleare installata, per una produzione di 64 TWh. Entro metà secolo la nostra produzione elettrica sarà raddoppiata, arrivando a circa 600 TWh: il contributo delle fonti fossili si sarà ridotto decisamente, a favore di un’ampia presenza delle rinnovabili.

“Il nucleare potrebbe effettivamente occupare un ruolo significativo nella politica energetica italiana e contribuire fattivamente alla decarbonizzazione, rafforzando la sicurezza degli approvvigionamenti e riducendo la dipendenza”, ci spiega Vittorio Chiesa. “In particolare, potrebbe sia coprire una piccola parte di produzione oggi appannaggio delle rinnovabili, sia sostituire per la loro quota il termoelettrico e l’import, sostanzialmente azzerandoli.”

A fronte di un’ampia penetrazione di rinnovabili non programmabili, il nucleare porterebbe alcuni benefici tipici delle centrali termoelettriche tradizionali: stabilità di produzione, presenza in orari notturni e in momenti poco ventosi, e anche possibilità di avere inerzia rotante, che le rinnovabili non possono offrire. Inoltre, soprattutto i reattori di piccola taglia potrebbero andare a fornire direttamente in tutto o in parte poli energy intensive o singole industrie energivore e hard-to-abate.

La pazienza, però è d’obbligo. “Considerato che nel migliore dei casi il primo impianto potrà essere in funzione non prima del 2035, solo dal 2040 il contributo del nucleare inizierebbe ad avere qualche rilevanza nel mix energetico nazionale, con una produzione stimata di 13 TWh.” 

Accettabilità sociale e altri fattori

Numerosi sono gli elementi che hanno rallentato, e tuttora rallentano, l’avvio di un programma nucleare nel nostro paese. Innanzitutto l’accettabilità sociale: “Quasi quarant’anni fa si è deciso di abbandonare tale tecnologia per la paura che incuteva e questa è ancora oggi una delle barriere maggiori”. Un’efficace comunicazione, da questo punto di vista, è strategica: “Gli strumenti da utilizzare sono probabilmente tutti quelli disponibili, così da arrivare potenzialmente a ogni persona. Per esempio Sogin, ENEA, il MASE e altri organi istituzionali stanno prevedendo confronti sui territori per sensibilizzare, sfatare i tabù e confrontarsi con la popolazione. Il tema necessita di essere affrontato direttamente con i cittadini per non apparire un’imposizione dall’alto: serve parlarne in assemblee pubbliche, sui canali media, nelle scuole. Questo andrebbe fatto in maniera rigorosa, seppur anche politica, ma il più possibile scevra da posizioni ideologiche; l’informazione corretta deve mettere in luce tutti i benefici e le criticità, così da risultare credibile ai più”.

C’è poi una serie di fattori legati alla difficoltà di riattivare una filiera complessa. “L’Italia ha sì mantenuto delle capacità e delle conoscenze, ma questo potrebbe non bastare per la costruzione e la gestione delle nuove centrali, quantomeno nel breve termine. Inoltre, gli aspetti normativi di sicurezza e di certificazione sono lunghi e complessi e rischiano di rappresentare lo sforzo maggiore in termini di tempo per la riattivazione degli impianti.”

Per recuperare il ritardo, quindi, è fondamentale intervenire rapidamente su normativa, governance, autorizzazioni e sviluppo della supply chain. “I primi passi da compiere potrebbero essere quelli di ridefinire le regole, trovare dei luoghi idonei dove costruire gli impianti, definire le modalità di smaltimento, individuare eventuali meccanismi di finanziamento degli investimenti. Servono strategia definita e chiarezza legislativa per poter ragionare su un periodo temporale di almeno 25 anni: solo così le imprese sarebbero disposte a partecipare a questo nuovo percorso.”

Tecnologie innovative: SMR e AMR a confronto

Analizzando gli scenari possibili al 2050, per quanto riguarda la quota di generazione nucleare da inserire nel mix italiano il PNIEC indica 8 GW, con un load factor (il grado di utilizzo effettivo di un impianto rispetto alla sua capacità massima teorica) molto alto, mentre Terna ne prevede 10, ma con un load factor inferiore.

“Queste sono le ipotesi maggiormente conservative, perché il PNIEC ha previsto anche la possibilità di arrivare addirittura a 16 GW”, sottolinea Vittorio Chiesa. “A ogni modo, per arrivare almeno a 8-10 GW serve accelerare nella fase politica e normativa.” Bisogna anche capire quali tecnologie e design utilizzare, oltre alle dimensioni medie degli impianti: “Ad esempio avere 8 GW di nucleare entro il 2050 con l’ipotesi di SMR [Small Modular Reactors, nuovi reattori in fase di sviluppo, ndr] di taglia 400 MW significherebbe mettere in cantiere in pochi anni venti impianti nucleari: una grande sfida”.

Il Nuclear Energy Innovation Outlook 2025 dedica un approfondimento specifico sia agli SMR sia agli AMR (Advanced Modular Reactors), tecnologie considerate centrali nei programmi di sviluppo del nucleare in Europa, USA e Asia. “Gli SMR, tecnologie di per sé simili ai reattori tradizionali, sono caratterizzati da taglie ridotte (fino a 400 MW), maggiore flessibilità operativa e tempi di costruzione stimati più brevi: rappresentano una possibile soluzione per integrare capacità programmabile e a basse emissioni in sistemi energetici dominati da rinnovabili non programmabili. L’obiettivo a oggi è quello di renderli economicamente sostenibili.”

Gli AMR, ossia i nuovi reattori di quarta generazione, sono invece ancora in fase di ricerca (TRL 5-6): si distinguono per le elevate temperature di uscita e la gestione ottimizzata del combustibile, che apre a usi cogenerativi e industriali rilevanti. “Sono ancora pochi i progetti SMR in funzione o in stato avanzato di realizzazione, ma molti sono in fase di progetto, in particolare in Occidente, probabilmente perché si ritiene che possano essere più accettabili socialmente, oltre a essere più flessibili e avere costi CAPEX ridotti”, aggiunge Chiesa.

Nessun reattore, ma la filiera industriale è già attiva

Sebbene non disponga attualmente di centrali attive, l’Italia è ampiamente presente nella filiera europea del nucleare, come riporta lo studio della Energy & Strategy, con un ruolo significativo nell’ambito della componentistica avanzata, dell’ingegneria e dei servizi specialistici. Secondo le analisi condotte nell’ambito della SMR pre-Partnership europea, il 24% del campione di fornitori è in Italia, davanti a Francia (21%) e Finlandia (20%).

Quanto alle catene di fornitura delle componenti di un reattore (classificate in 6 Tier, ossia per macro servizi-prodotti che le imprese offrono) le aziende italiane si collocano soprattutto nei Tier 4 e 5 della supply chain (84%), dedicati a componentistica non nucleare, fornitura di componenti elettriche, acciaio, fornitura di servizi di consulenza o montaggio, più altre attività, come quelle di decommissioning.

Una quota più contenuta (circa il 16%) è invece attiva nei Tier 1, 2 e 3, legati ai vendor di tecnologia e ai principali EPC (Engineering, Procurement and Construction): all’interno di questa categoria si trovano le imprese che si occupano della progettazione degli impianti o di componenti nucleari principali, come le turbine e i generatori.

“Questa base industriale già esistente rappresenta un elemento potenziale di forza nel caso di un ritorno del nucleare in Italia”, prosegue Vittorio Chiesa. È però importante non perdere la finestra industriale che le tecnologie abilitanti potrebbero aprire nei prossimi anni. “Salendo su questo treno l’Italia potrebbe rivitalizzare le proprie filiere industriali e operare sulla frontiera tecnologica dello sviluppo in relativamente poco tempo, riducendo di conseguenza la dipendenza dall’estero della fase realizzativa. Inoltre, il consolidamento delle filiere rafforzerebbe la presenza italiana sui mercati internazionali”.

Criticità aperte e priorità da affrontare

Infine, l’aspetto regolatorio: per rendere realistici gli obiettivi previsti dal PNIEC 2024 (400 MW al 2035, 8 GW al 2050) serve un nuovo quadro legislativo chiaro, stabile e coerente con gli standard esteri. “L’Italia deve allinearsi ai paesi europei con capacità nucleare operativa, anche perché i nuovi reattori necessitano di un framework legislativo dedicato”, continua Chiesa. “La lunghezza degli iter autorizzativi, al momento superiori ai 12 mesi anche per impianti FER [fonti di energia rinnovabile, ndr], deve tendere ai benchmark internazionali. Inoltre, vanno identificati siti idonei dove costruire gli impianti.”

Per raggiungere questo obiettivo gli operatori si aspettano una serie di step: introduzione di procedure autorizzative semplificate, armonizzate con le best practice europee; rafforzamento della Piattaforma nazionale per un nucleare sostenibile come luogo di coordinamento tecnico-scientifico; chiare garanzie finanziarie e strumenti di supporto agli investimenti, in linea con i modelli adottati nei paesi leader; coinvolgimento strutturato della filiera industriale italiana nei programmi dimostrativi europei (SMR/AMR); iniziative di comunicazione e trasparenza pubblica per aumentare l’accettabilità sociale.

Come riferimento, “l’Italia potrebbe guardare alle similitudini con altri paesi e verificare l’esito di queste esperienze, ad esempio Francia e Regno Unito: non esiste comunque un singolo modello da seguire, perché ogni paese costruisce il proprio in base alle specifiche esigenze e caratteristiche”.

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In copertina: immagine Envato