All’inizio di marzo, Greenpeace è stata condannata da un tribunale statunitense a pagare 345 milioni di dollari alla multinazionale fossile Energy Transfer. La decisione riaccende il dibattito sulle cause SLAPP, strumenti legali spesso utilizzati per mettere a tacere il dissenso e ostacolare la responsabilità pubblica. Con risorse praticamente illimitate rispetto alle organizzazioni ambientaliste, le grandi aziende possono così tentare di schiacciare chi si oppone alle loro attività.
In questa intervista, Chiara Campione, direttrice esecutiva di Greenpeace Italia, ricostruisce i retroscena della vicenda e spiega quali rischi questa sentenza potrebbe comportare per la libertà di protesta e la lotta al cambiamento climatico.
Quali sono le ragioni di questa sentenza? Può raccontarci brevemente come si è sviluppata la vicenda?
Energy Transfer è la società responsabile della costruzione e dei progetti di espansione dell’oleodotto Dakota Access Pipeline, negli Stati Uniti. L’azienda ci ha accusato di aver danneggiato la sua attività per aver sostenuto le proteste pacifiche delle comunità indigene di Standing Rock. Questa mobilitazione negli anni è stata appoggiata non solo da Greenpeace ma anche da molte altre organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani e dell’ambiente. Nella causa, Energy Transfer ha sostenuto che Greenpeace abbia avuto una responsabilità diretta rispetto a queste proteste. Dopo anni di procedimenti, il tribunale del North Dakota ha emesso una sentenza di condanna nei confronti di Greenpeace International e delle due organizzazioni statunitensi Greenpeace USA e Greenpeace Fund. Noi contestiamo questa decisione per diversi motivi. Innanzitutto riteniamo che nel processo ci siano state numerose irregolarità, per esempio nella composizione della giuria in un distretto direttamente coinvolto nelle vicende di Standing Rock. Inoltre, contestiamo l’assenza di prove e il fatto che alcune di esse siano state ammesse in modo molto discutibile. Per questo il nostro team legale ritiene che il verdetto non abbia basi giuridiche solide e siamo convinti che la decisione non reggerà nei successivi gradi di giudizio.
Come intende reagire Greenpeace? Quali azioni legali o iniziative state valutando per rispondere alla sentenza?
Abbiamo già annunciato l’intenzione di chiedere un nuovo processo, perché riteniamo che questo caso debba essere riesaminato. Parallelamente ricorreremo alla Corte Suprema del North Dakota. Siamo pronti a utilizzare ogni via legale disponibile per ribaltare una sentenza che consideriamo un precedente estremamente pericoloso. Il rischio, infatti, non riguarda soltanto Greenpeace ma più in generale la libertà di espressione e il diritto alla protesta pacifica. Parallelamente a queste iniziative, Greenpeace International ha avviato un’azione legale nei Paesi Bassi, basata sulla direttiva europea anti-SLAPP. Attraverso questa azione legale chiediamo che Energy Transfer risponda delle proprie azioni anche sul piano europeo. È una causa molto importante perché mette alla prova una normativa comunitaria pensata proprio per difendere chi viene preso di mira da tale tipologia di cause. Se questo è un tentativo di zittirci, sicuramente non funzionerà con Greenpeace. Anzi, pensiamo che proprio adesso sia ancora più importante denunciare gli abusi ambientali e sostenere chi difende il pianeta, perché questo non può essere considerato un crimine.
Come può essere definita questa causa?
Si tratta di una di quelle azioni legali che vengono spesso definite SLAPP, cioè Strategic Lawsuits Against Public Participation. Sono cause utilizzate sempre più spesso per intimidire, spaventare o far tacere chi parla apertamente contro poteri economici, finanziari o talvolta anche governativi. La dinamica è piuttosto chiara: in genere sono grandi aziende, con enormi risorse economiche, che avviano cause che possono essere anche infondate, ma che risultano comunque molto costose in termini di tempo, energia e denaro per le organizzazioni o per i singoli individui coinvolti. In questo modo si crea un effetto intimidatorio che scoraggia le persone dal parlare pubblicamente o dal portare avanti determinate battaglie. Negli ultimi anni ci sono stati diversi casi simili che hanno colpito anche altri uffici di Greenpeace. Per esempio, Shell nel Regno Unito ha intentato contro Greenpeace UK una causa, che poi ha ritirato. Anche TotalEnergies in Francia ha intentato una SLAPP contro Greenpeace Francia, ma in quel caso la causa è stata persa dall’azienda nel 2024. Invece, in Italia ENI ha intentato una causa contro Greenpeace Italia, Greenpeace Paesi Bassi e l'ONG italiana ReCommon. L’unica cosa positiva è che sempre più tribunali, governi e opinione pubblica stanno iniziando a riconoscere queste pratiche come veri e propri abusi del diritto. In tal senso la direttiva europea anti-SLAPP rappresenta un segnale molto forte.
A proposito dell’Italia, può spiegare meglio la causa avviata da ENI contro Greenpeace?
C’è una differenza che va sicuramente citata. In questo caso non viene indicato un danno economico preciso, ma ci si riferisce a una presunta diffamazione. ENI sostiene che Greenpeace abbia diffamato l’azienda attraverso alcuni rapporti scientifici pubblicati anni fa. Si tratta in particolare di uno studio basato su un metodo scientifico peer-reviewed che consente di calcolare le morti premature legate all’utilizzo dei combustibili fossili, dal titolo Le emissioni di oggi, i decessi di domani: come le principali compagnie petrolifere e del gas europee stanno mettendo a rischio la vita delle persone. Nel rapporto figurano anche altre compagnie europee, come Shell e TotalEnergies. ENI contesta inoltre la pubblicazione di un’analisi giuridica sul tema dell’omicidio climatico. Sulla base delle valutazioni giuridiche di avvocati penalisti di diversi paesi europei, l’analisi si interrogava su un punto: se possiamo stabilire una correlazione diretta tra l’uso dei combustibili fossili e la mortalità prematura, in tal caso, si può parlare di un reato che alcuni definiscono “omicidio climatico”? Tuttavia, nel documento non viene citata nessuna azienda fossile. Nonostante ciò, l’azienda ha chiesto anche la rimozione di queste pubblicazioni dai nostri siti, compreso il rapporto sul cosiddetto death toll of carbon. Oltre alle due pubblicazioni di Greenpeace Paesi Bassi, ENI si è ritenuta danneggiata per le attività di campagna di Greenpeace Italia, tra cui una protesta presso la sede centrale di ENI nel dicembre 2023. Gli attivisti che hanno partecipato alla protesta sono attualmente sotto processo penale e devono rispondere di varie accuse, tra cui quella di diffamazione.
Greenpeace ha avviato anche una causa climatica contro ENI. Di cosa si tratta?
Insieme all’organizzazione ReCommon e a dodici cittadine e cittadini italiani abbiamo avviato, nel 2023, un contenzioso civile contro ENI, definito “La Giusta Causa”. L’obiettivo è contestare all’azienda il mancato rispetto del limite delle emissioni definito dall’accordo di Parigi. Si tratta di una climate litigation, cioè un contenzioso climatico, che va avanti da diverso tempo. La difesa di ENI ha sostenuto che in Italia i contenziosi climatici non sarebbero ammissibili. Ci siamo quindi rivolti alla Corte di Cassazione, che ha invece stabilito che queste cause possono essere giudicate anche nell’ordinamento italiano.
Nel contesto della crisi climatica attuale, quanto è urgente accelerare l’abbandono delle fonti fossili? E quali sono le principali campagne che Greenpeace sta portando avanti su questo fronte?
L’urgenza è evidente. Basta guardare a quello che succede ogni giorno: eventi climatici estremi, incendi, ondate di calore. Continuare a puntare su petrolio, gas e carbone è ormai incompatibile con un futuro vivibile. Per noi l’abbandono dei combustibili fossili è una questione di sopravvivenza collettiva. Greenpeace lavora a livello globale e nazionale per fermare nuovi progetti fossili e spingere governi e aziende verso le energie rinnovabili e la giustizia climatica. In Italia chiediamo piani concreti per ridurre rapidamente le emissioni e sostenere una transizione energetica che sia davvero equa. Cause come quella di Energy Transfer, però, fanno anche un danno perché distraggono dal vero problema, che è il ruolo dell’industria fossile nell’opporsi e nel bloccare le soluzioni alla crisi climatica. Tra le campagne che portiamo avanti c’è, per esempio, Time to Resist, che punta a contrastare le pressioni delle multinazionali dei combustibili fossili e a difendere il diritto a una transizione giusta. Un’altra campagna è Mare Caldo, che monitora l’aumento delle temperature marine nelle aree protette italiane e mette in relazione questi dati con gli effetti del cambiamento climatico sugli ecosistemi marini e sulla biodiversità. A livello europeo guidiamo, insieme ad altri uffici di Greenpeace, le campagne Fossil Free Politics e Fossil Free Future, che chiedono di escludere le lobby dell’industria fossile dai processi decisionali dell’Unione Europea e di rafforzare l’applicazione della direttiva anti-SLAPP.
Oltre al tema dei combustibili fossili, quali altre campagne o progetti state portando avanti in Italia o a livello internazionale?
Greenpeace lavora su moltissimi fronti. A livello globale siamo impegnati, per esempio, nella lotta contro la deforestazione in Amazzonia e nel bacino del Congo, così come quella contro l’inquinamento da plastica e pesticidi. In Italia portiamo avanti iniziative legate alla tutela della biodiversità, come i Boschi delle api, piccoli ecosistemi urbani rigenerativi che stiamo iniziando a creare per contrastare l’uso dei pesticidi e proteggere gli impollinatori. Greenpeace è un’organizzazione presente in più di 55 paesi, e la forza del nostro lavoro sta proprio nel riuscire a portare avanti grandi campagne globali adattandole poi ai contesti nazionali e locali.
In copertina: Chiara Campione
