Un greto di ciottoli chiari, punteggiato da pietre bianche e da tonalità pastello di verde, grigio scuro e rossiccio, torna a emergere in molti tratti dei corsi d’acqua del Nord-Est. La diminuzione della portata lascia affiorare sassi e superfici prima nascoste dalla corrente, cambiando l’aspetto di fiumi e torrenti e mettendo sotto pressione gli equilibri degli ecosistemi legati all’acqua. È un’immagine che si ripete con frequenza crescente lungo i corsi d’acqua dell’area alpina e pedemontana, dove il paesaggio rende visibile una trasformazione in corso e racconta, prima ancora dei numeri, gli effetti della riduzione delle risorse idriche.
Una condizione che non riguarda soltanto questi territori, ma si inserisce in un quadro più ampio di crescente pressione sulle reti di tutto il Nord Italia. La situazione richiama alla memoria la crisi dell’estate del 2022, quando oltre 6,1 milioni di persone nel bacino del Po furono soggette a restrizioni nell’uso dell’acqua. Lo scenario resta complesso e a renderlo ancora più critico contribuisce l’ennesima ondata di calore che sta investendo il paese.
Alcuni grandi laghi registrano livelli tra i più bassi degli ultimi anni, mentre le precipitazioni restano inferiori alla media su gran parte del Nord e lungo il versante tirrenico, con riduzioni comprese tra il 30% e il 50%, nonostante surplus localizzati in alcune aree. Nel frattempo, il Po permane in uno stato di severità idrica classificato come “medio”. Una sequenza di segnali che conferma come la siccità non sia più un’emergenza circoscritta, ma una criticità strutturale destinata a interessare l’intero paese.
Il Tagliamento, il re dei fiumi alpini
A leggere lo stato dei fiumi del Nord-Est, però, la siccità è solo una parte del problema. “La situazione dei fiumi è comunque molto preoccupante, non solo in caso di siccità, ma anche in condizioni gestionali ‘normali’, per la scarsa attenzione agli impatti sui corsi d’acqua”, spiega a Materia Rinnovabile Andrea Goltara, direttore del Centro italiano per la riqualificazione fluviale (CIRF). A ventisei anni dalla pubblicazione della Direttiva quadro sulle acque, l'Italia accumula “un fortissimo ritardo sull'attuazione del deflusso ecologico”, ovvero la portata d'acqua necessaria affinché l'ecosistema acquatico raggiunga un buono stato di qualità e fornisca servizi ecosistemici fondamentali. Nei momenti di scarsità, invece di pensare a come poter ridurre la domanda – soprattutto quella agricola, primo settore per consumo idrico nazionale – “si continua a ragionare sul togliere ancora più acqua, derogando alle già insufficienti misure di tutela”.
Un ottimo esempio è proprio il Tagliamento, spesso considerato come l'ultimo grande fiume naturale delle Alpi. “Qui la situazione è sempre piuttosto drammatica, ci sono chilometri e chilometri di corso d'acqua in asciutta”, spiega Goltara. Il “re dei fiumi alpini”, così viene anche chiamato, ha per natura tratti temporaneamente secchi, “ma la sottrazione di gran parte della portata fa sì che queste asciutte siano estremamente più estese nel tempo e nello spazio di quello che sarebbero in condizioni naturali. Anche qui, però, come in diverse altre regioni, manca ancora un ragionamento serio sul tema del deflusso ecologico”.
Oltre ai livelli ridotti dei corsi d'acqua, in Friuli-Venezia Giulia la situazione è aggravata dal calo delle falde e da mesi di precipitazioni insufficienti. Un quadro che ha spinto il Consorzio di bonifica Pianura friulana ad attivare il piano di gestione della siccità emergenziale, portando il livello di severità ad "alto". Il provvedimento prevede una serie di misure progressive per contenere i consumi e garantire la disponibilità idrica, soprattutto per il comparto agricolo.
L'impatto della siccità sull'agricoltura
Ogni volta che la siccità torna a stringere nella sua morsa il paese, nel dibattito pubblico riemerge la proposta di realizzare nuovi invasi, bacini artificiali destinati ad accumulare l'acqua dei fiumi per usi irrigui e potabili. Si tratta di una delle diverse richieste avanzate da Coldiretti per affrontare la crescente domanda idrica del settore agricolo.
L'organizzazione, che rappresenta molti agricoltori italiani, evidenzia come le ondate di calore sempre più frequenti e la diminuzione delle precipitazioni stiano mettendo sotto pressione le produzioni agricole, compromettendo sia le colture estive sia quelle autunnali. Le criticità maggiori riguardano mais, soia, riso, ortaggi, frutta, oliveti, vigneti e foraggi, ma interessano anche il comparto zootecnico. Negli allevamenti, infatti, l'aumento delle temperature può ridurre la produzione di latte fino al 30%, con ripercussioni non solo sulla redditività delle aziende, ma anche sul benessere animale, soprattutto negli allevamenti intensivi.
Tuttavia, come ricorda Goltara, “in generale, realizzare nuovi invasi non è la migliore soluzione per contrastare la siccità”. Oltre allo sbarramento, che interrompe la connettività fluviale, con danni sia ecologici che economici a valle, l'accumulo di acqua negli invasi comporta diverse criticità. Una parte importante della risorsa viene persa per evaporazione, mentre temperature molto elevate, come quelle registrate in questi giorni, possono compromettere la qualità dell'acqua, favorendo la riduzione dell'ossigeno e la proliferazione di alghe e batteri potenzialmente dannosi per gli ecosistemi acquatici e per gli usi umani.
Tra le azioni suggerite dal CIRF per migliorare lo stato delle risorse idriche nel nostro paese c'è quella di “ripristinare le aree umide, anche riconnettendo le pianure inondabili con i corsi d'acqua, permettendo di trattenere più acqua sul territorio. Inoltre, la ricarica delle falde è un'azione estremamente importante perché consente di accumulare acqua nel sottosuolo senza perderla per evaporazione e senza tutti gli impatti legati alla realizzazione di sbarramenti lungo i corsi d'acqua. È fondamentale anche migliorare la salute del suolo, in particolare il contenuto di sostanza organica attraverso pratiche agronomiche più sostenibili. Un suolo con più sostanza organica funziona come una spugna, trattiene una grande quantità d'acqua e la rilascia lentamente sia per le esigenze degli habitat sia per quelle dell'agricoltura”.
A confermare quanto sia centrale il tema delle acque sotterranee è la nuova Carta idrogeologica d’Italia alla scala 1:500.000, presentata il 10 luglio a Roma e realizzata da ISPRA in collaborazione con ISTAT e CMCC. Secondo l’analisi, sotto i nostri piedi si trova un vero e proprio patrimonio naturale costituito da sorgenti, pozzi e fontanili, che contribuisce ad alimentare circa l’84% dell’acqua che beviamo ogni giorno. Uno strumento che ha mappato 957 grandi sorgenti, 60.000 pozzi, 241 sorgenti termominerali e oltre 60 punti di sorgenti sottomarine e costiere, fornendo informazioni utili per gestire meglio la risorsa idrica e pianificare gli interventi sul territorio.
Il delta del Po e il cuneo salino
Anche lungo il Po la pressione sulla risorsa idrica resta elevata. All'inizio di luglio l'Osservatorio permanente sugli utilizzi idrici, coordinato dall'Autorità di bacino distrettuale del fiume Po, si è riunito in seduta straordinaria e ha confermato uno stato di severità idrica "medio in assenza di precipitazioni", il secondo livello su una scala di quattro.
La situazione più critica riguarda il Delta del Po, dove il protrarsi di portate ridotte sta favorendo la risalita del cuneo salino. “Una situazione particolarmente complessa e delicata, quella del territorio del Delta del Po, a causa del perdurare di valori di portata ridotti che determinano purtroppo condizioni favorevoli all'intrusione salina che, nel ramo di Pila/Venezia, si attesta a 20 chilometri dalla foce e nel ramo di Goro è giunta anche fino a 25 chilometri”, ha spiegato Francesco Tornatore, dirigente dell'Autorità di Bacino Distrettuale del fiume Po.
Segnali di sofferenza arrivano anche dai grandi laghi regolatori, che all'8 luglio registravano tutti volumi inferiori ai valori medi di riferimento. Nella prima settimana del mese il Lago Maggiore ha perso 33 centimetri di livello, equivalenti a circa 69 milioni di metri cubi d'acqua. Nello stesso periodo il riempimento è diminuito del 15% nel Lago di Como, del 18% nel Lago d'Iseo, dell'8% nel Lago d'Idro e del 5% nel Lago di Garda. Sotto la media anche le riserve accumulate negli invasi montani, che contribuiscono a ridurre ulteriormente la disponibilità idrica complessiva del bacino.
In copertina: il letto asciutto del fiume Po, 3 metri sotto il livello idrometrico standard, presso il ponte della Gerola a Mezzana Bigli. Foto di Emanuele Roberto De Carli, Agenzia IPA
