A fine 2025, il bacino del fiume Piave ha registrato un deficit idrico dell’83%, accompagnato da un crollo delle precipitazioni pari al 57% rispetto alla media storica. Dati forniti da ARPAV, che non rappresentano un’anomalia isolata ma sono un indicatore strutturale della crescente vulnerabilità delle risorse idriche nel Nord Italia. A risentirne sono soprattutto gli accumuli nevosi delle Dolomiti, fondamentali per il bilancio idrico stagionale e sempre più esposti a dinamiche climatiche alterate.
Quello che può sembrare un dato locale si inserisce in realtà in un quadro sistemico che supera i confini nazionali. La crisi idrica europea trova infatti una delle sue cause anche nel progressivo degrado della foresta amazzonica, un bioma che, con oltre sei milioni di chilometri quadrati di estensione, svolge un ruolo chiave nella regolazione climatica globale.
Questa interconnessione è stata al centro del progetto Radici nella corrente: vivere e resistere lungo i fiumi d’Amazzonia, frutto di una spedizione condotta tra gennaio e marzo 2026 da Valeria Barbi e Davide Agati, i cui risultati sono stati presentati a fine marzo proprio sulle sponde del Piave. L’iniziativa, sostenuta da Savno, Alto Trevigiano Servizi e Piave Servizi, ha evidenziato come la gestione delle risorse idriche non possa più essere affrontata su scala esclusivamente locale.
Barbi è giornalista ambientale, scrittrice esperta di biodiversità, naturalista e politologa di formazione. Viaggia in tutto il mondo per studiare il rapporto tra l’essere umano e la natura, ed è autrice di Che cos’è la biodiversità, oggi (Edizioni Ambiente - WANE, 2022) e di Dall’Alaska alla Patagonia. Viaggio attraverso gli ecosistemi più straordinari del mondo (Laterza, 2025). Agati è fotografo e documentarista, e con i suoi lavori cerca di dare voce a situazioni e specie animali e vegetali vittime delle azioni umane. Dopo aver esplorato 40 paesi, oggi si concentra soprattutto su Nord e Sud America e Africa meridionale.
Il ruolo strategico dell’Amazzonia
“La foresta amazzonica agisce come un enorme motore climatico”, hanno spiegato Barbi e Agati. “La sua distruzione riduce l'evapotraspirazione, alterando la formazione di piogge e modificando le correnti a getto, o jet stream, che determinano il meteo anche in Europa, con conseguenti anomalie climatiche, e gli effetti, purtroppo, sono già misurabili localmente. Proteggere l'Amazzonia significa, tecnicamente, tutelare anche la stabilità delle nostre riserve idriche.”
Il bacino amazzonico rappresenta il più grande sistema fluviale del pianeta e ospita una biodiversità senza eguali, con oltre 2.700 specie di pesci d’acqua dolce e circa 48 milioni di abitanti, tra cui più di 400 popolazioni indigene. Nonostante ciò, la rilevanza dei sistemi d’acqua dolce è stata a lungo marginale nelle politiche di conservazione.
La spedizione ha documentato in modo diretto le trasformazioni in atto. Navigando lungo il Rio Negro, il Rio Jauaperi e il Rio delle Amazzoni fino a Belém, Barbi e Agati hanno osservato gli effetti della deforestazione su larga scala, legata principalmente all’espansione dell’allevamento estensivo e delle coltivazioni di soia.
“Con un numero stimato di 400 miliardi di alberi, il suolo e la vegetazione della foresta immagazzinano da millenni più di 150 miliardi di tonnellate di carbonio, che viene rilasciato in forma di anidride carbonica ogni volta che un albero è abbattuto o bruciato”, sottolineano. “La deforestazione trasforma l'Amazzonia da assorbitore di carbonio a fonte di emissioni di CO₂ (1,51 miliardi di tonnellate di CO₂ all'anno nell'Amazzonia sudamericana), accelerando il riscaldamento globale che colpisce anche l'Europa. Inoltre, la compattazione del suolo causata dalla deforestazione aumenta le emissioni di ossido di azoto, contribuendo ad aumentare il riscaldamento globale.”
L’impatto non è solo climatico ma anche economico e sanitario. “La perdita di biodiversità locale potrebbe compromettere il funzionamento dell’intero bioma, rendendolo più vulnerabile a shock esterni e meno capace di fornire servizi ambientali quali la purificazione dell’acqua, il mantenimento del suolo o la prevenzione dell’erosione”, hanno spiegato Barbi e Agati. “È una ricchezza preziosa e per lo più sconosciuta, la cui perdita sarebbe un incalcolabile danno economico e culturale.”
La perdita di biodiversità mette infatti a rischio un patrimonio genetico fondamentale per l’innovazione farmaceutica: circa il 25-30% dei farmaci moderni deriva direttamente o indirettamente da piante, mentre oltre il 60% dei farmaci antitumorali ha origine naturale (piante, funghi, microrganismi). La distruzione degli habitat potrebbe quindi compromettere opportunità di sviluppo scientifico e industriale di valore strategico.
Governance, comunità locali e nuove strategie
Un elemento chiave emerso dalla ricerca riguarda il ruolo delle comunità locali nella gestione sostenibile delle risorse. Nelle aree meno antropizzate, come il villaggio di Xixuau, i modelli di vita dei ribeirinhos (rivieraschi) dimostrano come la tutela degli ecosistemi possa convivere con attività economiche a basso impatto.
“I fiumi sono molto più che semplici corsi d'acqua: sono infrastrutture vitali, che permettono il trasporto, sostengono la pesca e collegano popolazioni isolate”, ha osservato Antonella De Giusti, consigliera di Piave Servizi. “L’acqua non è un dato scontato, ma l’elemento di un ecosistema vivente interconnesso.” Il coinvolgimento diretto delle popolazioni indigene nelle pratiche di conservazione si conferma quindi un fattore determinante per la resilienza degli ecosistemi.
Al contempo, anche in Europa si impone un cambio di paradigma nella governance idrica. “La gestione dell’acqua non può più essere letta solo in chiave locale, ma come parte di un sistema interconnesso, in cui anche equilibri lontani incidono direttamente sulle nostre risorse”, ha dichiarato Fabio Vettori, presidente di ATS. “Come gestori del servizio idrico, siamo chiamati a rafforzare resilienza e pianificazione, ma anche a promuovere maggiore consapevolezza.”
In questo contesto, l’educazione ambientale assume un ruolo strategico. I materiali raccolti durante la spedizione saranno infatti utilizzati in percorsi didattici nelle scuole, con l’obiettivo di formare una nuova generazione di cittadine e cittadini consapevoli. “Vogliamo innescare una trasformazione culturale”, ha spiegato Stefano Faè, presidente di Savno. “Mostrare alle nuove generazioni, dati alla mano, che una scelta compiuta qui ha un effetto visibile in un villaggio remoto, e viceversa”.
La crisi idrica del Piave e la deforestazione amazzonica rappresentano dunque due facce della stessa sfida: quella di governare sistemi complessi e interconnessi in un contesto di cambiamento climatico accelerato. Un equilibrio fragile, che richiede interventi coordinati, investimenti strutturali e una visione globale della sostenibilità.
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In copertina: foresta amazzonica, foto di Davide Agati Per WANE- We Are Nature Expedition
