I piazzali sono pieni. Gli impianti rallentano l'attività, alcuni si fermano del tutto. La raccolta differenziata, che funzionava così bene, rischia di bloccarsi. È davvero molto seria la crisi della filiera del riciclo della plastica in Italia, un sistema che normalmente viene raccontato come un'eccellenza e un modello virtuoso, e che adesso mostra invece grandi fragilità strutturali. Nel primo semestre del 2026 la raccolta differenziata della plastica è aumentata del 5% rispetto allo stesso periodo del 2025: l'Italia ha raccolto quasi un milione di tonnellate di imballaggi in plastica, perfettamente in linea con gli obiettivi europei. I cittadini fanno la loro parte, i comuni organizzano la raccolta, il materiale viene conferito. E poi? Poi tutto si ferma. Perché il problema non è a monte, nella raccolta, ma a valle: nel mercato che non assorbe più la plastica riciclata, che è penalizzata e "spiazzata" a livello di prezzo dalla concorrenza delle materie prime vergini a basso costo importate dall'estero. Un quarto del materiale selezionato non trova collocazione e intasa le capacità di stoccaggio degli impianti.
C'è un problema di prezzo, su cui a breve torneremo, e un problema squisitamente industriale. L'Italia ha perso circa 12.000 tonnellate al mese di capacità di trattamento della plastica nell'ultimo anno, secondo i dati presentati al tavolo delle plastiche convocato dal Ministero dell'ambiente il 28 luglio. Il censimento ISPRA del 2024 contava 384 impianti di riciclo, per una capacità complessiva di 953.198 tonnellate annue. Ma molti di questi impianti oggi sono fermi o lavorano a capacità ridotta. Quattro sono stati colpiti da incendi, due in Lombardia, uno in Puglia e uno in Toscana. Altri ancora dovrebbero essere rimodernati, ma hanno avuto problemi di autorizzazione. Altri hanno semplicemente saturato gli spazi di stoccaggio autorizzati e non possono accogliere nuovo materiale da trattare. E a proposito di incendi: c'è chi dice che siano "funzionali". In alcuni casi qualcuno ha dato fuoco al materiale accumulato nei centri di stoccaggio per liberarsi del problema a spese dell'ambiente. Sollevando nuvole nere cariche di polveri sottili inquinanti.
Le regioni più in crisi sono Campania, Lazio, Puglia, Marche, Emilia-Romagna e Sardegna, ma i problemi non mancano neanche in Piemonte e in Veneto. A Brindisi, alla fine di luglio, un'ordinanza comunale ha sospeso tutti i conferimenti di imballaggi in plastica per alcuni giorni. Stessa storia in altre cittadine pugliesi. Nel Lazio, sette sindaci della città metropolitana di Roma hanno inviato messaggi ai cittadini avvertendo che "nelle prossime settimane, il servizio di raccolta degli imballaggi in plastica potrebbe subire rallentamenti o temporanee sospensioni". In Sardegna, l'assessora all'ambiente Rosanna Laconi ha dovuto attivare tre magazzini di stoccaggio intermedio, peraltro ormai esauriti, per evitare il blocco totale.
Il 10 settembre la Conferenza delle regioni ha elaborato un documento con ventuno azioni a breve termine da sottoporre al governo. Il testo, coordinato dalla Sardegna, chiede ritiri garantiti, rientro delle giacenze, oneri a carico del sistema consortile, controlli alle frontiere e una clausola per le Isole. Il ministero da parte sua sta cercando (senza risultati, però) di mettere in moto interventi temporanei di consorzi e imprese per limitare il blocco della raccolta.
Come detto, la crisi nasce prevalentemente dalla scarsa domanda di materia riciclata e dalla concorrenza delle materie prime vergini e dei materiali importati a prezzi più bassi. Il PET (il polimero delle bottiglie di plastica, uno dei più comuni e più facili da riciclare) vergine importato dall'Asia o dall'Egitto costa 750 euro a tonnellata. Quello riciclata in Italia costa attorno ai 1.200-1.300 euro. Per gli altri polimeri, specialmente quelli più difficili da riciclare, la bilancia è ancora più squilibrata a favore della plastica vergine che arriva da fuori. Il concetto è semplice: se costa meno comprare il materiale vergine per la plastica dall'estero piuttosto che usare il materiale derivato da quella riciclata in Italia, le aziende scelgono l'importazione. E il sistema si arresta.
Il meccanismo dei prezzi dipende da dinamiche complesse. Marco Frey, professore ordinario di economia e gestione delle imprese alla Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa e coordinatore del laboratorio Sustainability Management, è uno dei principali esperti italiani di economia sostenibile. Ci spiega che "il prezzo delle materie prime seconde è ovviamente il frutto di dinamiche articolate. Da un lato c'è il prezzo di sostituzione delle materie prime vergini, ovvero del costo della plastica vergine. In teoria, al di là di situazioni contingenti di mercato, dovrebbe costare sui mercati internazionali di più, e non di meno, di quella riciclata". Eppure da diversi mesi la realtà racconta un'altra storia. Per la precisione da quando nel 2025 la discesa dei prezzi della plastica vergine ha fatto crollare la domanda di quella riciclata.
La chiusura dello Stretto di Hormuz ha strangolato le forniture di petrolio dopo la guerra nel Golfo Persico, e la situazione sembrava migliorare. E in effetti c'è stato un certo ritorno di interesse per le materie prime seconde e la plastica da riciclo. Ma è durato poco. Prosegue Frey: in teoria dovrebbe esserci un meccanismo di compensazione. Quando il prezzo della materia prima vergine scende, il consorzio dovrebbe aumentare il sussidio a chi adopera quella riciclata, e viceversa quando la competitività di quella riciclata migliora.
"Una delle funzioni dei consorzi obbligatori è proprio quello di svolgere una funzione di calmiere rispetto alle dinamiche dei prezzi, per garantire che la filiera di riciclo operi in condizioni economiche adeguate", spiega l'esperto. "È un meccanismo che si è strutturato nel tempo e che a lungo ha funzionato." Il problema è quando una situazione critica dura troppo a lungo, come sta succedendo adesso: il sistema non regge più. Gli stoccaggi si riempiono, la capacità si satura.
Ma c'è anche una dimensione più strutturale. "Sulle plastiche a maggiore valore aggiunto il problema ha un impatto minore; è più grave per quelle a basso valore aggiunto", osserva Frey. Il PET delle bottiglie, per esempio, negli ultimi anni ha visto aumentare la competizione e funziona relativamente bene. Ma quando le plastiche sono eterogenee e hanno un valore molto più basso, si innesca una logica di competizione internazionale devastante. "Bisogna risalire a qualche anno fa quando il più importante mercato di importazione della plastica riciclata di bassa qualità, la Cina, ha cambiato completamente politica", ricorda Frey. Quella decisione ha innestato un processo che ha riguardato tutte le materie prime riciclate, compresa la carta. Nel caso della carta, il settore ha saputo reagire garantendo materia prima di maggiore qualità. Nel caso della plastica, con la sua natura molto più eterogenea, su alcune tipologie questo non è avvenuto.
Come rimediare? Si potrebbe introdurre un regime sanzionatorio per le pubbliche amministrazioni che non rispettano i criteri ambientali minimi, che prevedono spesso l'utilizzo al 30% di materiale riciclato. Si potrebbero studiare nuove modalità di certificati bianchi e una riduzione dell'IVA per chi produce materie prime seconde. O pensare a un credito d'imposta. Ma, come dice Frey, alla fine "l'unica soluzione possibile è quella di trovare alternative tecnologiche al riciclo o al riutilizzo di quel materiale". Il che significa anche la termovalorizzazione, ovvero la scelta di bruciare la plastica per produrre energia. "Il potere combustibile della plastica è alto”, spiega Frey. “Su alcune frazioni merceologiche bruciare è il modo più semplice per rimetterle in circolo, nell'attesa che poi le tecnologie consentano anche una valorizzazione della materia a minore valore aggiunto." Frey è esplicito: "Tutto il discorso del riciclo chimico, dal punto di vista tecnologico, non è maturo". Non è industrialmente pronto, non ancora. Infine, varare un approccio di lungo periodo per il sistema dell'economia circolare: potenziando e migliorando il sistema dei consorzi, facendo crescere la maturità della filiera dal punto di vista tecnologico e dell'innovazione, facilitando i processi autorizzativi della burocrazia.
Il 16 settembre è arrivata una notizia che ha complicato ulteriormente il quadro e ha fatto rumore: il Tribunale di Milano ha sottoposto COREPLA, il Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica, ad amministrazione giudiziaria per un anno. È la prima volta che l'articolo 34 del Codice antimafia viene applicato a delitti contro l'ambiente, sfruttando la cornice normativa introdotta dal Decreto Terra dei fuochi. La misura scaturisce da una contestazione di agevolazione colposa: pur non essendo formalmente indagato, il consorzio non avrebbe esercitato i dovuti controlli organizzativi e gestionali per prevenire e contrastare il traffico illecito di rifiuti plastici attuato da una delle sue principali imprese consorziate, la Synextra Spa di Corsico.
L'ordinanza del Tribunale afferma che i responsabili del consorzio non avrebbero effettuato controlli effettivi e adeguati a neutralizzare il rischio di una gestione illecita dei rifiuti in questa azienda. Nel provvedimento si legge che "COREPLA non ha effettivamente controllato la filiera della gestione dei rifiuti, verificando la reale capacità imprenditoriale, l'organizzazione e l'operatività di Synextra Spa e più in generale dei centri di selezione e stoccaggio", omettendo di assumere "tempestive e adeguate iniziative" per neutralizzare o contenere il rischio. Il consorzio, che riunisce circa 2.500 società consorziate e convenziona 7.534 comuni, con un volume d'affari dichiarato di 945 milioni di euro nel 2025, continuerà a operare ma affiancato da un amministratore giudiziario nominato dal tribunale.
L'inchiesta penale riguarda invece i vertici e alcuni dipendenti di Synextra. Sono accusati di aver gestito illecitamente, tra il 2023 e il 2025, ingenti quantità di rifiuti plastici: oltre 78.000 tonnellate nel 2023 e 73.000 nel 2024. Le condotte contestate includono stoccaggi incontrollati, miscelazioni di rifiuti urbani con rifiuti speciali e industriali anche provenienti dall'estero, e alterazioni delle analisi qualitative. Nell'impianto di Corsico era stata allestita una zona di deposito clandestino, ribattezzata nelle comunicazioni interne "striscia di Gaza", priva di qualsiasi autorizzazione. Gli inquirenti hanno quantificato il profitto illecito generato tra 20 e 58,3 milioni di euro. Corepla ha rivendicato la correttezza del proprio operato, assicurando "piena collaborazione alle autorità" e garantendo "la regolare e continua operatività" del servizio. Ma il danno reputazionale, in un momento già critico per l'intera filiera, è inevitabile.
In copertina: immagine Envato
