Durante uno degli anni più complessi per il settore del riciclo, segnato da debolezza dei mercati e pressioni economiche sulla filiera, dal comparto oli usati arriva una notizia che è allo stesso tempo conferma e novità: il 98% di tutti gli oli usati è stato avviato a riciclo.

È conferma del trend positivo e anche una novità per l’ottima performance, soprattutto, appunto, in un anno difficile, perché il prezzo dell’olio nuovo ricavato dalla rigenerazione è crollato, mettendo sotto pressione l’intera filiera del riciclo. L’analisi è stata presentata a Roma con il Rapporto di sostenibilità 2025 del Consorzio nazionale oli usati (CONOU).

In questo ultimo anno, viene sottolineato nel rapporto, il valore di mercato del prodotto finito è sceso al punto da rendere antieconomico, per chiunque ragioni solo in termini di prezzo, continuare a rigenerare invece di bruciare. La filiera italiana invece ha fatto l’opposto: ha raccolto più olio dell’anno precedente e ne ha avviato a rigenerazione quasi il cento per cento.

Raccolta e rigenerazione dell’olio usato

Quel 98% è la cifra attorno a cui ruota tutto il resto. Significa che quasi ogni litro di olio lubrificante intercettato sul territorio nazionale torna a essere base lubrificante, anziché finire in un cementificio o in un inceneritore. La media europea della rigenerazione si ferma al 61%: secondo i dati della Commissione europea ripresi in uno studio pubblicato su Environmental Economics and Policy Studies, nell’Unione il 61% dell’olio usato viene rigenerato, mentre il 24% è trasformato in combustibile e il resto incenerito in forni da cemento o impianti per rifiuti pericolosi, con un impatto ambientale molto più alto.

Sul fronte della raccolta, il report indica un rapporto superiore al 51% tra olio raccolto e olio immesso al consumo soggetto a contributo. Il dato va letto correttamente: non tutto l’olio immesso sul mercato è recuperabile, perché una quota consistente si consuma durante l’uso, bruciando nei motori. Rispetto al potenziale effettivamente raccoglibile, il sistema italiano intercetta la quasi totalità della risorsa disponibile. È lo stesso indicatore con cui la Commissione misura le performance dell’Unione nel suo complesso: nel 2017, 1,64 milioni di tonnellate raccolte su circa 2 milioni teoricamente raccoglibili, l’82% del potenziale europeo. Tra quell’82% comunitario e il quasi pieno italiano si misura la distanza di un modello.

La distanza, sostiene il CONOU, non è frutto del caso né di una virtù spontanea della filiera nazionale. “Il 2025 (e questo turbolento avvio del 2026) dimostrano che la sostenibilità non è uno slogan ma la capacità concreta di resistere anche nelle fasi più difficili, garantendo continuità e risultati ambientali”, osserva Riccardo Piunti, presidente del consorzio CONOU. “È la prova che un modello efficiente può essere economicamente sostenibile anche durante le fasi critiche. Quando parti con questi numeri ogni anno la sfida è quella di migliorare la capacità di recuperare anche le frazioni più complesse per massimizzare i benefici ambientali e industriali. Siamo riconosciuti come un modello leader in tutto il mondo per la capacità di trasformare un rifiuto pericoloso in una risorsa strategica riducendo le importazioni. E stiamo cominciando a confrontarci con i paesi più virtuosi e simili al nostro.”

Ingegnere con una lunga carriera nell’industria petrolifera prima di passare alla guida del consorzio nel 2021, Piunti descrive un’architettura costruita perché il comportamento corretto sia anche quello conveniente: “Oggi non esiste un produttore di rifiuti a cui venga ritirato gratuitamente l’olio che scelga di disperderlo altrove, così come non esiste un raccoglitore che non sappia che la priorità è la rigenerazione”.

Il modello CONOU

Il meccanismo poggia su una responsabilità condivisa tra produttori, raccoglitori e rigeneratori. La rete italiana conta 58 concessionari per la raccolta, due imprese di rigenerazione che operano in tre impianti, oltre 1.980 addetti e 688 automezzi che nel corso dell’anno hanno percorso più di 23 milioni di chilometri per raggiungere i punti di prelievo distribuiti sul territorio.

Il ritiro dell’olio usato è gratuito per chi lo produce, dall’officina al grande impianto industriale, e l’intero sistema è orientato a far sì che la frazione raccolta venga indirizzata verso la trasformazione in nuove basi, non verso la combustione. Un terzo del fabbisogno nazionale di lubrificanti è oggi coperto da basi rigenerate. A sostegno dei numeri, il rapporto 2025 è stato sottoposto a un doppio percorso di verifica indipendente, mentre l’analisi LCA ha quantificato il vantaggio della rigenerazione rispetto al ciclo basato sul petrolio vergine: oltre 86.000 tonnellate di CO₂ equivalente risparmiate, con un impatto inferiore del 41%; un taglio dell’83% nel consumo di combustibili fossili e del 77% nell’uso di acqua; una riduzione del 33% degli impatti cancerogeni e dell’84% di quelli non cancerogeni.

Nel 2025 il consorzio ha spinto la raccolta anche dove era più difficile, recuperando l’olio contenuto nelle emulsioni, le miscele di acqua e olio impiegate in molti processi di fabbricazione e tradizionalmente complesse da trattare. Il nuovo Contratto di filiera 2025-2027, entrato in vigore quest’anno, sposta l’asse sulla qualità dell’olio raccolto, mentre una collaborazione avviata con il Consiglio nazionale delle ricerche apre un fronte di ricerca sui temi della qualità e dell’innovazione tecnologica applicata alla filiera.

La certificazione del modello arriva anche da Legambiente, presente alla conferenza con il presidente Stefano Ciafani: “Il lavoro di CONOU è la conferma di un’eccellenza italiana: lo dice la storia del consorzio, lo dicono i risultati che si consolidano di anno in anno. In Italia abbiamo delle performance nazionali davvero importanti, con punte clamorose che portano a raccogliere tutto l’olio minerale usato e a rigenerarlo tutto, anche grazie all’esperienza del CONOU, che è un’esperienza che non ci ha mai stupito perché conosciamo bene il rigore e l’attenzione ai dettagli di tutta la filiera”.

“Per elevare ulteriormente le performance dell’economia circolare italiana è fondamentale da una parte mettere in campo quelle semplificazioni (ad esempio dei nuovi impianti che sono fondamentali, perché senza impianti industriali non esiste economia circolare), dall’altra parte innalzare il livello dei controlli, perché in queste filiere c’è sempre il rischio che possano arrivare anche soggetti non all’altezza della sfida”, aggiunge Ciafani. “E l’innalzamento dei controlli ambientali è funzionale anche a fermare chi vuole fare concorrenza sleale alle esperienze più avanzate.”

Il vuoto normativo europeo

Quel sistema convive con un’asimmetria che il CONOU non nasconde. La gerarchia dei rifiuti fissata dalla normativa europea assegna alla rigenerazione la priorità nel trattamento degli oli usati, ma quella priorità resta un principio privo di vincoli quantitativi. Nonostante quarant’anni di legislazione comunitaria sugli oli usati e tre studi della Commissione condotti tra il 2019 e il 2023, l’Unione non ha mai fissato obiettivi minimi vincolanti di raccolta e rigenerazione. La revisione mirata della Direttiva quadro sui rifiuti, entrata in vigore nell’ottobre 2025, ha riguardato i rifiuti alimentari e tessili, lasciando ancora una volta fuori il comparto.

L’assenza di target ha conseguenze concrete. Dove la gestione è affidata interamente al mercato, una quota rilevante di olio adatto alla rigenerazione viene comunque destinata alla produzione di combustibili o bruciata, perché in fasi di prezzi bassi conviene di più. Lo segnala da tempo il GEIR, l’associazione europea dell’industria della rigenerazione, che lamenta la mancata applicazione della gerarchia dei rifiuti e l’assenza di obiettivi specifici, una lacuna già rilevata anche dalla Corte dei conti europea.

“In Europa esiste ancora un grande vuoto regolatorio”, ha osservato Piunti, ricordando come si fosse discusso di un target europeo dell’85% di rigenerazione poi mai introdotto. È in questo scarto che il modello consortile mostra la propria funzione: dirigere i flussi quando il segnale di prezzo, da solo, spingerebbe nella direzione opposta.

Atene, Madrid e la certificazione dell’impatto

Il modello italiano sta diventando un riferimento per i paesi del Sud Europa. Grecia e Spagna hanno adottato sistemi consortili analoghi, e nel corso del 2025 il CONOU ha avviato con i consorzi dei due paesi un dialogo strutturato per condividere buone pratiche e costruire una posizione comune verso Bruxelles. Sono mercati con caratteristiche simili a quello italiano, dove l’organizzazione della filiera ha prodotto risultati superiori rispetto ai contesti lasciati alla sola dinamica commerciale.

Il caso degli oli usati racconta una circolarità che in Italia funziona da decenni e che oggi viene osservata e replicata altrove. Resta aperta la domanda su cosa accadrà quando il prossimo crollo dei prezzi metterà di nuovo alla prova la filiera, in un’Europa che continua a riconoscere il valore della rigenerazione nei propri documenti senza renderla obbligatoria nei propri vincoli.

 

In copertina: foto CONOU