C'è un modo elegante di sabotare qualcosa: non attaccarlo di fronte, ma svuotarlo di eccezioni finché non resta che il guscio. È la tecnica che il governo Meloni ha scelto per affossare ancora di più il Green Deal e la transizione attaccando il principio "Do No Significant Harm" (DNSH), la clausola che impedisce ai fondi europei di finanziare ciò che distrugge l'ambiente e la nostra salute. Lo rivela Politico, citando tre diplomatici: nel negoziato sul bilancio UE da duemila miliardi per il 2028-2034, Roma guida la manovra per smontarlo. È il solito modus operandi del governo, incurante dei suoi cittadini e delle sue cittadine, della salute pubblica e della sicurezza economica del paese.

La copertura ideologica la fornisce Meloni stessa, che a giugno spiega al Parlamento che l'Europa "non può diventare un ostacolo alla propria competitività" mentre Stati Uniti e Cina "mobilitano miliardi su miliardi". È la strategia del realismo economico, che di fatto camuffa uno degli slogan più logori del catalogo sovranista: competitività invocata come lasciapassare universale, la parola che assolve ogni retromarcia ambientale trasformandola in strategia per una non meglio delineata competitività fossile.

Peccato che la premier dimentichi da chi arriva l'argomento. Perché il rapporto sulla competitività europea, che porta la firma di Mario Draghi, dice l'esatto contrario di ciò che Roma pretende di dedurne: decarbonizzazione e competitività non sono due bilanci rivali, ma un unico problema strategico. Meloni brandisce Draghi quando le fa comodo e lo tradisce nella sostanza. Spregevole nei fatti.

Vale la pena capire cosa sia il DNSH, perché la sua aridità tecnica è precisamente ciò su cui il governo conta: nessuno si indigna per un acronimo. Nasce nel 2020, nel pieno del Green Deal, per impedire che il denaro pubblico europeo finisca per danneggiare i sei obiettivi ambientali dell'Unione, dalla fine dei fossili al ripristino della natura. È un principio alla base della spesa pubblica e che avrebbe dovuto definire il nuovo bilancio UE 2027-2031. Dopo anni di applicazione non regimentata del DNSH, la Commissione, presentando il nuovo bilancio a luglio 2025, aveva provato a rafforzarlo come principio unico, orizzontale, valido per tutta la spesa comunitaria. Così il governo anti-green di Giorgia Meloni ha deciso di attaccare al cuore dell’architettura della transizione.

Già la Commissione aveva ridotto il budget sulla transizione per compiacere i governi e finanziare il riarmo. Le linee guida approvate lunedì 6 luglio esentano difesa, sicurezza, crisi. Ora il documento complementare visionato da Politico aggiunge elettrificazione, infrastrutture spaziali e perfino gli inceneritori di rifiuti pericolosi da escludere dalla lista del DNSH.

E la formula passe-partout dell’“interesse pubblico prevalente” spalanca la porta a data center e altre infrastrutture energetiche. Un colabrodo, insomma. A Meloni non basta ancora. Vuole di più. E qui viene il gesto più rivelatore di tutti: il mese scorso, chiamata a votare sul testo che contiene il principio, l'Italia non ha avuto il coraggio né di dire sì né di dire no. Si è astenuta. Il sabotaggio senza la firma, l'opposizione che non vuole comparire nei verbali.

Sul fronte opposto ci sono i paesi che il coraggio ce l'hanno. Danimarca e Finlandia spingono per salvaguardie più stringenti, non più deboli. "Non possiamo usare il bilancio UE per distruggere il pianeta", riassume il verde Rasmus Nordqvist, tra i relatori del negoziato. Ma per Roma non si cambia: annacquare il DNSH "dove fattibile e appropriato”.

Resta una domanda. Quando i fondi europei avranno finanziato l'ennesima infrastruttura climalterante grazie a una deroga scritta oggi, quando il conto ambientale ed economico arriverà − e arriverà −, saranno Meloni, Salvini e Vannacci a pagarlo? Saranno il prossimamente defunto (per veneranda età) Donald Trump e il mondo MAGA? Sul DNSH non si possono fare sconti. La premier ci ripensi.

 

In copertina: Giorgia Meloni fotografata da Stefano Carofei, Agenzia IPA