Per anni il prezzo dei fanghi da depurazione è rimasto una voce marginale nei bilanci dei gestori del servizio idrico, sintetizzata nella metrica dell’euro per tonnellata. Oggi questo indicatore appare però sempre meno adeguato a descrivere un settore destinato ad assumere un ruolo crescente nell’economia circolare. “Nel paradigma lineare che ha dominato per decenni, l’obiettivo era allontanare i fanghi dall’impianto al minor costo possibile, contando su discarica, incenerimento e uso agronomico e limitandosi a contabilizzare trasporto e smaltimento”, spiega a Materia Rinnovabile Daniele Basso, CEO di HBI, società attiva nello sviluppo di tecnologie per la valorizzazione dei fanghi. “In questa logica, il parametro euro per tonnellata bastava e avanzava. Ma i numeri raccontano altro: secondo l’ENEA, la gestione dei fanghi può rappresentare fino al 65% dei costi totali di un impianto di depurazione.”
Questo significa che una voce un tempo considerata puramente operativa diventa oggi centrale nella struttura economica del sistema. I fanghi, da semplice scarto da smaltire, si configurano così come il vero punto nevralgico dell’intero processo, e un indicatore chiave di come il settore stia evolvendo verso un modello più circolare e resiliente, anche alla luce delle nuove normative europee sui reflui urbani.
La volatilità dei costi e il fallimento del vecchio parametro
Secondo Daniele Basso, affidarsi ancora all’euro per tonnellata come parametro guida equivale a navigare a vista in un mercato strutturalmente instabile. “La volatilità dei prezzi lo dimostra con chiarezza. Tra il 2015 e il 2021, nel Nord Italia i costi medi sono quasi raddoppiati, passando da 62 €/t a oltre 120 €/t, mentre studi recenti riportano oscillazioni fino al 50-60% in pochi mesi a seconda della disponibilità di sbocchi agronomici, dei cambi normativi, della capacità impiantistica e delle dinamiche speculative.” Senza contare che secondo il rapporto tecnico di Bioreal, l’attuale finestra di prezzi bassi – con minimi storici nel 2023-2024 compresi tra 90 e 120 €/t al Nord, 110-130 €/t nel Nord-Est e 130-150 €/t al Centro-Sud – rappresenta una condizione temporanea, legata a un incremento dell’offerta impiantistica sostenuto anche dai fondi PNRR.
Un “minimo storico” che avrebbe quindi i giorni contati. All’orizzonte si sommano fattori in grado di far ripartire le pressioni al rialzo. “Basti pensare all’estensione dei trattamenti previsti dalla nuova Direttiva (UE) 2024/3019 sul trattamento delle acque reflue urbane, con obblighi più stringenti su neutralità energetica, rimozione dei nutrienti e abbattimento dei microinquinanti emergenti”, aggiunge Gabriele Mazzoletti Direttore Public Affairs e Regulatory di HBI. “Vi è poi un incremento stimato del +20% dei volumi di fanghi prodotto dal superamento delle procedure di infrazione e, appunto, la probabile saturazione dei canali di trattamento una volta esaurita la spinta straordinaria degli investimenti PNRR.”
L’esigenza di un nuovo modello di pricing
Su questo scenario pesa, inoltre, l’ambiguità normativa del D.lgs. 99/92, che regola attualmente l’uso agronomico dei fanghi con un impianto pensato in un’altra epoca. “Il decreto non integra in modo adeguato i contaminanti emergenti e non risponde alle esigenze attuali di sicurezza ambientale”, aggiunge Gabriele Mazzoletti. “L’ambiguità sulle condizioni di utilizzo in agricoltura è uno dei fattori che alimentano la volatilità dei prezzi, contribuendo a trasformare il vecchio modello di gestione in un azzardo finanziario oltre che ambientale.”
Da qui l’esigenza di un nuovo modello di pricing e, prima ancora, di un nuovo paradigma industriale. “Passare a un trattamento avanzato significa consentire ai gestori di avere certezza dei costi per i prossimi 15-20 anni, soddisfare i target europei di recupero di materia – in particolare il fosforo – ed energia, traguardare la neutralità energetica ed eliminare in situ i microinquinanti emergenti, come i PFAS. Non è più questione di pagare per ‘distruggere massa’, ma di investire in un ecosistema industriale di bioeconomia che offre competenze, garantisce conformità legale, tutela la salute dei suoli e stabilizza i bilanci.”
In questo modello innovativo, secondo HBI, il prezzo incorpora tre pilastri che il vecchio parametro euro per tonnellata ignorava. Il primo è la resilienza alla volatilità: un sistema tecnologico integrato permette di stabilizzare i costi, eliminando l’esposizione a mercati imprevedibili e creando la necessaria certezza per pianificare investimenti pluridecennali. Il secondo riguarda i benefici della neutralità energetica e della qualità: il nuovo pricing esprime la capacità di traguardare l’autosufficienza energetica degli impianti e di garantire l’abbattimento dei microinquinanti emergenti in linea con la Direttiva 2024/3019. Il terzo pilastro è il valore strategico della filiera: essere parte della nuova catena circolare del fosforo significa partecipare alle sinergie di un ecosistema industriale che include anche i gestori più piccoli.
Le conseguenze strategiche: la filiera del fosforo come banco di prova
L’Unione europea ha identificato il fosforo come materia prima critica e il recupero lungo la filiera nazionale potrebbe generare 2,9 miliardi di euro di valore. Valorizzare i fanghi permetterebbe di recuperarne 222.000 tonnellate, pari al 21% del consumo di fertilizzanti in UE. “Confrontare i costi dei futuri servizi di valorizzazione con i vecchi costi storici di smaltimento diventa metodologicamente sbagliato: il benchmark non è più quanto costa ‘buttare via’, ma quanto valore si riesce a creare in termini di autonomia strategica e sicurezza alimentare”, prosegue Daniele Basso.
Ma come tradurre la sfida sul piano industriale? “Serve costruire un ecosistema resiliente e inclusivo, basato sull’integrazione tra soluzioni tecnologiche avanzate – come la combinazione di HTC e gassificazione – e strutture contrattuali di lungo periodo, tra cui partenariati pubblico-privati capaci di trasferire gran parte della complessità tecnica e del rischio operativo verso soggetti specializzati. Operare come ecosistema industriale significa mettere in rete più gestori, favorire economie di scala anche in contesti frammentati e consentire agli operatori medio-piccoli di accedere a filiere di valorizzazione altrimenti fuori portata. Il costo del ‘non esserci’ diventerà una nuova forma di rischio: restare fuori da queste filiere significa esporsi a volatilità crescente, pressione normativa e perdita di opportunità industriali lungo tutta la catena del valore.”
L’abbandono della metrica euro per tonnellata non è quindi solo una scelta tecnica o normativa, ma piuttosto un passaggio di fase: il segnale che la gestione dei fanghi è entrata nell’era dell’economia circolare. “La gestione tecnologica integrata diventa l’abilitatore di un futuro in cui il fango è una miniera urbana di fosforo critico, energia pulita e fertilizzanti che rigenerano i suoli”, conclude Basso. “I fanghi di depurazione sono già inclusi nella Strategia nazionale per l’economia circolare e dispongono di investimenti dedicati per trasformare gli impianti in hub di innovazione. La domanda per utility e decisori pubblici non è più quanto costa ‘nascondere’ il problema, ma quanto valore si vuole creare nel lungo periodo.”
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In copertina: foto HBI
