Nel passaggio verso un’economia circolare delle risorse, i fanghi di depurazione stanno emergendo come strategici sottovalutati. Non solo per la gestione ambientale, ma per il recupero di materie prime critiche come il fosforo, salito alla ribalta delle cronache per lo stop all’esportazione dai paesi del Golfo con il blocco dello stretto di Hormuz. Da qui proviene infatti circa il 20% del fosforo prodotto con combustibili fossili. Ora questo nutriente fondamentale per la fertilizzazione in agricoltura rischia di diventare scarso, paventando il rischio di possibili crisi alimentari in quei paesi che ne sono più dipendenti.

“Per questo servono nuove strategie di recupero del fosforo, favorendo l’economia circolare”. A parlare è Daniele Basso, CEO di HBI, realtà italiana impegnata nello sviluppo di soluzioni tecnologiche per il trattamento dei fanghi e la creazione di una filiera circolare del fosforo. Abbiamo incontrato Basso in occasione dell’evento Community Valore Acqua, a Roma, affrontando uno dei temi caldi della corsa europea ai critical raw material. Al momento, però, praticamente non esistono realtà che spingono per il recupero del fosforo circolare.

“Oggi i gestori si trovano a dover essere conformi a una serie crescente di requisiti normativi: recupero dei nutrienti, produzione di energia rinnovabile per la neutralità energetica, eliminazione dei microinquinanti emergenti”, spiega Basso. “Ma queste competenze oggi il depuratore non le ha. E non ha nemmeno la capacità di gestire la catena del valore del fosforo recuperato a valle.”

Per questo HBI sta lavorando per una crescita industriale nel settore delle depurazioni. “Entro giugno avremo il primo impianto dimostrativo operativo presso la nostra sede di Zero Branco, in provincia di Treviso, mentre entro fine anno apriremo il cantiere del primo impianto industriale su larga scala, che entrerà in funzione nel 2027”, afferma Basso. Parallelamente, l’azienda sta lavorando per ottenere il riconoscimento End of Waste sul recupero del fosforo, un passaggio cruciale per trasformare un residuo in materia prima.

Il nodo, però, non è solo tecnologico. “Nel momento in cui il gestore recupera il fosforo, deve essere in grado di chiudere la catena del valore. Ma chi utilizza il fosforo, come i produttori di fertilizzanti, lavora su ordini di grandezza completamente diversi. Senza un approccio di ecosistema industriale, questa filiera non può funzionare.”

L’obiettivo è ambizioso: “Quello che vogliamo fare con HBI è essere lo strumento europeo per la creazione della filiera circolare del fosforo. Un player con tecnologia proprietaria che consenta ai gestori di essere compliant e all’Europa di raggiungere i propri obiettivi”.

Frammentazione e massa critica: il limite sistemico

Il sistema italiano conta oltre 3.600 depuratori, spesso di piccole dimensioni, distribuiti sul territorio e caratterizzati da una forte frammentazione. “Se ognuno recupera la sua tonnellata di fosforo, serve qualcuno che raccolga, omogeneizzi e standardizzi questi flussi”, sottolinea Basso. “Altrimenti la filiera delle materie prime critiche non è in grado di garantire continuità.”

A complicare il quadro c’è anche la varietà delle tecnologie: “Se ogni gestore produce una forma diversa di fosforo – struvite, ceneri, fosfati – diventa impossibile costruire una filiera industriale. È necessario standardizzare: poche forme, ma sufficienti a creare massa critica”.

Da qui la necessità di nuovi attori industriali. “Servono player che facciano da ponte tra il ciclo idrico integrato e gli utilizzatori a valle. È un lavoro di connessione, non solo di tecnologia.” E la value proposition di HBI è diventare leader in questo nuovo spazio industriale dell’economia circolare.

Una nuova tecnologia per la depurazione

Sul piano tecnico, HBI ha sviluppato una soluzione che punta a integrare più obiettivi: recupero idrico e di risorse critiche, efficienza energetica ed eliminazione dei microinquinanti. “I fanghi contengono energia e noi riusciamo a recuperarla per oltre il 75%. Questo significa andare nella direzione della neutralità energetica, mentre molte altre tecnologie consumano energia.”

Un altro fronte critico è quello dei microinquinanti emergenti. “Quelli che troviamo nell’acqua sono gli stessi che si concentrano nei fanghi”, osserva Basso. “Se il principio della responsabilità estesa del produttore finanzia la rimozione nella linea acque, lo stesso dovrebbe valere per i trattamenti sui fanghi. Altrimenti si crea una distorsione.”

Il contesto europeo sta evolvendo rapidamente. “La Germania ha già fissato una scadenza al 2035 per il recupero del fosforo dai fanghi. Questo crea un mercato”, spiega Basso. “Noi stiamo iniziando a muoverci anche all’estero, perché questa è una logica che deve valere su scala europea.”

Sul fronte finanziario, HBI ha chiuso a luglio 2024 un aumento di capitale da oltre 13 milioni di euro, con il supporto di CDP Venture Capital. “Nei prossimi anni prevediamo un ulteriore round, ma la vera novità è che oggi possiamo dialogare con le banche”, osserva Basso. “La dimostrazione della tecnologia su scala industriale ci rende bancabili. Stiamo diventando un player industriale a tutti gli effetti.”

Resta aperta la questione della sostenibilità economica della filiera. “Servono migliaia di tonnellate per rendere il sistema efficiente”, conclude Basso. “Abbiamo già lettere di intenti con operatori dei fertilizzanti, ma il punto è arrivare a quella massa critica.”

 

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In copertina: Daniele Basso