Da Bruxelles - Altro che socialisti contro destra sedotta dal MAGA. La crisi energetica innescata dalla reazione iraniana agli attacchi di Stati Uniti e Israele ha aperto una nuova, profonda faglia tra Spagna e Italia: mentre Madrid usa il pacchetto anticrisi per toccare l’architettura del proprio sistema energetico, Roma continua ad affidarsi a sconti e sussidi che, di fatto, tengono in piedi i combustibili fossili.

Il decreto-legge approvato il 20 marzo 2026 dal governo spagnolo guidato dal segretario socialista Pedro Sánchez (PSOE, centrosinistra) ha messo in campo 5 miliardi di euro attraverso 80 misure per attenuare l’impatto dello shock energetico legato alla guerra in Iran e rilanciare la transizione. Il 26 marzo il provvedimento ha già ottenuto il via libera del Congreso de los Diputados, la camera bassa del Parlamento spagnolo. Un risultato tutt’altro che scontato: decisivi sono stati l’appello al “patriottismo” lanciato da Sánchez, vista l’astensione di Partito Popolare e Podemos. Vox, guidata dal leader Santiago Abascal, storico alleato politico di Giorgia Meloni sulla scena europea, ha votato contro. Insomma, in piena coerenza con il modello italiano che, di fronte alle conseguenze della chiusura dello stretto di Hormuz, continua a rispondere prima di tutto con la difesa dei combustibili fossili.

“Il Royal Decree-Law spagnolo del 20 marzo rappresenta un esempio concreto di come rispondere alla crisi energetica con misure urgenti ma strutturali, agendo su rinnovabili, elettrificazione, autoconsumo e mobilità elettrica per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e stabilizzare i costi energetici”, ha commentato Attilio Piattelli, presidente del coordinamento FREE.

Case, riscaldamento e stoccaggio dell’energia

“Sabato 14 marzo abbiamo pagato l'elettricità 14 euro per megawattora: Italia, Francia e Germania, invece, hanno speso oltre 100 euro. Ricordate, 14 contro oltre 100 euro”, aveva sottolineato Sánchez a margine del Consiglio UE. Un divario di prezzo non dovuto a fortuna momentanea, ma come risultato di “una scelta coerente […] nello sviluppo delle rinnovabili” perseguita negli ultimi otto anni.

Dentro il decreto, le misure di emergenza sui prezzi – tagli IVA su elettricità e gas, riduzione delle accise sui carburanti – convivono con un pacchetto che ridisegna il sistema. Sul fronte edilizio, il governo spinge la sostituzione delle caldaie a gas con pompe di calore, facilita le decisioni condominiali e autorizza i comuni a ridurre fino al 50% l’imposta sugli immobili e fino al 95% quella sulle costruzioni per chi installa impianti termici rinnovabili o elettrici. La riqualificazione energetica viene trattata come scudo strutturale contro la volatilità dei prezzi dei combustibili fossili.

Anche la mobilità viene agganciata alla strategia anticrisi: il decreto mantiene una detrazione sul reddito delle persone fisiche fino a 3.000 euro per l’acquisto di veicoli elettrici e per l’installazione dei punti di ricarica, legando il caro-carburanti a un’accelerazione dell’elettrificazione. Parallelamente, lo stoccaggio energetico è elevato a priorità strategica con il riconoscimento del pompaggio idroelettrico come servizio di pubblica utilità e con nuovi meccanismi di flessibilità sulla domanda.

“L'analisi iniziale si è concentrata sulla questione più urgente: mitigare l'impatto sui prezzi”, ha commentato Joan Groizard, Segretario di Stato per l'Energia della Spagna. “Tuttavia, questo decreto-legge mira a portare avanti misure urgenti per resistere meglio alle future crisi dei combustibili fossili: elettrificare l'economia, mettere i cittadini al centro della transizione e adottare un approccio deciso per promuovere uno sviluppo rapido e responsabile delle energie rinnovabili.”

Rete, autoconsumo e consenso locale

L’altro tassello che distingue la risposta spagnola è la riforma dell’accesso alla rete e la spinta alla generazione distribuita: estensione dell’autoconsumo collettivo da 2 a 5 chilometri, apertura a modelli ibridi, sostegno alle comunità energetiche. Per combattere i colli di bottiglia e la speculazione sui punti di connessione, il decreto introduce un pagamento per la prenotazione della capacità, scadenze automatiche per i permessi inutilizzati e più trasparenza sulla capacità disponibile.

Il provvedimento affronta anche il tema del consenso sociale alle rinnovabili: gli sviluppatori saranno obbligati a condividere i benefici economici con le comunità locali al di là delle imposte, mentre i progetti che dimostrano un forte coinvolgimento del territorio potranno contare su iter accelerati in un framework di “eccellenza sociale”. In parallelo, un nuovo quadro per gli investimenti strategici lega l’insediamento di grandi consumatori, come i data center, alla disponibilità di generazione rinnovabile e agli obiettivi energetici nazionali.

Roma e Madrid, due linee di faglia

L’impianto spagnolo non è certo privo di contraddizioni. La necessità di tenere insieme una maggioranza parlamentare fragile ha comunque obbligato il governo a mantenere sussidi ai carburanti. Ma la direzione di marcia è esplicita: usare la crisi per accelerare la transizione, non per congelare lo status quo. Un’ulteriore spinta che arriva proprio nel giorno, il 20 marzo, della pubblicazione del rapporto finale dell’European Network of Transmission System Operators for Electricity (ENTSO-E) relativo al blackout del 28 aprile 2025 tra Spagna e Portogallo. Episodio che negli ultimi mesi era stato usato come argomento contro la transizione energetica, indicato come prova della presunta fragilità dei sistemi ad alta penetrazione di rinnovabili.

Il rapporto smentisce questa lettura: all’origine dell’interruzione non vi sarebbe un eccesso di energia verde, ma una sequenza di criticità tecniche. Secondo i 49 esperti coinvolti, si è trattato di una combinazione di oscillazioni della rete, problemi nel controllo della tensione, rapidi cali di potenza e disconnessioni di impianti in Spagna. Dinamiche che, sommandosi, hanno provocato sovratensioni e una serie di distacchi a cascata fino al blackout. Come riportato da Science Media Centre Spain, in conferenza stampa, il presidente del Board di ENTSO-E, Damián Cortinas, è stato netto: “Il problema non è l'energia rinnovabile, ma il controllo della tensione, indipendentemente dal tipo di generazione”.

In Italia, la scelta è di segno opposto: il grosso delle risorse pubbliche continua a fluire verso sussidi ambientalmente dannosi, agevolazioni fiscali e schemi come il capacity market che sorreggono le centrali fossili, mentre le misure strutturali su rinnovabili, efficienza, pompe di calore e mobilità elettrica procedono a rilento. Il risultato è un sistema che, pur avendo aste eoliche e fotovoltaiche con prezzi anche del 50% più bassi rispetto al mercato, resta agganciato a un mix fossile importato e a bollette più esposte agli shock esterni.

In questo contesto, la crisi energetica diventa un banco di prova politico. Se per la Spagna rappresenta un’occasione per tenere insieme protezione sociale e transizione ecologica, per l’Italia, invece, rischia di tradursi nell’ennesima conferma di una dipendenza dai combustibili fossili che le misure emergenziali finiscono per rafforzare, anziché ridurre. Nella “parabola” energetica europea, il “figliol prodigo” oggi insomma è chi continua a rimandare la svolta. Non c’è più tempo per cambiare strada. In caso contrario il perdono andrà chiesto − se mai arriverà − non a un padre benevolo, bensì alle generazioni future.

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In copertina: Pedro Sanchez, Europa Press/ABACA, Agenzia IPA