Il Presidente della Repubblica firma il decreto da Salamanca, nella notte. È il 18 marzo 2026, diciannove giorni dopo lo scoppio della guerra in Iran. A Roma, il Consiglio dei ministri licenzia il testo poco dopo le 19. Il giorno dopo la benzina dovrebbe costare 25 centesimi in meno al litro. Per quanto? Venti giorni. Fino al 7 aprile. Il tutto a ridosso del voto referendario sulla giustizia.
Il decreto carburanti nasce così: in fretta, con le lancette del calendario politico che battono più forte di quelle della crisi energetica. Da settimane i prezzi alla pompa salivano senza sosta: la benzina self-service oltre 1,90 euro, il gasolio in autostrada ha toccato punte sopra i 2,50. Il governo, che a inizio marzo ancora temporeggiava, ora agisce. Ma con un cerotto a scadenza.
Venticinque centesimi, venti giorni
Il provvedimento poggia su tre gambe. La prima è il taglio orizzontale delle accise: 25 centesimi al litro su benzina e diesel, 12 sul GPL, escluse le stazioni autostradali. E già forse questo aspetto andrebbe approfondito: perché in autostrada no? Considerando l’effetto a cascata sull’IVA, che si calcola sul prezzo finale comprensivo delle accise, il Codacons stima un calo effettivo di circa 30 centesimi al litro, pari a 15 euro su un pieno da 50 litri. Il costo per lo stato è di circa 500 milioni.
Non è un intervento mirato: la misura è universale e assorbe il rafforzamento della social card inizialmente previsto dal ministro delle imprese Adolfo Urso, che avrebbe riguardato solo i redditi molto bassi. Quindi la ricarica di cento euro per chi ha un ISEE ai limiti della sopravvivenza è annullata. La seconda gamba è il credito d’imposta: per gli autotrasportatori la percentuale sarà definita in un successivo provvedimento (la bozza indicava il 28% ma nel testo finale è scomparso); per i pescherecci, il 20% sulle spese carburante di marzo, aprile e maggio, per un totale di 10 milioni.
La terza gamba è il meccanismo antispeculazione: per due mesi il Garante per la sorveglianza dei prezzi, il cosiddetto Mr. Prezzi, controllerà i “fenomeni distorsivi” lungo la filiera, con Guardia di Finanza e Antitrust pronti a intervenire. Per tre mesi le compagnie petrolifere dovranno comunicare giornalmente i prezzi consigliati di vendita, pena una sanzione pari allo 0,1% del fatturato giornaliero. Nei casi estremi, il Garante potrà trasmettere le risultanze alla magistratura per verificare la sussistenza del reato di manovre speculative su merci, ai sensi dell'articolo 501-bis del codice penale.
Il decreto non modifica l’impianto sanzionatorio esistente, notoriamente difficilissimo da far valere in tribunale: dimostrare la speculazione sui carburanti è un’impresa che nella storia giudiziaria italiana non ha quasi mai prodotto condanne. Più che cambiare le regole del gioco, il governo alza la voce. “Combattiamo la speculazione e intanto abbassiamo immediatamente il prezzo”, è lo slogan scelto dalla premier Meloni al TG1 ieri sera, 18 marzo.
Ma la stessa Meloni, nel chiuso di Palazzo Chigi, ipotizza già ritocchi e aggiustamenti. E ai ministri confida: “Vediamo cosa otterremo al Consiglio europeo [di oggi 19 marzo, nda] sugli ETS, in caso tenetevi liberi venerdì o sabato”, prospettando un nuovo CDM a ridosso del weekend. Il decreto, insomma, nasce già con la consapevolezza di non bastare. Il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti lo dice senza troppi giri ai colleghi di governo: “Temporanea, ricordàtelo, o devo mandarvi un WhatsApp?”.
Un decreto, molte crepe
Il parto è stato travagliato, e le cicatrici sono tutte politiche. Matteo Salvini convoca le compagnie petrolifere a Milano e annuncia il taglio delle accise a Rete4 prima ancora che il Consiglio dei ministri voti il provvedimento – e prima che Meloni parli al TG1. A Fratelli d’Italia l’irritazione è tangibile: il vicepremier ha spoilerato misure che il partito della premier rivendicava come proprie. La Lega ribatte: “Abbiamo parlato prima noi perché le misure le abbiamo studiate e proposte prima noi”. Sullo sfondo, lo scontro Lega-Urso sulla social card: Salvini l’ha fatta saltare, e nelle riunioni riservate il segretario leghista insisteva per allineare il prezzo della benzina “almeno al benchmark della Spagna”.
L’opposizione affonda il colpo. Elly Schlein, segretaria del PD, non fa sconti: “Interviene solo per 20 giorni, guarda caso con un voto referendario in mezzo. È un decreto elettorale”. Angelo Bonelli, leader dei Verdi, va oltre: “Una vergognosa presa in giro per gli italiani. Meloni fa pagare la guerra di Trump ai cittadini ed è senza coraggio perché non tassa gli extraprofitti alle società energetiche”. In effetti il decreto non tocca alcuna causa strutturale: nessuna tassazione degli extraprofitti, cioè gli oltre 70 miliardi accumulati in tre anni dalle società energetiche, secondo i dati citati dalle opposizioni alla Camera. Non prevede accelerazione sulle rinnovabili, anzi la premier due giorni fa in Sardegna ha definito l’eolico offshore una “tecnologia acerba e costosa”. Nessuna revisione del mix energetico che, come un orologio rotto, espone l’Italia allo stesso ricatto a ogni sussulto bellico, nel 2022 con il conflitto russo-ucraino e oggi con il Medio Oriente in fiamme.
Se guardiamo il disegno complessivo, non possiamo non annotare che alla vigilia del Consiglio europeo del 19-20 marzo, Meloni ha firmato con altri nove leader europei – tra cui Viktor Orbán e Robert Fico – una lettera che chiede di rivedere al ribasso il sistema ETS, il meccanismo comunitario per la riduzione delle emissioni di gas serra. Per i firmatari, il percorso previsto è “troppo ripido ed eccessivamente ambizioso” e rischia di diventare “un rischio esistenziale per molti settori industriali”. Chiedono di estendere le quote gratuite di emissione oltre il 2034. Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin invoca “nuove regole ispirate al principio della neutralità tecnologica”, formula che nel lessico della attualità italiana significa rallentare la transizione.
Occhi puntati al Consiglio europeo di oggi e domani, dunque, con il commissario UE all’energia Dan Jorgensen che al Corriere della Sera si è detto “fortemente contrario ad alcune delle idee che sono state avanzate, secondo cui dovremmo ridurre i prezzi modificando in modo radicale la struttura del nostro sistema energetico e il meccanismo di formazione dei prezzi” e chiarendo che il sistema del prezzo marginale per l’elettricità non si tocca. Secondo il rappresentante dell'esecutivo comunitario “l’ETS fornisce certezza negli investimenti a lungo termine alle imprese, anche nel settore energetico e se vogliamo davvero porre fine alla nostra esposizione ai mercati globali volatili, la decarbonizzazione e una maggiore produzione interna di energia pulita rappresentano la strada migliore”. Evidenziando che “oggi siamo in una posizione migliore per affrontare la crisi rispetto al 2022 quando l’UE era fortemente dipendente da un unico paese, la Russia” e aggiungendo che tra gli strumenti possibili “c’è anche la tassazione degli extra-profitti, che in passato ha funzionato bene e permetterebbe di redistribuire rapidamente le risorse dove servono, ad esempio per ridurre le bollette”.
Come si scriveva su queste pagine due settimane fa, nella corsa tra intervento pubblico e rendita speculativa la velocità è tutto. Venti giorni dopo, la risposta del governo è un decreto che dura esattamente venti giorni. L’orologio corre, i silos delle rinnovabili restano vuoti.
In copertina: Giorgia Meloni fotografata da Marco Iacobucci, Agenzia IPA
