Da una parte Roma chiede all’Europa di fermare la macchina. Dall’altra, centodue tra le più grandi imprese del continente chiedono di tenerla accesa. Nel mezzo c’è l’ETS, il sistema europeo di scambio delle quote di emissione, nato per far pagare chi inquina e diventato, secondo il governo italiano, un meccanismo che gonfia artificialmente il prezzo dell’elettricità per tutti, rinnovabili comprese.
Oggi, 11 marzo, durante le comunicazioni al Senato in vista del Consiglio europeo del 19-20 marzo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha chiesto la sospensione urgente dell’applicazione dell’ETS alla produzione di elettricità da fonti termiche. L’argomento è semplice e diretto: secondo la premier, il peso dell’ETS arriva a incidere per 30 euro al MWh sulla bolletta elettrica italiana, circa un quarto del costo complessivo. E non colpisce solo chi brucia gas o carbone: per come funziona il meccanismo del prezzo marginale, il sovrapprezzo si scarica sull’intera produzione elettrica, compresa quella da fonti rinnovabili che in teoria non dovrebbero pagare alcuna tassa sul carbonio.
La richiesta non si limita allo stop temporaneo. Meloni ha chiesto anche la proroga delle quote gratuite per le industrie energivore (siderurgia, cartiere, vetro, ceramica) e l’introduzione di un tetto al prezzo delle quote ETS o, in alternativa, l’esclusione degli attori non industriali dal mercato, “così da limitare ogni speculazione finanziaria su questo strumento”.
Sulla stessa linea il ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, che nel question time alla Camera ha parlato di “rimodulazione anche temporanea” dell’ETS, legando la questione alla competitività delle imprese europee sullo scenario globale. La scelta del termine “rimodulazione” al posto di “sospensione” suggerisce che Roma sa di dover negoziare con Bruxelles un compromesso più articolato di uno stop secco.
Il Decreto energia e le sue crepe
Meloni ha anche difeso il “Decreto bollette” approvato il 18 febbraio, definendolo “molto importante e molto coraggioso”: circa 5 miliardi di euro per calmierare i prezzi, un aumento dell’IRAP sulle società energetiche e l’avvio di un meccanismo di disaccoppiamento dei prezzi. Ma le crepe nel provvedimento sono evidenti.
I parlamentari del Movimento 5 Stelle delle commissioni Bilancio e Finanze hanno sottolineato la contraddizione: il decreto poggia in larga parte sulla sterilizzazione dei costi ETS, una materia che però è di competenza europea. E il fatto che il governo abbia chiesto la sospensione a Bruxelles subito dopo aver approvato il decreto, secondo il M5S, ne “certifica di fatto l’inutilità”. Il bonus elettrico straordinario per le famiglie più vulnerabili, inoltre, è stato ridotto da 200 a 115 euro, come Materia Rinnovabile ha raccontato.
Bruxelles frena, le imprese si schierano
La presa di posizione della Commissione europea non si è fatta attendere. Il 10 marzo, intervenendo nella plenaria di Strasburgo, Ursula von der Leyen ha ricordato che senza il sistema di scambio delle quote l’Europa consumerebbe cento miliardi di metri cubi di gas in più, e ha rivendicato la necessità di mantenerlo: “Abbiamo bisogno dell’ETS, ma dobbiamo modernizzarlo”. Modernizzare, non sospendere: la distanza dalla posizione italiana è netta.
A rafforzare la linea di Bruxelles è arrivata, lo stesso giorno, una lettera aperta firmata da 102 imprese e investitori europei − tra cui Tata Steel, Volvo Cars, EDF, Ørsted, Heidelberg Materials, Vattenfall, Salzgitter e Ingka Group (IKEA) − che hanno chiesto ai leader UE di riaffermare l’impegno sul mercato del carbonio come strumento di sovranità e sicurezza. Un segnale inequivocabile: una parte rilevante dell’industria europea considera l’ETS non un ostacolo ma una leva competitiva, e teme che indebolirlo significhi tornare indietro sulla transizione.
L’industria italiana e il nodo rinnovabili
Sul versante opposto, Federacciai spinge per lo stop. Il presidente Antonio Gozzi, al Key Energy di Rimini, ha quantificato il possibile risparmio in circa 25 euro al MWh − una stima coerente con i numeri citati da Meloni − ma ha anche messo un paletto: “La decarbonizzazione non può trasformarsi in desertificazione industriale”. Il punto critico, però, è un altro: sospendere l’ETS renderebbe le rinnovabili meno competitive rispetto alle fossili, frenando proprio quella transizione che dovrebbe rendere l’Europa meno dipendente dalle importazioni energetiche. È la tesi sostenuta da Alleanza Verdi e Sinistra nella propria risoluzione al Senato: toccare l’ETS, “pilastro fondamentale del Green Deal”, significherebbe rendere le fonti pulite meno convenienti rispetto a quelle fossili, rallentando la decarbonizzazione invece di accelerarla.
La revisione dell’ETS è prevista dalla Commissione per la seconda metà del 2026. Ma la crisi in Medio Oriente e l’impennata dei prezzi energetici hanno compresso i tempi. Il Consiglio europeo del 19-20 marzo sarà il primo banco di prova: i ventuno governi che si sono coordinati nel gruppo informale sulla competitività dovranno decidere se dare seguito alla richiesta di Roma o allinearsi alla cautela di Bruxelles. La distanza tra “sospendere” e “modernizzare” è tutta da colmare. Sullo sfondo, il nucleare.
Mentre a Roma si discuteva di ETS, a Parigi Pichetto Fratin partecipava al secondo vertice internazionale sul nucleare civile e al G7 Energia convocato a margine. Il ministro ha annunciato l’adesione italiana all’impegno per triplicare la capacità nucleare globale entro il 2050, delineando uno scenario di 8-16 GW installati con una copertura tra l’11 e il 22% della domanda elettrica nazionale. Un orizzonte lontano, che poco incide sull’emergenza attuale ma indica la direzione strategica del governo.
In copertina: Giorgia Meloni fotografata da Marco Iacobucci, Agenzia IPA
